Ogni volta che l’Italia fallisce un grande appuntamento internazionale, il dibattito segue un copione ormai conosciuto. Si cambia commissario tecnico, si discute di moduli, si cercano responsabilità individuali, si invocano più spazio per i giovani o nuove regole sugli stranieri. Poi, trascorsi alcuni mesi, tutto torna come prima. E l’elezione del “conservatore” Malagò alla presidenza della FIGC ne è la prova provata che nulla cambierà, anche questa volta.

Eppure, osservando ciò che accade oltre le Alpi, emerge una verità piuttosto scomoda: il problema del calcio italiano non nasce sul campo. O almeno non nasce soltanto lì.

La Francia è l’esempio più evidente di come una crisi possa diventare l’occasione per ripensare un intero sistema. Quando i Bleus mancarono la qualificazione al Mondiale del 1994, la Federazione francese non si limitò a cambiare uomini e strategie tecniche. Scelse di intervenire sulle fondamenta. Nacque così un modello di sviluppo che ancora oggi rappresenta uno dei più efficaci al mondo. E i risultati lo testimoniano. Dal 1998 in poi (cioè dai Mondiali successivi a quelli fatali negli States) la Francia è arrivata in finale nella competizione iridata ben quattro volte (’98, ’06, ’18 e ’22), vincendo in due occasioni e perdendo nelle altre due soltanto ai rigori. Un risultato clamoroso, se si pensa che nei cento anni precedenti poco o nulla era stato raccolto.

Interesse pubblico

Alla base c’è una visione che va oltre il calcio. In Francia lo sport viene considerato una questione di interesse pubblico. I comuni investono da decenni in campi, palestre e strutture di quartiere, comprese le periferie più difficili. Anzi, spesso proprio le banlieue diventano il luogo privilegiato dell’intervento pubblico, perché allo sport viene riconosciuto un valore educativo e sociale prima ancora che agonistico.

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La scuola svolge un ruolo altrettanto centrale. Gli studenti francesi dedicano più ore all’attività fisica rispetto ai coetanei italiani e partecipano a un sistema di associazioni sportive scolastiche previsto dalla legge e integrato nel percorso educativo. Il calcio, come altri sport, viene insegnato e praticato in maniera diffusa, creando una base di partecipazione enormemente più ampia.

Su questa struttura si innesta poi il lavoro federale. A tredici anni i giovani più promettenti accedono a un sistema di selezione regionale che conduce ai Pôles Espoirs, centri federali distribuiti sul territorio nazionale. Il più celebre è quello di Clairefontaine, diventato quasi un simbolo del calcio francese moderno. Qui i ragazzi vivono un’esperienza che combina scuola, allenamento, formazione personale e vita comunitaria, continuando nel frattempo a giocare per i propri club.

A quindici anni entrano in scena le accademie professionistiche, obbligatorie per legge fin dagli anni Settanta. I club sono tenuti a investire stabilmente nella formazione dei giovani e beneficiano del lavoro di selezione già svolto dalla federazione. Il risultato è una filiera continua, organizzata e coordinata, nella quale ogni soggetto svolge una funzione precisa.

Generazioni di talenti

Non è un caso che la Francia produca con impressionante regolarità generazioni di talenti. Non si tratta di fortuna né di una particolare predisposizione genetica. È il prodotto di un sistema che investe risorse economiche, competenze e tempo.

Naturalmente sarebbe superficiale attribuire tutto il successo francese al solo modello sportivo. Dietro c’è anche una tradizione repubblicana che ha fatto della cittadinanza e dell’integrazione uno degli strumenti principali della costruzione nazionale. I figli dell’immigrazione entrano fin da subito nel sistema educativo e sportivo francese, condividendo percorsi, opportunità e appartenenza.

Questo non significa che la Francia sia immune da problemi. Le tensioni sociali, le fratture identitarie, le segregazioni territoriali e le radicalizzazioni che attraversano il Paese sono ben note. Talvolta il successo della nazionale finisce persino per nasconderle. Ma il calcio continua a beneficiare di una struttura che funziona indipendentemente dalle difficoltà del contesto.

L’Italia si trova quasi all’estremo opposto. Non esiste una vera politica nazionale dello sport. Gli investimenti negli impianti sono insufficienti, l’accesso alla pratica sportiva resta fortemente condizionato dalle possibilità economiche delle famiglie e il ruolo della scuola appare marginale rispetto a quello che si osserva in molti Paesi europei.

Anche il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sugli effetti anziché sulle cause. Si discute di cittadinanza, di regole federali, di quote per i giovani italiani. Temi certamente importanti, ma che rischiano di diventare scorciatoie intellettuali.

Se domani l’Italia adottasse una normativa molto più inclusiva sulla cittadinanza, probabilmente risolverebbe alcune ingiustizie e amplierebbe il bacino dei potenziali talenti. Ma da sola questa misura non trasformerebbe il calcio italiano. Senza campi, allenatori qualificati, percorsi formativi moderni e una cultura sportiva diffusa, i campioni non nascono per decreto.

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Il punto è che il problema riguarda l’intero ecosistema. Servono più occasioni per praticare sport, più spazi di gioco libero, investimenti nei vivai, formazione continua per tecnici e dirigenti, una maggiore capacità di programmare nel lungo periodo. Tutti elementi che richiedono tempo, denaro e soprattutto una visione condivisa.

Per questo il confronto con la Francia non può limitarsi alla questione dei talenti. È il confronto tra due modi diversi di intendere il rapporto tra sport e società.

Nel frattempo, altri Paesi europei hanno costruito modelli altrettanto efficaci. La Spagna ha sviluppato una filosofia fondata sulla formazione tecnica e sull’identità di gioco, partendo dall’influenza esercitata da Johan Cruyff a Barcellona e poi diffusa in gran parte del movimento calcistico iberico. Germania, Belgio, Olanda e Portogallo hanno seguito percorsi differenti, ma tutti accomunati da una caratteristica: la capacità di programmare.

L’Italia, invece, sembra spesso prigioniera dell’emergenza permanente. Si parla di riforme, ma raramente si mettono in discussione gli equilibri consolidati. Il ricambio generazionale nei ruoli dirigenziali procede lentamente e ogni crisi viene affrontata come un episodio isolato anziché come il sintomo di un problema sistemico.

Eppure i giovani non mancano. Lo dimostrano le realtà che continuano a lavorare bene sui vivai. L’esempio più citato è quello dell’Atalanta, il cui settore giovanile non ha nulla da invidiare a molte delle migliori accademie europee. Il problema è che si tratta di eccellenze spesso isolate, incapaci da sole di modificare l’andamento generale del sistema.

Come ricordano molti addetti ai lavori, i ragazzi italiani esistono e hanno qualità. Hanno bisogno di opportunità, fiducia e continuità. Se un giovane cresce sapendo di dover essere perfetto per ottenere una possibilità, mentre un coetaneo francese può sbagliare e continuare il proprio percorso, il divario non è soltanto tecnico. È culturale e psicologico.

Per questo motivo la vera domanda non è chi guiderà la federazione domani o quale sarà il prossimo commissario tecnico. La domanda è se il calcio italiano abbia davvero la volontà di ripensare sé stesso.

La Francia iniziò questo percorso dopo il fallimento del 1994. Trent’anni dopo raccoglie ancora i frutti di quella scelta. L’Italia continua a discutere delle conseguenze senza affrontarne le cause. Ed è forse qui che si misura la distanza più grande tra i due sistemi. Non nei risultati, ma nella capacità di immaginare il futuro.

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