Beijing 2022 promossa.

I cinesi hanno saputo organizzare una manifestazione senza grandi inciampi. La rassegna è stata ben organizzata a livello logistico, con impianti e ambienti di gara che hanno soddisfatto la maggior parte delle delegazioni presenti.

Nessuna grave macchia da imputare al paese ospitante, e non è poco.

Olimpiadi promosse con molti “se”

Per i romantici è stata, però, una rassegna di scarse emozioni, in cui la neve, quella vera, ha fatto capolino solo a Giochi ben avviati.

Quindici giorni di gare che sono fluite via senza lasciare tracce indelebili o cartoline da narrare ai più giovani tra venti o trent’anni. Almeno questa è la sensazione a Giochi appena conclusi.

L’efficienza cinese ha restituito un senso di asetticità, di freddezza. Nel vero senso della parola, se si pensa alla 30 km di fondo maschile, disputata a -20°.
 
Le Olimpiadi sono apparse come un mero susseguirsi di gare, un accumularsi di medaglie a quella o quell’altra nazione. Non dovrebbe essere così, i Giochi possono essere molto di più.

Se pensiamo, ad esempio, a Vancouver 2010, a Lillehammer 1994, sono stati momenti di sport che hanno avvicinato lo spettatore al paese ospitante, che hanno proposto al mondo culture e usi diversi, anche magari suscitando emozioni contrastanti. Settimane in cui, attraverso le gesta dei campioni, sono stati promossi stili di vita, messaggi sociali.

Queste Olimpiadi, che si sono accavallate ai venti di guerra in Ucraina, sono sembrate un prodotto di qualità, ben confezionato, ma del tutto avulso dal contesto. In bolla, come abituati dal Covid-19.

Inoltre, non avremo mai contezza del bilancio finale di queste Olimpiadi, del loro impatto sociale, economico e ambientale. Il caso di Beijing 2022, in ogni modo, non è il primo e non sarà l’ultimo grande evento internazionale di sport sul quale nutrire dei dubbi in tal senso.

Italia bene e, forse, ci si aspettava troppo

La delegazione italiana si è ben disimpegnata nel suo complesso. Solo Lillehammer 1994 era stata più generosa in termini di medaglie.

17 podi complessivi sono un bottino di assoluto rilievo per un paese aggrappato alla catena alpina, ma di chiara impronta mediterranea. Se andiamo oltre alla mera conta delle medaglie, sono varie le considerazioni da porre.

Come da parecchio tempo ormai, l’Italia fatica a conquistare ori. Sviluppa ottimi atleti, qualche campione, ma ha più difficoltà di altre a trovare i fenomeni, le superstar capaci di arricchire il medagliere con la loro unica presenza. Normale essere dietro in questo a paesi popolosi o che veicolano ingenti risorse solo su poche discipline, vedasi Norvegia con il fondo o la Svizzera con lo sci alpino. Abbiamo Arianna Fontana, 11 podi olimpici per lei, ma è un caso più unico che raro.

L’Italia, contrariamente ad altre manifestazioni, ha ben figurato in molte discipline diverse e questo è un aspetto positivo. Sia un caso o sia frutto di una programmazione, e investimenti, di qualità, è difficile dirlo. Lo si vedrà meglio nel lungo periodo.

L’atleta italiano nelle grandi manifestazioni fa “cilecca” quando è tra i favoriti, stupisce quando è underdog. L’affermazione ha per forza le sue eccezioni, Arianna Fontana su tutte, ancora lei, ma è valutazione che dovrebbe far riflettere.

L’atleta italiano vincente è in media piuttosto in là con gli anni. Non è un bel segnale per Milano-Cortina 2026, ma è anche sintomo che nel nostro paese si matura abbastanza tardi a livello sportivo. Lo abbiamo già verificato in altre rassegne. L’eccesso di precocità spesso nasconde metodi e pratiche di sviluppo degli atleti di dubbio valore etico, ma forse, anche in questo caso, una riflessione andrebbe posta in merito al percorso che in Italia porta gli atleti all’eccellenza.

Un medagliere ricco non può nascondere alcuni fallimenti. Siamo andati male in alcune discipline tradizionali del programma olimpico e che da sempre hanno arricchito il bottino azzurro. Il caso più eclatante è quello dello sci di fondo. L’argento di Federico Pellegrino non può salvare un bilancio che ci ha visto ben distanti dalle posizioni di rilievo. Una debacle. Ci mancano i campioni, ma la sensazione è che la nazionale sia priva di una struttura organizzativa di livello, di professionalità e leadership all’interno del team. Siamo rimasti indietro rispetto alle nazioni leader del movimento. Chi è sceso in pista a Beijing 2022, chi ci ha messo la faccia pur sapendo di non poter ambire alle medaglie, è sembrato sfiduciato, per certi versi abbandonato a sé stesso.

Sci alpino maschile cercasi

L’altro settore sotto accusa è lo sci alpino maschile, a secco di medaglie da Sochi 2014. Qui la questione è un po’ diversa. Più che la mancanza di allori, preoccupa la mancanza di prospettive future, i giovani sono pochissimi e quelli su cui puntare in vista di Cortina si contano sulle dita di una mano.

A Beijing 2022 ci si poteva aspettare una medaglia, ma non è una sconfitta grave non averla conquistata. Dominik Paris è un ottimo discesista, ma non adatto a tutte le piste, Luca de Aliprandini veniva da un infortunio e, in ogni caso, non è mai stato un habituè del podio nella sua carriera. Dagli slalomisti era lecito confidare che ci portassero un risultato, ma lo slalom speciale di oggi è una roulette, con almeno 20 atleti capaci di podio nella stessa gara. Insomma, delusione si, ma nemmeno troppo.

Più deludente il bilancio di slittino, bob e skeleton, vista la storia di assoluto livello che vantiamo. Anche qui bisogna ormai fare i conti con il fatto che un Armin Zoeggler non ci sia più in partenza e che seminare e sviluppare In Italia non sia affatto facile.

Tante polemiche, se ne poteva fare a meno

L’eterna e stucchevole rivalità tra Federica Brignone e Sofia Goggia ha stancato davvero tutti.

Sono due atlete di carattere diverso e, come è normale che sia, non condividono altro, se non la maglia azzurra e i momenti di gara in cui sono rivali. Tutto normale, se non ci fosse sempre la ricerca dello scandalo, del gossip a tutti i costi.

Inciampo in cui è caduta anche mamma Brignone, all’anagrafe Maria Rosa Quario. Giornalista, ex sciatrice di livello, in generale ben titolata a parlare di sport, ma forse sarebbe meglio tacesse in merito alle vicende che riguardano la figlia.

Non meno appariscente è stata la questione che ha visto coinvolti Arianna Fontana e la Federghiaccio. Insensato che Arianna abbia parlato a gare non concluse, poco serio che le parti si parlino tramite stampa e non si siedano ad un tavolo prima di esternare. A meno che l’atleta non abbia tutte le ragioni del mondo in questa vicenda e allora sia giustificata nell’utilizzare il suo momento di massima visibilità per reclamare i propri diritti.

Difficile comprendere a fondo le cose, ma di sicuro si poteva fare di meglio, da ambo le parti. L’immagine dell’atleta e della Federazione ne escono entrambe indebolite.

Rimane invece avvolta dal mistero la vicenda Casse/Marsaglia che ha messo in subbuglio lo sci alpino maschile. La Federazione tace, ma in questo caso avrebbe dovuto senza indugio rilasciare una dichiarazione utile ad un chiarimento. Lo attendiamo.

L’ipotesi che il direttore sportivo Massimo Rinaldi possa aver chiesto a un proprio atleta di dichiarare il falso per far gareggiare un altro atleta riserva, in ambito olimpico sarebbe una chiara evidente violazione delle norme e dell’etica sportiva. Che volino pure gli stracci nelle segrete stanze federali, ma questa vicenda deve essere chiarita in pubblico.

L’umanità della sconfitta

Nelle foto dei podi olimpici manca con gran sorpresa il volto di Mikaela Shiffrin. La sciatrice americana, 11 medaglie mondiali, 3 Coppe del Mondo assolute, cannibale delle discipline tecniche fin dagli esordi, ha bucato l’appuntamento olimpico. Fuori fase, incapace di fare dieci porte senza uscire, mai in confidenza con la neve cinese, lei che ha addomesticato ogni tipo di manto ad ogni latitudine abbia corso.

È l’emblema dei grandi che cadono, di quanto sia difficile mantenere nel tempo il proprio trono, della precarietà dell’equilibrio perfetto tra bilanciamento tecnico e mentale. L’anno scorso la morte del padre era stato per la “regina delle nevi” un primo colpo duro, ora la disfatta olimpica. A 27 anni prossimi da compiere, l’atleta statunitense ci ha mostrato il lato umano e tragico del campione, della donna programmata per vincere che fallisce. E sembra aver vissuto tanto, forse troppo per la sua età.

La domanda che ora tutti si pongono è se Mikaela Shiffrin tornerà a dominare, se saprà rialzarsi. Noi vorremmo incalzarla, vorremmo vederla primeggiare di nuovo, elegante e regale come in ogni sua discesa. Ignoriamo però se lei vuole questo. Se nella sua mente c’è ancora quella scintilla che porta il campione a volere essere di nuovo dominatore, che permette di resettare ogni elemento di disturbo e consente di focalizzarsi solo sul primeggiare, sul successo. Non deve essere facile vivere a lungo con questo senso di urgenza. Ogni tanto bisogna fermarsi e riposare. La sensazione è che a Mikaela serva più riposo di quanto non se ne sia preso dopo il lutto dello scorso anno.

Un suo tornare a gareggiare per il mero e semplice gusto di farlo appare oggi condizione indispensabile per ritrovare la campionessa perduta. Con i suoi tempi.

Il caso Valieva e il timido Cio

La pagina più brutta di Beijing 2022.

Una storia di vero e proprio sfruttamento minorile alla luce del sole e di doping che sembra riemergere dal lontano passato del doping di stato promosso dai paesi dell’est europeo e dalla defunta DDR. La realtà è che non è un passato che risale in superficie, ma pratiche mai davvero abbandonate.

Sarebbe del tutto ingenuo, infatti, pensare che non sia così in un mondo sportivo che invoca sempre più la precocità, che richiede sempre maggiore professionalizzazione e che riduce tutto alla mera performance nel nome del denaro e della visibilità.

Indigna verificare come l’opinione pubblica, per certi versi, si sia assuefatta a queste notizie, ma è un fatto da rilevare che oggi sia così. Indigna ancor di più osservare la posizione dei massimi organi dirigenziali dello sport che, al di là di qualche dichiarazione di facciata, rimangono inermi al cospetto di certi fatti.

Non solo, che come unica reazione propongano un’età minima per la partecipazione ai Giochi. Come se quel paletto regolamentare potesse spazzare via le violenze fisiche e psicologiche che sono parte integrante di una cultura formativa che vede già nel bambino un futuro atleta da forgiare e plasmare. Come se un cambio di norma di così irrilevante portata potesse dissuadere quelli che vedono lo sport come un’industria in cui produrre in catena di montaggio, con i fisiologici scarti di produzione e le altrettanto indispensabili addizioni di ogni qualsivoglia sostanza, lecita o vietata, utile a migliorare quel prodotto stesso.

Non si può accettare nulla di tutto questo, ma è ciò che di fatto nel mondo si continua a fare.

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