La Cina continua a occupare un posto centrale negli equilibri del XXI secolo. Dall’intelligenza artificiale alle auto elettriche, dalla transizione energetica ai rapporti con gli Stati Uniti, molte delle grandi partite globali passano oggi da Pechino. Eppure il Paese guidato da Xi Jinping attraversa una fase complessa, alle prese con il rallentamento della crescita economica e con la necessità di trovare un nuovo modello di sviluppo.

Dopo aver vissuto in Cina dal 2011 al 2021 come corrispondente per la Radiotelevisione Svizzera e per Radio Popolare, oltre a collaborare con numerose testate italiane e internazionali, Gabriele Battaglia (autore, fra gli altri, dei libri dedicati alla Cina “Buonanotte Signor Mao“, “Massa per velocità” e il recente “Gobi Express“) è tornato recentemente nel Paese. Lo abbiamo incontrato qualche giorno fa in Friuli Venezia Giulia, a Ronchi dei Legionari, in occasione del Festival del Giornalismo “Leali delle Notizie”. Con lui abbiamo parlato della Cina di oggi, delle sue ambizioni e delle sfide che l’attendono.

Gabriele, lei è tornato recentemente in Cina dopo alcuni anni di assenza. Che Paese ha ritrovato?

«La prima volta che sono tornato, nell’ottobre del 2025, dopo circa tre anni di assenza, avevo una domanda molto semplice da fare alle persone che incontravo: come va l’economia? La cosa che mi ha colpito è che nessuno mi ha risposto che andava bene. Tutti parlavano di rallentamento, di difficoltà, di crisi del settore immobiliare. C’era una percezione diffusa di un momento economico complicato».

Gabriele Battaglia

Che atteggiamento ha riscontrato nella popolazione?

«Diverso rispetto a quello che vedo spesso in Europa. Qui prevalgono spesso rabbia o pessimismo. In Cina ho trovato soprattutto attesa. Molte persone erano convinte che il governo sarebbe intervenuto con nuove misure e nuove strategie per rilanciare la crescita».

E queste risposte sono arrivate?

«Credo di sì. In quei giorni veniva presentato il nuovo piano quinquennale, che punta molto su intelligenza artificiale, nuove tecnologie e transizione verde. Quando sono tornato nuovamente in Cina, a maggio, ho percepito un clima diverso. Non perché gli effetti economici fossero già visibili nelle tasche delle persone, ma perché il messaggio politico era arrivato: la Cina vuole continuare a identificarsi con il futuro e con l’innovazione».

La tecnologia sembra essere diventata il perno della nuova fase cinese.

«È così. La Cina ha investito enormemente nella ricerca e nello sviluppo. Lo Stato ha fatto la sua parte, ma anche le famiglie hanno investito molto nell’istruzione dei figli, spesso mandandoli a studiare all’estero. Oggi si vedono i risultati di quegli investimenti iniziati decenni fa».

Un tempo si parlava di “cinesate” come sinonimo di prodotti scadenti. Oggi la situazione sembra completamente ribaltata.

«La Cina ha sfruttato quello che gli economisti chiamano il vantaggio dell’arretratezza. Ha potuto osservare i percorsi seguiti dagli altri Paesi sviluppati, evitare alcuni errori e concentrarsi direttamente sulle tecnologie del futuro. L’esempio più evidente è quello delle auto elettriche. Invece di cercare di recuperare il ritardo nei motori tradizionali, ha puntato direttamente sulla nuova mobilità».

È il caso di BYD?

«Esattamente. Quando visitai BYD nel 2018 era già una realtà importante, ma poco conosciuta fuori dalla Cina. Oggi i suoi veicoli sono ovunque. In molte città cinesi autobus e taxi sono quasi interamente elettrici e spesso prodotti da aziende cinesi. È uno dei segnali più evidenti del cambiamento in corso».

Pechino – Foto da Unsplash di Zhang Kaiyv

Questa corsa tecnologica nasce anche da esigenze interne?

«Certamente. La Cina sta affrontando un forte invecchiamento della popolazione. Non può più contare sulla gigantesca disponibilità di manodopera a basso costo che aveva durante la fase della “fabbrica del mondo”. Per mantenere crescita e benessere deve necessariamente aumentare produttività e innovazione».

Quanto pesa oggi il nazionalismo nella costruzione del consenso attorno a Xi Jinping?

«È sicuramente uno degli elementi centrali, anche se ridurre tutto al nazionalismo sarebbe semplicistico. Xi Jinping ha costruito una narrazione che collega le diverse fasi della storia cinese. In questa visione Mao Zedong ha restituito dignità alla Cina, Deng Xiaoping ha portato prosperità e l’attuale leadership dovrebbe riportare il Paese al ruolo centrale che ritiene di meritare nel mondo».

Questa narrazione trova consenso nella popolazione?

«In buona parte sì. Ricordo un uomo incontrato nel 2019 che mi disse: “Mao ci ha fatto rialzare la testa, Deng ci ha fatto fare soldi, Xi ci renderà di nuovo grandi”. È una frase che sintetizza molto bene il modo in cui molti cinesi interpretano la storia recente del loro Paese».

Durante la pandemia si era però vista una certa insofferenza verso il potere.

«È vero. Quando la politica dello “zero Covid” è diventata insostenibile si sono registrate proteste diffuse. La cosa sorprendente è stata la rapidità con cui il governo ha cambiato rotta. Nel giro di pochi giorni vennero smantellate strutture e controlli che sembravano permanenti. È stato uno degli esempi più evidenti della capacità di adattamento del sistema cinese».

Taiwan – Foto da Unsplash di Timo Volz

Uno dei grandi nodi geopolitici resta Taiwan. La Cina è davvero pronta a un intervento militare?

«Personalmente credo di no. Sono convinto che Pechino non abbia alcun interesse a conquistare Taiwan con la forza. Un conflitto avrebbe costi enormi e metterebbe a rischio la stabilità che il Partito comunista considera fondamentale. La leadership cinese ragiona su tempi lunghi e ritiene che, in un modo o nell’altro, l’isola finirà gradualmente per avvicinarsi alla Cina continentale».

Anche perché i legami tra le due sponde restano forti.

«Sì. Esistono rapporti economici, familiari e culturali profondi che spesso dall’Europa facciamo fatica a comprendere. La questione taiwanese è molto più complessa di come viene spesso raccontata e non può essere ridotta soltanto a uno scontro tra due sistemi politici».

Guardando ai prossimi anni, quale sarà la vera scommessa della Cina?

«Dimostrare che il salto tecnologico può tradursi in nuove opportunità e in un benessere diffuso. Se riuscirà a redistribuire i benefici della crescita, la leadership avrà ancora un forte consenso. Se invece la nuova economia dovesse aumentare le disuguaglianze o lasciare indietro ampie fasce della popolazione, allora potrebbero emergere tensioni più profonde. È questa la vera partita che la Cina sta giocando oggi».

Foto da Unsplash di Rafik Wahba

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