Da quest’anno l’esame conclusivo delle scuole superiori torna ufficialmente a chiamarsi “esame di maturità”. Un nome che, per generazioni di studenti italiani, ha rappresentato molto più di una prova scolastica: una soglia simbolica, il passaggio verso l’età adulta. Ma proprio questa definizione oggi apre una domanda inevitabile: cosa significa davvero essere maturi nel nostro tempo?

Per lungo tempo la società ha avuto una risposta abbastanza chiara. La maturità coincideva con la fine del percorso scolastico e con l’ingresso in una nuova fase della vita: lavoro, università, autonomia economica, responsabilità personali. I diciotto anni erano considerati un punto di svolta quasi naturale. Non solo perché si acquisivano nuovi diritti — votare, guidare, prendere decisioni legali autonome — ma anche perché culturalmente si riteneva che a quell’età si fosse pronti a diventare adulti.

Nella filosofia e nelle scienze umane questo percorso, almeno nella concezione occidentale ha significato: acquisire responsabilità verso sé e gli altri, agendo razionalmente e non sotto l’impeto di passioni ma con coscienza critica. Ne scriveva Aristotele, per il quale la maturità consisteva con il raggiungimento della piena realizzazione (entelechia) e dell’equilibrio. Più che un’età anagrafica, si tratta del momento in cui l’individuo compie la propria natura razionale attraverso la virtù, la conoscenza e la vita politica.

Per Jean-Jacques Rousseau l’adulto maturo era colui che ha completato un percorso educativo autonomo, diventando un uomo libero e un cittadino consapevole. Essere capaci di governarsi da sé e di entrare nella società senza perdere la propria autenticità. Per il grande filosofo Immanuel Kant la maturità era il coraggio di servirsi della propria intelligenza. Un’ esortazione all’autonomia di giudizio e alla coscienza critica senza rimanere intrappolato negli automatismi abitudinari.

Ma a quel tempo non c’erano diplomi dal valore giuridico e soprattutto non c’era la scuola di massa, che è contraddistinta da un prima e un dopo, dal non essere “maturo” all’esserlo, se così giudica la commissione. Ma la condizione umana è ben diversa come, più di tutti, ci ha insegnato, Henry Bergson distinguendo il tempo della scienza, quello imposto dalla società, razionale, organizzato, standardizzato; da quello della coscienza, come tempo di vita percepito, interiore, soggettivo. Tempi che non coincidono, anzi, spesso, confliggono.

Il tempo della scienza certifica giuridicamente un prima e un dopo; il tempo della coscienza no. Si può essere maturi prima, oppure molto più tardi, altri non lo diventano mai. Perché come ci dice il grande psicologo sociale Erik Erikson non sono stati in grado di costruirsi un ‘identità stabile e coerente ma vivono nella con-fusione, fusi con altro (aspettative e giudizi degli altri, abitudini sedimentate, passioni passivizzanti), insomma, una vita inautentica.

Così la soglia del diventare maturi sfuma. Resta un rito di passaggio: finisce la scuola, finisce la classe, scandito da bottiglie, fiori e festeggiamenti all’uscita dagli orali. C’è sempre bisogno di far festa.

Negli ultimi decenni qualcosa è cambiato profondamente nel modo in cui le società occidentali percepiscono la giovinezza. L’ingresso nell’età adulta si è progressivamente allungato, frammentato, reso meno netto. Si studia più a lungo, si entra tardi nel mondo del lavoro stabile, si lascia più tardi la famiglia di origine. Ma il cambiamento non è solo economico o sociale: è anche culturale.

Viviamo immersi in processi di socializzazione mediatica che tendono a valorizzare la giovinezza permanente. La leggerezza, la flessibilità, la possibilità di “non scegliere ancora” vengono spesso rappresentate come qualità desiderabili. Al contrario, la responsabilità adulta rischia di apparire rigida, pesante, persino poco attraente.

Foto da Unsplash del Museum Victoria

L’età dell’adultescenza

In questo scenario, l’immaturità non è più necessariamente percepita come un limite. Talvolta diventa quasi uno stile di vita. Rimandare decisioni definitive, evitare legami troppo vincolanti, posticipare scelte professionali o familiari può essere interpretato come un modo per mantenere aperte tutte le possibilità.

La chiamano “adultescenza“, perché mette in discussione il significato stesso della maturità nelle società contemporanee. Termine utilizzato per indicare la permanenza prolungata di alcuni giovani adulti in una condizione di transizione, nella quale l’assunzione di responsabilità stabili, l’autonomia economica e la definizione di un progetto di vita vengono rinviate o vissute in modo incerto.

L’adultescenza può quindi essere interpretata come il sintomo di una difficoltà crescente nel rapporto tra individuo e responsabilità pubblica. In una società caratterizzata da opportunità molteplici e percorsi di vita meno prevedibili, la definizione di un’identità stabile può protrarsi ben oltre gli anni giovanili, trasformando una fase transitoria in una condizione permanente, “liquida” per dirla nelle parole di Zygmunt Bauman. In un contesto che privilegia la reversibilità delle decisioni e la continua apertura di nuove possibilità, l’impegno definitivo può apparire come una limitazione della libertà piuttosto che come una sua espressione.

L’adultescenza, tuttavia, non dovrebbe dunque essere interpretata semplicemente come immaturità individuale. È un condizione mentale frutto una delle tensioni del nostro tempo: il conflitto tra il desiderio di mantenere aperte tutte le possibilità e la necessità, per diventare pienamente adulti, di scegliere, assumersi responsabilità e accettare i limiti che ogni scelta inevitabilmente comporta.

Ma se tutto resta aperto, si diventa davvero adulti e quando?

Forse il punto centrale è proprio questo: oggi la maturità non coincide più automaticamente con l’età anagrafica. La maturità diventa sempre più una costruzione personale, quasi una scelta individuale. Non esiste più un percorso obbligato e uguale per tutti. Alcuni raggiungono presto autonomia e consapevolezza; altri restano a lungo in una fase sospesa, in bilico tra dipendenza e indipendenza.

Il ruolo della scuola

Questa trasformazione produce anche conseguenze collettive. Se non esistono più tappe condivise dell’ingresso nell’età adulta, diventa più difficile riconoscere traiettorie comuni tra le generazioni. Genitori e figli, insegnanti e studenti, adulti e adolescenti spesso faticano a comprendersi perché utilizzano mappe culturali differenti.

La scuola, in questo contesto, assume un ruolo ancora più delicato. Non è soltanto il luogo dell’apprendimento disciplinare, ma uno degli ultimi spazi sociali in cui si prova a costruire un’idea condivisa di crescita, responsabilità e cittadinanza. Le scelte scolastiche, professionali e familiari diventano allora momenti cruciali non tanto perché segnano automaticamente l’ingresso nell’età adulta, ma perché costringono a confrontarsi con il principio di realtà, direbbe Freud.

Ed è forse proprio qui che il termine “maturità” conserva ancora un significato profondo. Non indica uno stato raggiunto una volta per tutte, ma un processo continuo: la capacità di assumersi il peso delle proprie decisioni, di affrontare l’incertezza, di costruire relazioni e progetti senza restare eternamente in attesa della vita “vera”.

Foto da Unsplash di Billy Albert

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