La scorsa puntata avevamo visto come, nella prima fase dellโ€™esilio, la Verona di Bartolomeo della Scala aveva offerto a Dante โ€œprimo refugioโ€ e โ€œostelloโ€, anche se per brevissimo tempo. Poi, si sa, la vita del poeta รจ la vita del profugo. Dellโ€™esule. Exul inmeritus โ€“ esule senza colpa โ€“ come Dante stesso si definirร  nelle Epistole. Eppure questo primo soggiorno veronese non pare aver lasciato un bel ricordo nel poeta.

Questo lo vediamo a partire dalle sue opere meno note. Dante, fallita la sua esperienza politica con la condanna a morte, e portata a compimento la sua attivitร  come poeta dโ€™amore (Vita nova), vuole mostrare ai fiorentini ingrati e โ€œscelleratissimiโ€ che razza di intellettuale abbiano osato cacciare e tenta due opere, una filosofica, il Convivio, e una linguistica, il De vulgari eloquentia, nelle quali leggiamo alcune frecciate nei confronti degli Scaligeri e dei veronesi in genere. Soprattutto delle donne veronesi.

Nel Convivio (IV, xvi, 6)leggiamo che โ€œsono alquanti folli che credono che per questo vocabulo โ€˜ nobileโ€™ sโ€™ intenda โ€˜essere da molti nominato e conosciutoโ€™โ€; ovvero รจ sbagliato pensare che โ€œnobileโ€ sia solo chi รจ conosciuto, perchรฉ seguendo questo ragionamento, โ€œAlbuino della Scala sarebbe piรน nobile che Guido da Castello di Reggio: che ciascuna di queste cose รจ falsissimaโ€. Ovvero, Alboino, fratello di Bartolomeo e di Cangrande, solo in virtรน di essere piรน noto, dovrebbe essere anche piรน nobile di Guido da Castello, il che รจ falsissimo. La frecciata รจ chiara: Alboino sarร  conosciuto, ma certo non รจ animo nobile. Dove per nobiltร  intendiamo con Dante una serie di virtรน dello spirito e mortali, che potremmo definire โ€œcortesiaโ€.

Nel De Vulgari Eloquentia (I, xiv, 4-5) la stoccata รจ anche peggiore: parlando dei dialetti e degli accenti, Dante rileva che alcune parlate hanno una pronuncia irsuta, aspra, ispida, al punto che โ€œuna donna che lo parli ti farebbe dubitare, o lettore, che si tratti di un uomoโ€. Tra questi ci sono quelli โ€œche dicono maia!, cioรจ i bresciani, i veronesi e i vicentiniโ€. Se un poโ€™ si possono consolare i veneti, basti pensare che dei romagnoli Dante dirร  il contrario, ovvero che avranno cadenze leziose da far sembrare effemminati tutti i maschi.

Una curiositร  linguistica: quel โ€œmaiaโ€ sul quale i codici sono in dubbio. Alcuni propongono โ€œmagaraโ€, altri โ€œmanaraโ€ e altri appunto โ€œmaiaโ€. Maia รจ quello piรน intuitivo per i veronesi: ovvero, โ€œmagnaโ€, mangia. Per le altre due opzioni, abbiamo il โ€œmanaraโ€ di โ€œmannaiaโ€ e il โ€œmagaraโ€ di โ€œmagari. Personalmente, pur non essendo filologo, accolgo la prima ipotesi, che compare anche nellโ€™edizione a cura di Mirko Tavoni.

Altra cosa degna di nota, per Dante Verona รจ una cittร  โ€œlombardaโ€, cosรฌ come Bartolomeo della Scala sarร  il โ€œgran Lombardoโ€, naturale quindi vedere accostati linguisticamente veronesi e bresciani. Stiamo parlando di due testi che piรน o meno si collocano in un arco di tempo che potrebbe andare dal 1305 al 1308. Ma la bordata piรน significativa รจ quella che troviamo in Purgatorio XVIII, nella seconda menzione diretta e esplicita a Verona.

Io fui abate in San Zeno a Verona

sotto lo โ€™mperio del buon Barbarossa,

di cui dolente ancor Milan ragiona.

E tale ha giร  lโ€™un piรจ dentro la fossa,

che tosto piangerร  quel monastero,

e tristo fia dโ€™avere avuta possa;

perchรฉ suo figlio, mal del corpo intero,

e de la mente peggio, e che mal nacque,

ha posto in loco di suo pastor veroโ€.

Siamo nella cornice degli accidiosi. Le anime per purificare il loro peccato corrono incessantemente, come tebani in pieno furore dionisiaco. Qui incontriamo appunto lโ€™anima dellโ€™abate di San Zeno. Tuttโ€™ora presso lโ€™abbazia abbiamo lโ€™epigrafe, che Dante sicuramente vide (perchรฉ la citazione รจ quasi letterale), dove viene menzionata la notizia di Gherardo II (abate tra il 1163 e il 1187) meritevole della pace di Venezia (1178) tra il papa (Alessandro III) e lโ€™imperatore (Federico Barbarossa). Sappiamo anche che Gherardo fu attivo in questโ€™opera di equilibrio tra potere spirituale e potere temporale, tenendo a bada le famiglie aristocratiche locali piรน ambiziose.

Nelle terzine di cui sopra, lโ€™anima di Gherardo lamenta che al suo posto cโ€™รจ ora un abate indegno, un โ€œraccomandatoโ€, diremmo noi, uno sgraziato, โ€œde la mente peggioโ€, un figlio illegittimo che ha usurpato il posto da vero pastore. Costui รจ Giuseppe, figlio di Alberto della Scala, padre di Bartolomeo e di Cangrande. Probabilmente, come leggiamo nella Vita di Dante di Giuseppe Indizio, la piรน autorevole e recente biografia dantesca, al tempo del primo soggiorno veronese โ€œla veneranda abbazia era ormai lontana dai suoi fasti, tanto piรน che poco incline alle incombenze abbaziali, Giuseppe della Scala preferiva risiedere in cittร , a San Pietro in Monastero, trascurando San Zenoโ€.

San Zeno non รจ piรน un luogo di alta spiritualitร . Il nepotismo ha corrotto lโ€™abbazia. Lโ€™equilibrio tra i due poteri cosรฌ ben tenuto da Gherardo ora รจ compromesso da Giuseppe. Sappiamo anche โ€“ come riferisce Paolo Pellegrini โ€“ che Giuseppe aveva acquisito con la violenza dei beni a Enrico dalle Lamiere, esponente di una nota famiglia cittadina, beni poi restituiti dal fratello Cangrande nel 1314.

Dante probabilmente rivede e โ€œpubblicaโ€ la sua seconda cantica tra il 1314 e il 1315. Se ipotizziamo che Dante avrร  il suo secondo soggiorno veronese, quello piรน importante, sotto Cangrande della Scala, a partire dal 1316, quale sarร  lโ€™opinione della corte veronese nei confronti di un poeta giร  piantagrane di suo e che per di piรน si รจ espresso in maniera cosรฌ poco lusinghiera nei confronti del padre del signore locale?

Questo lo vedremo prossimamente. Ma volevo chiudere proprio con le donne veronesi, che al momento sono state maltrattate, riportando un aneddoto di Boccaccio che potrebbe portare un poโ€™ di leggerezza al tutto. Scrive lโ€™autore nel suo Trattatello in laude di Dante che un giorno Dante, mentre era a Verona, โ€œessendo giร  divulgata per tutto la fama delle sue opereโ€, soprattutto lโ€™Inferno, venne riconosciuto da alcune donne: โ€œDonne, vedete colui che va ne lโ€™inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che lร  giรน sono?โ€

Certo, risponde unโ€™altra, โ€œnon vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che รจ lร  giรน?โ€. Come a dire, guardalo, รจ tutto nero, sembra ancora sporco di fuliggine infernale. Dante sente questo scambio, e da cupo e tetro qual era, gli viene da sorridere โ€œalquantoโ€. E per ora lasciamolo cosรฌ questo nostro Dante, al quale le donne veronesi del โ€œmagnaโ€ o del โ€œmagaraโ€, con le loro pronunce aspre e rozze, riescono comunque a strappare un sorriso.

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