Poi si rivolse, e parve di coloro

che corrono a Verona il drappo verde

per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde.

Questo è il primo riferimento, all’interno della Commedia, alla città di Verona. Siamo nel cerchio settimo, il cerchio dei violenti: le anime corrono su un sabbione ardente. Dante incontra un suo maestro, Brunetto Latini, personaggio di spicco della politica e della cultura fiorentina. A chiusura di canto, il dannato, in un clamoroso sprint finale, raggiunge la masnada delle altre anime, proprio come coloro che corrono il drappo verde a Verona, e sembra esserne il vincitore.

Come sempre con Dante dobbiamo prendere il passo e iniziare a “sbucciarlo”, strato per strato, come se fosse una cipolla (mi perdonerà il poeta per questa similitudine domestica). Brunetto è un maestro per Dante, così almeno sembrerebbe leggendo il canto. Ma è un maestro ambiguo, che chiede di essere ricordato per la sua opera, ma modulato su “un’ottava più bassa di quella del discepolo” (Violetta De Angelis). Ma è un progetto narcisistico, troppo mondano, un progetto che non volge alle stelle.

E il riferimento al palio potrebbe esserne ironica metafora. Così scriveva san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (9,24 -27): “Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? (…) Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato.”

La corona che da sempre ha ambito Brunetto è una corona corruttibile. La meta è altra, la direzione è altra. Questo a voler interpretare la terzina. Ma questo riferimento al palio del drappo verde potrebbe anche rimandare ad altro?

Prima di tutto la corsa del palio è forse la gara podistica più antica al mondo, istituita per commemorare la vittoria del podestà Azzo d’Este sulle forze dei San Bonifacio e dei Montecchi (dal 1208 al 1796, poi ripresa nel 2008).

Veniva svolta la prima domenica di Quaresima con partenza a Santa Lucia, quartiere Tomba, e procedeva poi verso l’attuale Porta Palio e poi passava da Porta Borsari (dove si può vedere la targa commemorativa affissa in occasione del Settecentenario, che menziona proprio il passo in questione).

Si trattava di due gare, una a cavallo (drappo rosso) e una a piedi (drappo verde). Secondo la testimonianza del Lana: “A Verona s’usa di correre al panno verde la prima dominica di quaresima, e correno li uomini nudi”; quindi i corridori partecipavano nudi, e questo è già un primo aggancio suggestivo, perché i dannati di questo girone corrono proprio nudi. Per chi correva a piedi il premio era appunto il prezioso drappo e il premio di consolazione per l’ultimo arrivato era un gallo (che il perdente doveva esibire per la città, a pubblico ludibrio).

Nelle Chiose cassinesi di origini veronesi e redatte nel 1368 leggiamo che ai tempi di Dante al drappo verde gareggiavano solo le donne.  Questo potrebbe essere un ulteriore sberleffo: considerando che il maestro della gloria terrena e effimera lo troviamo in questo girone condannato per sodomia, noi oggi diremmo omosessualità. E quindi, chissà, quasi un attacco alla “femminilità” di Brunetto per il suo orientamento sessuale. Confesso che questo riferimento, comunque autorevole, citato anche da un dantista di rango come Saverio Bellomo a me convince molto meno.

L’ironia è forse ancora più amara, perché Brunetto simbolicamente è sì quello che vince, ma non indosserà mai il drappo, non avrà mai un vestimentum (abito o veste) che potrà coprire la sua nudità, esposta eternamente in una gara senza fine. Ma questo riferimento a Verona, al di là dei riferimenti storico-allegorici, potrebbe anche riguardare direttamente la biografia del poeta.

Entriamo così nel vivo del peregrinare dantesco.

Dante viene condannato all’esilio con gli altri guelfi bianchi nel 1302. Sappiamo da un passo del Paradiso che “primo refugio e primo ostello” sarà la cortesia del “gran Lombardo”, con altissima probabilità Bartolomeo della Scala, fratello maggiore di Cangrande, in carica dal settembre del 1301 al febbraio del 1304.

Quindi, se ipotizziamo che il primo soggiorno veronese è – secondo le parole del poeta stesso – “ostello”, quindi non un periodo lungo, ma un periodo transitorio, forse un’ambasceria, e se incrociamo questo dato con le date del palio verde, possiamo dedurre che Dante avesse visto di persona o la gara del 23 febbraio 1303 o quella del 15 febbraio 1304. Trattandosi di un “primo refugio”, è verosimile che si tratti del 1303.

Quindi in un primo momento Verona è una tra le tappe dell’esilio nel Veneto e non solo; ben diverso sarà il vero soggiorno sotto Cangrande, dove Dante comporrà gran parte del Paradiso. È da notare, attraverso la lettura di altri passi danteschi, che questo primo soggiorno non lascerà nel poeta una buona memoria.

Ma di questo parleremo nel prossimo episodio.

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