Festa del Papà: cronaca di un’assenza istituzionalizzata
Tra congedi minimi, carriere sbilanciate e modelli culturali duri a morire, in Italia la genitorialità resta una questione privata. E profondamente diseguale.

Tra congedi minimi, carriere sbilanciate e modelli culturali duri a morire, in Italia la genitorialità resta una questione privata. E profondamente diseguale.

Puntuale, ogni 19 marzo, Festa del Papà, torna un’immagine che non è quella, patinata, dei bambini con il lavoretto di scuola. È una fotografia più scomoda, quasi fuori fuoco: quella di un padre che, quando nasce un figlio, ha diritto a restare a casa appena dieci giorni. Dieci. Non settimane, non mesi. Giorni.
Il confronto europeo, più che un paragone, è uno specchio impietoso. In Spagna, dal 2021, il congedo di paternità è stato equiparato a quello di maternità: 16 settimane per ciascun genitore, obbligatorie e retribuite. In Svezia, laboratorio avanzato di politiche familiari, il sistema prevede 480 giorni complessivi per coppia, di cui una quota riservata a ciascun genitore e non trasferibile, proprio per incentivare una condivisione reale. In Germania si parla di “Elterngeld”, un’indennità che sostiene economicamente i genitori nei mesi successivi alla nascita, favorendo la partecipazione di entrambi.
E l’Italia? L’Italia resta ancorata a una grammatica familiare che sembra scritta in un’altra epoca. Cinque mesi per la madre, dieci giorni per il padre. Una sproporzione che non è solo numerica, ma simbolica: dice chi deve stare a casa e chi no, chi deve prendersi cura e chi deve continuare a produrre. Dice, in sostanza, cosa ci si aspetta da un uomo e cosa da una donna.
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso, ma sempre con il passo corto delle riforme timide. Il congedo obbligatorio per i padri è stato progressivamente esteso fino agli attuali dieci giorni, ma resta tra i più bassi d’Europa. La direttiva UE sul work-life balance chiedeva agli Stati membri di introdurre almeno dieci giorni retribuiti: l’Italia si è fermata lì, al minimo sindacale. Senza slanci.
Eppure, i dati raccontano che dove i congedi sono più lunghi e condivisi, cambiano anche gli equilibri sociali. Nei Paesi nordici, la maggiore presenza dei padri nei primi mesi di vita dei figli ha effetti duraturi: aumenta la partecipazione femminile al lavoro, riduce il divario salariale, ridefinisce i ruoli dentro e fuori casa. Non è solo una questione di diritti individuali, ma di architettura sociale.
In Italia, invece, il peso continua a gravare quasi interamente sulle donne. Secondo i dati ISTAT, una madre su cinque lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio. Non per scelta, ma per necessità. La maternità resta uno spartiacque professionale: rallenta, penalizza, spesso esclude. E mentre il lavoro di cura continua a essere invisibile e non retribuito, le carriere maschili scorrono su binari più lineari.
Il risultato è un equilibrio fragile, sostenuto più dalle reti familiari che dalle politiche pubbliche. Nonne, soprattutto. Una colonna silenziosa del welfare italiano, che supplisce alle carenze dello Stato. Ma anche questo modello mostra crepe sempre più evidenti: famiglie più piccole, mobilità geografica, invecchiamento della popolazione. Non si può continuare a delegare.
E allora viene da chiedersi: perché? Perché l’Italia non investe su un congedo paritario, come proposto più volte anche nel dibattito politico recente? La risposta ufficiale è quasi sempre la stessa: mancano le risorse. Ma è una spiegazione che regge fino a un certo punto. Perché le risorse, in politica, non sono mai solo economiche. Sono anche una questione di priorità.
Dire che non ci sono fondi significa, in fondo, dire che non è abbastanza importante. Il nodo è culturale, prima ancora che finanziario.
Lo abbiamo visto di recente anche al nostro Festival del Giornalismo, organizzato da Heraldo. Una collega ci ha chiesto di organizzare gli orari del suo panel in modo da poter trascorrere il minor tempo possibile lontano dai figli, nonostante l’evento si tenesse durante il fine settimana. Un’altra, all’ultimo momento, ha partecipato in collegamento streaming per poter stare vicino alla madre, colpita da un malore pochi giorni prima. Infine, una terza collega si è ritirata dall’evento concordato, sempre per poter assistere l’anziana madre, anch’essa in difficoltà di salute.
L’idea che la cura sia un destino quasi esclusivamente femminile e il lavoro una vocazione, al contrario, tutta al maschile continua a orientare le scelte, spesso in modo implicito. Anche quando le famiglie, nella realtà, sono già cambiate. Sempre più padri vorrebbero esserci, fin dall’inizio, non come figure accessorie ma come protagonisti della relazione con i figli. E sempre più madri chiedono di non essere costrette a scegliere tra maternità e lavoro.
La legge, però, racconta ancora un’altra storia.
Così la Festa del Papà diventa, paradossalmente, anche la festa di un’assenza istituzionalizzata. Non dei padri in quanto tali, ma del tempo che viene loro negato. Tempo per costruire legami, per condividere la fatica e la bellezza della cura, per esserci davvero.
E diventa anche, inevitabilmente, la festa amara delle madri. Di quelle che vedono la propria traiettoria professionale piegarsi, spesso spezzarsi, sotto il peso di un lavoro che non compare nei contratti ma riempie le giornate. Di quelle che si sentono dire che “è naturale”, che “è sempre stato così”. Forse il punto è proprio questo: smettere di considerare naturale ciò che è semplicemente consueto.
Se si ritiene che questo equilibrio sia giusto, lo si rivendichi apertamente. Si dica che la cura è un affare femminile e il lavoro un territorio maschile. Sarebbe una posizione chiara, almeno. Ma continuare a nascondersi dietro vincoli di bilancio o mezze riforme significa solo prolungare un’ipocrisia.
Nel frattempo, ogni 19 marzo, continueremo a celebrare i padri. Ma con la sensazione che, più che una festa, sia un promemoria. Di quello che manca.
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