Qual è la situazione dei Balcani oggi, a trent’anni dalle guerre che hanno segnato la dissoluzione della Jugoslavia? E cosa resta di quei conflitti nel presente europeo? Sono alcune delle domande al centro del panel dedicato alla storia e all’attualità dei Balcani, tenutosi il 15 Marzo al Festival del Giornalismo di Verona. Al confronto hanno partecipato la scrittrice Elvira Mujčić, insieme ai giornalisti Joshua Evangelista e Anna Piuzzi.

Dalla Jugoslavia alla frammentazione

A più di trent’anni dalle guerre che hanno segnato la dissoluzione della Jugoslavia, la regione resta un mosaico complesso di identità, memorie e tensioni politiche irrisolte. Un territorio che, non può essere ridotto a un semplice “museo della guerra”, ma che invece rappresenta ancora oggi un laboratorio politico e sociale per l’intero continente.

Come ha detto la scrittrice e giornalista Mujčić: «Per decenni la Jugoslavia ha rappresentato una sorta di cerniera geopolitica tra due blocchi di potere, un equilibrio fragile che permetteva la convivenza di popoli e culture diverse». Con il progressivo indebolimento di quel sistema, però, il paese ha iniziato a disgregarsi. Negli anni Settanta si sono diffuse manifestazioni e movimenti nazionalisti che hanno segnato il passaggio da un modello socialista a un clima sempre più dominato dalle identità etniche.

La memoria dei conflitti del Novecento ha alimentato tensioni profonde. Durante la Seconda guerra mondiale, ad esempio, furono istituiti campi di concentramento da parte di gruppi croati contro popolazioni jugoslave. Ferite mai completamente elaborate che, nel tempo, hanno contribuito a creare frustrazione e risentimento collettivo.

Sarajevo, simbolo europeo

Tra le città simbolo di questa storia complessa c’è Sarajevo. Non solo per l’assedio degli anni Novanta, ma per la sua lunga tradizione di pluralismo culturale. Nel cuore della città convivono infatti luoghi di culto cattolici, ortodossi, ebraici e musulmani: una stratificazione che racconta secoli di convivenza tra comunità diverse.

Joshua Evangelista

Come sostiene il giornalista Joshua Evangelista: «Sarajevo è stata a lungo un vero e proprio metronomo d’Europa». Ciò che accadeva nella città, nel bene e nel male, anticipava spesso dinamiche che poi avrebbero coinvolto l’intero continente. Ridurla oggi a una semplice tappa del turismo di guerra significherebbe ignorare la sua storia di innovazione e pluralità culturale.

Una pace fragile

Gli accordi di pace di Deyton che nel 1995 misero fine alla guerra in Bosnia-Erzegovina hanno fermato le armi ma non hanno risolto le tensioni politiche. Il sistema nato da quei trattati ha diviso il Paese lungo linee etniche, creando territori spesso privi di una reale coesione sociale.

La guerra, in sostanza, si è conclusa con una sorta di sospensione più che con una vera riconciliazione. Ancora oggi la Bosnia-Erzegovina rimane politicamente fragile, mentre nei Balcani continuano a emergere crisi diplomatiche, come dicono anche le parole di Mujčić: «Le tensioni tra Serbia e Kosovo, sono legate anche al mancato riconoscimento dell’indipendenza kosovara da parte di Belgrado».

Elvira Mujicic

La memoria divisa

Uno degli aspetti più delicati riguarda la costruzione della memoria storica. In Bosnia il sistema educativo riflette ancora le divisioni del conflitto: citando le parole del giornalista Evangelista: «I programmi scolastici e libri di storia possono cambiare da un cantone all’altro, offrendo versioni differenti degli stessi eventi. In alcune aree, studenti appartenenti a gruppi etnici diversi frequentano persino classi separate o studiano a turni».

Questa frammentazione rende difficile la costruzione di una memoria condivisa e ostacola la nascita di nuove relazioni tra le generazioni più giovani.

Alcuni gruppi di giornalisti e studiosi stanno cercando di promuovere materiali didattici comuni per raccontare in modo più equilibrato il passato, ma l’adesione delle istituzioni resta limitata.

La rotta balcanica

Negli ultimi anni la regione è tornata al centro dell’attenzione anche per un altro motivo: la cosiddetta rotta balcanica delle migrazioni. Dal 2015 centinaia di migliaia di persone provenienti da paesi come Siria, Afghanistan, Burundi e Pakistan hanno attraversato questa area per tentare di raggiungere l’Europa occidentale.

La Bosnia-Erzegovina, ancora segnata da fragilità istituzionali ed economiche, si è trasformata in un punto di stallo per molti migranti. In alcune zone di frontiera si sono verificati anche casi tragici di persone morte tentando di attraversare fiumi o confini sorvegliati.

In risposta, la giornalista Piuzzi ha riferito che «gruppi di attivisti e volontari hanno avviato iniziative per identificare le vittime e garantire loro una sepoltura dignitosa, creando database e archivi di DNA per restituire un nome a quelli che vengono definiti “i morti d’Europa».

Anna Piuzzi

Le donne e la ricostruzione

Nonostante il contesto complesso, esistono anche esperienze di ricostruzione sociale. In diverse aree della Bosnia gruppi di donne hanno dato vita a cooperative agricole e progetti di economia locale.

Un esempio, citato dalle parole della giornalista Piuzzi, è «quello della cooperativa “Frutti di Pace” che producono marmellate e altri prodotti agricoli: iniziative nate non solo per creare lavoro, ma anche per ricucire i legami tra comunità divise dalla guerra».

In questi progetti la nazionalità conta poco: l’obiettivo è ricostruire relazioni e fiducia reciproca. In un territorio segnato da emigrazione e difficoltà economiche, queste reti rappresentano uno dei pochi spazi di dialogo concreto.

La sfida della memoria

Tra le proposte più simboliche emerse negli ultimi anni c’è anche l’idea di creare nei Balcani i “Giardini dei Giusti”, luoghi dedicati a chi durante la guerra ha salvato persone appartenenti ad altri gruppi etnici. Un modo per raccontare anche le storie di chi ha scelto la solidarietà invece dell’odio.

Tuttavia il progetto incontra ancora forti resistenze. In una società dove le identità restano fortemente polarizzate, riconoscere che qualcuno abbia aiutato “l’altra parte” senza interesse personale è spesso percepito come un tradimento.

Un monito per l’Europa

I Balcani restano dunque una regione chiave per comprendere le fragilità dell’Europa contemporanea. Le tensioni politiche, la gestione delle migrazioni e la difficoltà di costruire una memoria condivisa mostrano quanto sia complesso trasformare la fine di una guerra in una pace duratura.

Come ricordano le parole di molti giornalisti e studiosi, tra cui Mujčić, Evangelista e Piuzzi: «La lezione più importante riguarda il linguaggio e la politica: quando l’idea della guerra diventa inevitabile nel discorso pubblico, il rischio è che la società finisca per accettarla come normale». Ed è proprio in quel momento che la storia può ripetersi.

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