Dopo aver proposto una prima selezione di letture consigliate, proseguiamo oggi con qualche altro suggerimento di libri da portare sotto l’ombrellone in spiaggia o in qualche rifugio di montagna. Per ritrovare o scoprire vecchi e nuovi titoli.

Con Calvino lungo Il sentiero dei nidi di ragno

Nel centenario della nascita di Italo Calvino (15 ottobre 1923 – 19 settembre 1985) proponiamo la rilettura del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, dato alle stampe nel 1947 dall’editore Einaudi, presso cui l’autore lavorava.

Amico di Elio Vittorini, Cesare Pavese e Natalia Ginzburg, Calvino occupa un posto importante nella letteratura del secondo Novecento.  Sperimentò molti generi, caratterizzandosi sempre per una ricerca personale vissuta con impegno politico e civile, non senza ironia. In questa prima prova narrativa condensò, trasfigurandola, la sua esperienza partigiana nella brigata Garibaldi.

Il personaggio principale non è l’eroe adulto che combatte dalla parte giusta, ma Pin, un ragazzino orfano di madre e senza padre, ribelle per necessità, con una sorella che si prostituisce ai tedeschi e coetanei che lo snobbano.

Ambientato nelle colline liguri della riviera di Ponente, che l’autore ben conosceva per averci abitato da quando aveva due anni, racconta la guerra e la resistenza con un occhio bambino, privo dei riferimenti e dei preconcetti di un adulto.

Rubare, maneggiare e nascondere una pistola, dove i ragni fanno il nido, diventa un’avventura e poco importano il carcere e le botte, contano invece gli incontri in cui Pin cerca modelli da imitare e amicizia.

La sua formazione, nel passaggio a una maggiore consapevolezza di intenti, si svolge all’ombra di figure adulte senza particolari meriti o coraggio, nel contesto della natura.

La guerra è sullo sfondo, come le azioni di guerriglia dei partigiani, solo un’eco per Pin, bambino di dieci anni senza affetti, allo sbando tra una famiglia inesistente e una realtà in cui deve trovare il suo posto, il suo nido.

Le Ragazze perbene di Olga Campofreda

Ragazze perbene, di Olga Campofreda (NNEditore, 2023) è un romanzo che si sente onesto, tanto da sembrare un memoir, cosa che non è. É invece il racconto del ritorno a casa di una espatriata, per il matrimonio della cugina. La protagonista infatti vive a Londra dove insegna italiano a privati, in attesa di avere il tempo e il modo di “scrivere”.

Ha una storia non ben definita con un tale e fa capire di essersi adeguata a rapporti piuttosto occasionali. Ma il ritorno nella città natale, Caserta, la costringe a confrontarsi con i famigliari e le loro aspettative, che cerca di arginare da tempo, e con le amiche, tutte nel frattempo maritate.

In realtà la facciata dei loro matrimoni è uno specchietto per le allodole e tutte queste “ragazze perbene” nascondono una quota di fragilità. Infatti non sono esattamente delle “brave ragazze”, sono solo accomunate da un identico percorso tracciato dalle loro famiglie in tappe prevedibili: la scuola dalle monache, l’adolescenza con il primo amore, il fidanzamento, il matrimonio con l’abito bianco e la grande festa, i figli, un lavoro, forse.

Il romanzo è ambientato attorno alla reggia di Caserta e vale la pena di sottolinearlo perché la provincia, con i suoi riti e la sua intrinseca chiusura, è un aspetto importante del libro. In provincia occorre appiattirsi su determinati modelli, pena lo “scuorno”, cioè la vergogna, pagandone il prezzo in termini di autenticità.

É in questo che devia Clara, la protagonista, scegliendo di non adeguarsi e cercando una sua identità altrove, salvo poi stabilire delle connessioni preziose per una sintesi di serenità.

L’autrice, per sua ammissione, ha fatto alcuni prestiti a Clara: anche lei di Caserta, anche lei vive e lavora a Londra, dove insegna scherma ed è ricercatrice in Italian and Cultural studies. Dopo alcuni racconti di viaggio e il saggio Dalla generazione all’individuo. Giovinezza, identità, impegno nell’opera di Pier Vittorio Tondelli (Mimesis, 2020), questo è il suo primo romanzo.

Rinascere a Venezia dopo un hippie trail

Abbiamo già presentato la veneziana Elisabetta Baldisserotto, che ritorna quest’anno con un romanzo completamente diverso, Gli occhi di Shiva (Ronzani editore, 2023). Non c’è indagine poliziesca, non c’è, almeno apparentemente, analisi psicanalitica, ma c’è ancora e sempre Venezia, sotto forma dell’isola lagunare di Santa Maria delle Grazie, sede dell’Ospedale per le malattie infettive, fino a qualche anno fa.

É qui infatti che finisce la protagonista, Linda, per curarsi l’epatite virale, la scabbia e altro, contratte in India, dove è rimasta alcuni mesi, come molti altri giovani che, dalla metà degli anni Sessanta, cercavano un modo di vivere alternativo, attratti dalla meditazione e dalla ricerca di valori assoluti.

In un percorso che li portava, dalla Grecia alla Turchia, poi in Iran, Afghanistan, Pakistan fino in India, si incontravano con tanti altri giovani provenienti da diverse parti del mondo, provavano droghe leggere e pesanti, infrangevano tutte le regole in cui erano cresciuti, immersi in viaggi psichedelici a volte non ritornavano nei loro Paesi, inghiottiti dal ventre indiano, mentre altri ne rimanevano segnati nel corpo e nella mente per sempre.

Invece Linda, partita il 10 marzo 1977, con l’ultimo barlume di razionalità riesce a ritornare e in ospedale comincia un percorso di rinascita perché oltre alle cure mediche, grazie alle compagne di stanza, ripensa la sua esperienza, con le motivazioni che l’hanno indotta e cresce, di giorno in giorno, in consapevolezza.

Dapprima cerca di sfuggire alle domande delle compagne, così distanti da lei per età ed estrazione sociale, poi cautamente comincia a cogliere gli aspetti che le caratterizzano e, attraverso conversazioni sempre più intime, si crea tra loro una vicinanza e un’empatia che la rimette in sesto, facendole scorgere la possibilità di un futuro accettabile.

Non si parlava e leggeva da tempo dell’hippie trail, era relegato nel dimenticatoio, anche per il costo umano che ne è seguito, ma il pregio di questo romanzo è proprio di svelarne gli aspetti più scabrosi e il sogno che vi si accompagnava.

Le quattro ragazze Wieselberger – Fausta Cialente

Come rilettura proponiamo Le quattro ragazze Wieselberger di Fausta Cialente (La Tartaruga, 2018). Il memoir, Premio Strega 1976, ebbe il merito di riaccendere l’interesse sull’autrice, conosciuta soprattutto per le opere ambientate in Egitto: Cortile a Cleopatra (1936), Ballata Levantina (1961), Natalia (1930).

Vi si narra le vicende di una famiglia triestina di profonda cultura musicale e di salda fede irredentista dall’inizio del secolo Ventesimo alla seconda guerra mondiale. La madre di Cialente era la più piccola delle sorelle, sposò un ufficiale italiano di famiglia abruzzese e con lui ebbe una vita senza agi, di traslochi frequenti e rare gioie.

Per l’autrice (1898 – 1994) proprio la famiglia della madre rappresentò la continuità degli affetti e delle tradizioni, in contrasto con la sua infanzia e adolescenza sradicate.

Nel libro si scoprono le sorti delle sorelle Wieselberger, la Trieste multietnica e cosmopolita, e poi l’esilio, per due di loro, da “rifugiate di lusso” in Italia.

Una figura influente è il nonno musicofilo, insegnante e direttore d’orchestra, che amava organizzare concerti anche in casa.

Su tutto aleggia un robusto senso di appartenenza italiana e un tenace razzismo verso gli sloveni.

Cialente sposa nel 1921 il compositore e critico musicale Enrico Terni, la cui famiglia da tre generazioni vive ad Alessandria d’Egitto. I coniugi trascorrono, prima ad Alessandria e poi al Cairo, tutto il periodo del fascismo, facendo opera di controinformazione alla propaganda del regime italiano. Durante il conflitto, l’autrice si impegna in prima persona conducendo una trasmissione per la radio inglese.

Torna in Italia nel 1946, separandosi dal marito, per stare vicino alla madre, rimasta sola si mantiene collaborando a diverse testate giornalistiche.

Nel libro altre tracce della sua vita in Kuwait e in Inghilterra, da “straniera dappertutto”, come si definì lei stessa in un’intervista a Sandra Petrignani per Il Messaggero (poi raccolta nel volume Le signore della scrittura, La Tartaruga, 2022).

Nonostante il grande spazio dedicato al soggiorno egiziano, nel libro non si trova traccia della vita quotidiana, con gli odori e i sapori levantini, quella bisogna cercarla in altri suoi libri, tutti disponibili in ristampa, come Cortile a Cleopatra, il suo preferito.

Un breviario di politica secondo Carofiglio

Gianrico Carofiglio ha una penna notoriamente affilata e con estremo garbo e altrettanta chiarezza chiama le cose per nome sovente indirizzandosi al “potere” e lo fa anche nel libro Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose (Feltrinelli, 2020).

Gentilezza che non è semplicemente buone maniere, ma “metodo per affrontare e risolvere i conflitti” e coraggio che non disconosce la paura, essendo invece “virtù civile e veicolo del cambiamento”, due strumenti che per l’autore servono a contrastare l’esercizio ambiguo del potere.

“Gentilezza insieme a coraggio (in realtà le due caratteristiche, correttamente intese, sono inscindibili) significa prendersi la responsabilità delle proprie azioni e del proprio essere al mondo. In modo ancora più sintetico: accettare la responsabilità di essere umani”. scrive l’autore nel volume.

Il libro si pone come una sorta di compendio di regole per praticare la politica, quindi si rivolge a chi detiene il potere ma anche ai cittadini consapevoli, non sudditi, che il potere non l’hanno, perché possano imparare a porsi e porre domande.

L’autore trae esempio dalle discipline orientali di lotta, cita filosofi, linguisti, rivaluta l’azione fondamentale dell’ascolto, approfondisce la differenza fra comunicare e manipolare.

Intende l’umorismo come la capacità di cogliere il ridicolo in noi stessi, onde evitare “scivolamenti individuali e collettivi verso pratiche tossiche di tipo narcisistico”.

Si rivela una lettura scorrevole e utile e, nonostante il libro sia uscito tre anni fa, appare sorprendentemente attuale, come fosse stata scritta per questi giorni.

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