In anticipo rispetto alle vacanze natalizie del 2024, lo scorso dicembre usciva il primissimo trailer internazionale di Warfare – Tempo di guerra. Benché realizzato dalla casa produttrice A24, che ha saputo conquistare la fiducia di spettatori appassionati e non, le prime aspettative del pubblico non erano delle più promettenti.

Non sembra esattamente il periodo storico migliore per raccontare una missione militare filoamericana, poiché può rappresentare un deciso passo verso la propaganda e lo schieramento morale. La mossa che nessuno si aspetterebbe da una casa produttrice che sta ormai svolgendo il ruolo di fiero portabandiera di un movimento non convenzionale rispetto alle tipiche produzioni hollywoodiane delle più grandi major, dando sempre più spazio a nuovi autori e sconfinando in più generi e tematiche. Ma questa è l’ennesima pellicola che sottolinea, in un momento importante per le sale dei cinema, quanto gli autori e la loro visione siano la chiave per ottenere risultati soddisfacenti.

Warfare (dal titolo americano abbreviato) narra di una missione speciale realmente avvenuta nel 2006 con i Navy SEAL impegnati nella regione iraqena di Ramadi. L’obiettivo delle truppe bersaglieri consisteva nel presidiare una zona residenziale all’interno di un territorio controllato dal movimento terrorista Al-Qaida, consentendo alle truppe di terra dell’esercito americano di poter passare incolumi. I militari tuttavia entrarono inconsapevolmente in un appartamento collocato vicino ad una zona insurrezionista, trovandosi a dover lottare per la sopravvivenza individuale e del gruppo.

La particolarità della vicenda si trova nei singoli protagonisti. Diretto da Alex Garland e Ray Mendoza, quest’ultimo è stato attivo partecipante alla missione. Si è quindi trovato a lottare con i suoi compagni d’armi per un obiettivo comune. Il film realizzato prende gli individui realmente esistiti e le loro memorie, che svolgono nel loro insieme la funzione della sceneggiatura. Nessun evento che non sia ricordato Mendoza, o dai suoi colleghi, è stato inserito nell’opera finale, che di fatto risulta interamente basata sui ricordi.

Ricordi che però si sono affievoliti in Elliott Miller, fratello d’armi di Mendoza e sfortunato protagonista della pellicola. Il soldato, interpretato da Cosmo Jarvis (Annientamento, The Alto Knights), ha perso la maggior parte dei vividi momenti della vicenda, portandolo a inviare addirittura delle mail ai propri colleghi contenenti domande e dubbi. Mendoza ha così deciso di realizzare, con l’aiuto del plotone e del regista britannico, un’opera iperrealistica ai massimi livelli, per poter rispettare gli eventi vissuti ed al contempo raccontarli visivamente a Miller.

Trailer ufficiale italiano del film

Dietro e davanti la camera da presa

Mendoza prima di questo esordio dietro la camera da presa, ha collaborato con diverse produzioni hollywoodiane negli anni, fra cui il primo Jurassic World (2015) e la serie The Terminal List (2022), come consigliere tecnico nelle scene di azione militare. È stato proprio questo ruolo a permettergli di conoscere Garland durante la produzione di quel maestoso capolavoro che è Civil War (2023), colpevole solo di non aver potuto fare incetta di premi internazionali che avrebbe meritato di ottenere. Garland non ha bisogno di presentazioni. Scrittore di romanzi come The Beach, storico sceneggiatore e collaboratore nei film del connazionale Danny Boyle (28 Giorni Dopo, Sunshine). Nel 2014 si presenta come regista al grande pubblico con Ex Machina, per poi produrre e dirigere numerosi progetti fino ad arrivare a stringere un sodalizio con A24 e realizzare due film di guerra consecutivi.

Fra i membri principali del cast troviamo Will Poulter, Joseph Quinn, Kit Connor, Noah Centineo, Michael Gandolfini e D’Pharaoh Woon-A-Tai nel ruolo dello stesso Ray Mendoza.

Foto promozionale di I Wonder Pictures

La verità come mai vista prima d’ora

Iperrealismo è la parola guida e chiave dell’opera. Siamo fin dai primi frame avvertiti della base realistica del racconto che ci apprestiamo a vivere come spettatori. Ma tale testimonianza parte con un inizio anticlimatico, unico ma essenziale poiché una storia di un gruppo non può esimersi dal coinvolgere la nostra mente nel loro status di appartenenza. Il brano Call On Me di Eric Prydz rappresenta un breve assaggio di una colonna sonora che sparirà immediatamente e non riapparirà più.

Nel neorealismo italiano del post Seconda Guerra Mondiale i grandi autori e registi si lamentavano appunto della costante e fastidiosa presenza della musica extra-diegetica nelle loro opere, che toglieva quell’atmosfera realistica che tanto si impegnavano a perseguire. Atmosfera che invece viene realizzata magistralmente in questo film, grazie al sound design del premio Oscar Glenn Freemantle (Gravity, Civil War). L’operato di Freemantle è il tocco definitivo nel segno dell’esperienza immersiva. Non esiste un solo momento, dall’inizio alla fine della missione, in cui lo spettatore trova un’uscita dall’orrore che i soldati stanno vivendo. Il suono meccanico degli spari ha svolto una funzione fondamentale per gli attori protagonisti per entrare negli schemi dell’azione, ma anche per lo spettatore che si trova di fronte a un film di guerra cruda e percepibile all’orecchio in sala.

Foto promozionale di I Wonder Pictures

Come ogni opera di Garland, i movimenti di camera uniti al montaggio sono cinici, precisi e senza sbavature. Mendoza ha volontariamente lavorato con le memorie e la presenza sul set, di Miller e gli altri militanti, dal punto di vista dei tempi. Il tempo del film, ossia della proiezione, coincide con il tempo della storia raccontata. Non ci sono particolari stacchi che fanno pensare a un’abbreviazione o un allungamento della vicenda narrata. In caso di un intervallo programmato nella proiezione, lo stacco è minimamente percepibile. La stretta connessione con il gruppo d’assalto è incentivata dalle loro azioni che dettano il ritmo dell’opera.

L’atmosfera cade poi nel macabro, mostrando il dolore più esplicito degli stessi soldati, che rimangono inevitabilmente danneggiati dagli attacchi ripetuti, e dei civili che invece sono servi della paura e dell’impotenza. Se le aspettative generali parlavano di un film propagandistico e moralmente discutibile, la verità è che non c’è il minimo tempo per entrare in empatia con i protagonisti. L’opera va severamente dritta al punto, senza possibilità di potersi schierare. L’obiettivo non è quello di far capire il perché di quella missione, ma di spiegare lo svolgersi dell’azione e le decisioni rapide e dolorose poste sempre di fronte ai combattenti.

Foto promozionale di I Wonder Pictures

La mancanza di una morale e di un messaggio positivo o negativo, tradizionalmente presente nelle produzioni dello stesso genere, rimuove totalmente il dramma quasi romantico a cui siamo abituati. Mendoza e Garland promettevano di portare a schermo il film di guerra più realistico e veritiero mai realizzato. La sensazione è che ci siano riusciti nel più freddo dei modi.

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