Indubbiamente è stata una delle sorprese della tornata elettorale europea dei giorni scorsi. Il risultato di Alleanza Verdi e Sinistra, attestatosi al 6,8% su scala nazionale – grazie anche al voto di tantissimi giovani – ha dato ragione a Bonelli e Fratoianni e alle loro scelte. Una campagna elettorale che ha puntato su alcuni nomi importanti (come quelli di Mimmo Lucano, neo sindaco di Riace, e Ignazio Marino) e sulla candidatura controversa di Ilaria Salis, che però ha incontrato il favore di migliaia di persone.

A Verona AVS ha ottenuto oltre 23mila voti (8,62%), di cui solo 8mila sono stati raccolti dalla candidata Jessica Cugini, giornalista di Nigrizia e consigliera comunale.

Cugini, il suo partito ha ottenuto un buon risultato, fra i più positivi di questa tornata elettorale. Qual è il suo commento?

«Si, è vero, abbiamo ottenuto un buon risultato, ma per chi ha fatto la campagna elettorale si percepiva, al di là dei sondaggi, che sarebbe andata bene. C’era la voglia di partecipazione, di far sentire la propria voce. Ho incontrato un grande entusiasmo e questo credo che si sia visto anche nel voto dei giovani, sia quelli che vivono qui sia quelli fuori sede, che hanno deciso di usufruire di questa possibilità capendone l’importanza. È solo il primo passo. È un buon risultato che però ci ha meravigliato solo fino a un certo punto.»

Molti hanno attribuito all’effetto “Salis-Lucano” questo risultato. Ritiene che sia stato davvero così o c’è qualcosa di più?

«Credo che abbia contribuito. Non solo Salis e Lucano, ma anche Grassadonia, Marino e, nel mio piccolo, a Verona anche Cugini. Credo che, in particolare, abbia contribuito il fatto che in campagna elettorale abbiamo portato le nostre storie, i nostri percorsi, le nostre battaglie. La Salis è stata tanto criticata, ma la sua era una battaglia di bandiera. Il fatto, ad esempio, di aprire il dibattito a un tema spinoso come quello delle carceri, che noi abbiamo declinato anche a livello nazionale, è stato importante.

Non è un caso se oggi nelle carceri non possiamo entrare, così come non possiamo entrare nei CIE e nei CAS. C’è in generale un non detto che va smascherato. In Italia c’è una giustizia che è sempre e solo punitiva. E poi c’era anche il tema del reato ideologico, di chi va in piazza e protesta e viene incarcerato. E questo è un problema che per fortuna la gente ha capito.»

Dalle parti del centro-sinistra ha fatto bene anche il PD mentre hanno clamorosamente fallito l’appuntamento sia Azione di Calenda sia gli Stati Uniti d’Europa del duo Bonino-Renzi. Come ve lo siete spiegato?

«Sono contenta del risultato del Partito Democratico della Schlein. Penso che il Paese abbia bisogno dell’idea di svoltare a sinistra. In un momento in cui fascismi, un certo tipo di linguaggio violento, i Vannacci, gli attacchi ai consultori e alle famiglie arcobaleno rappresenta una risposta di chi vuole avere la possibilità di credere che ci sia ancora, da qualche parte, uno zoccolo duro nel centro-sinistra. È stata anche una risposta a chi pensava di poter fare una politica di un piede in due scarpe. In Italia si tende a scegliere l’originale. A destra si sceglie Meloni e a sinistra si scelgono PD e AVS. Non c’è spazio per i cloni o per chi non ha una identità chiara.»

A livello suo personale ha ottenuto ottomila voti. Un risultato che era difficile da ipotizzare alla vigilia. Cos’ha colpito gli elettori, secondo lei, della vostra proposta?

«Credo che abbia pagato la credibilità della proposta. Ci siamo espressi sulla guerra, sulle tematiche sociali, il diritto al salario minimo. E credo che gli ottomila voti siano il frutto di questo tipo di coerenza.»

Il voto arrivato dall’estero (e formato in grandissima parte da giovani e giovanissimi) è andato quasi tutto alle coalizioni di centro-sinistra. Ancora una volta si conferma una gioventù più incline ai messaggi progressisti di giustizia e attenzione alla pace e all’ambiente, mentre l’elettorato più anziano ha confermato le proprie tendenze conservatrici. Cosa si può fare per scardinare questo schema e pescare voti anche negli elettori più anziani, che – anche per questioni demografiche – avranno un peso sempre maggiore nelle prossime elezioni?

Jessica Cugini con Roberto Salis

«Il voto dei giovani è stata una bella soddisfazione. Ci racconta di pace, di ambiente, di giustizia. Non sono tematiche banali, ma sono state declinate forse non con altrettanta fermezza dagli altri partiti. Ho partecipato a tante assemblee negli istituti. I giovani avevano bisogno di capire. C’è una frase che amo molto, di Berlinguer, che dice che c’è bisogno di loro, dei giovani, e se loro sanno rispondere ci potremo salvare tutti. Anche l’incitazione gramsciana “istruitevi, agitatevi e organizzatevi” è importante. Il modo migliore per scardinare gli elettori più anziani e più disillusi deve partire da lì.

Da questi ragazzi che hanno votato e che devono capire che le battaglie sono trasversali e si devono tenere tutte insieme. Il fascismo ha sempre avuto paura delle battaglie che si facevano dentro le fabbriche ma che coinvolgevano anche gli universitari. Questo, in passato, ha fatto sì che la sinistra crescesse. Oggi dobbiamo rendere le battaglie transnazionali. Dobbiamo portare i disillusi di nuovo al voto e credo che lo si possa fare mettendo insieme più tematiche.»

Al di là di tutto le destre estreme hanno avuto un exploit in Francia e Germania, oltre che in Paesi meno importanti come l’Austria, ma per il resto le realtà più europeiste hanno tenuto, come in Spagna e proprio in Italia. La campagna elettorale, su questo fronte, è stata particolarmente dura… quali saranno ora i prossimi passi per sconfiggere questa piaga nazionalista-estremista?

«C’era grande preoccupazione. È vero che c’è un crescere generale delle destre, ma alla fine questa crescita non è stata così paurosa e grossa come si temeva. Certo, Francia e Germania preoccupano più di altre parti. C’è una piaga nazionalista ed estremista che va combattuta. Bisogna mettere in rete tutte le forze antifasciste europee. È l’unica modalità che abbiamo per tenere alta la capacità di rispondere a questa ondata. Di Europa, però, si è parlato davvero poco. Si è parlato del mettere il nome Giorgia sulla scheda elettorale o della decima di Vannacci. Non dobbiamo farci irretire e fare il loro gioco. Dobbiamo invece riportare le tematiche vere al centro.»

Mimmo Lucano e il suo modello-Riace hanno fatto breccia in tanti cuori. Lei è anche consigliera del Comune di Verona: ritiene possibile riuscire a instaurare quel tipo di modello in una città come Verona?

«Magari si potesse fare anche qui. Ma Riace è un piccolo paese, Verona una città medio-grande. Però è il vento che si può riportare qui da noi. A Verona abbiamo tante persone che non trovano posto dove andare ad abitare, abbiamo il Laboratorio Paratodos, dove accanto abbiamo un’occupazione in atto. Io spero che la nostra città possa diventare uno spazio abitativo dove trovare un modello nuovo: spazi di coabitazione, un albergo sociale. Abbiamo tanti immobili chiusi e non utilizzati. Io da tanto chiedo alla mia amministrazione una risposta in questo senso sul Ghibellin fuggiasco. Vorrei un cambiamento del regolamento della polizia municipale su quel che riguarda il decoro e il daspo alle persone senza dimora. Un modello è possibile solo se la politica lo vuole veramente. Il risultato in questa città ottenuto dalla nostra alleanza significa che c’è un pezzo di società veronese che vuole un altro tipo di modello.»

Jessica Cugini con Nicola Vendola

Non si può arginare un fenomeno complesso come quello dell’immigrazione, che va invece gestito con regole e progetti europei che coinvolgano tutti i Paesi membri. Cosa occorre fare su questo tema?

«Intanto ripartire dal patto europeo, che è miserabile. Esternalizzare le frontiere, fare patti con la Libia e l’Albania non è la soluzione. Le persone non possono essere pensate come pacchi da spostare. Abbiamo necessità di riconoscere il diritto degli altri. Al momento non c’è un modo regolare per arrivare in Italia e in Europa per queste persone. Noi dobbiamo restituire questo modo regolare di spostamento. Ce lo dice la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.»

Questione Ucraina: voi siete contro l’invio di armi a Zelensky, i quali – senza questo tipo di aiuto – avrebbero già perso una guerra che si è nel frattempo impantanata in una situazione di stallo. A livello diplomatico quale può essere la chiave per uscire da questa situazione?

«A livello diplomatico è innanzitutto quello del cessate il fuoco e del ritiro delle truppe russe dalla terra ucraina, da una parte, e una conferenza multilaterale e di pace quanto prima, dall’altra. Bisogna sedersi attorno a un tavolo. Sono passai più di due anni da quando abbiamo cominciato a dirlo. C’è stato un crescendo del numero dei morti, ma in Ucraina aumentano i numeri anche di chi diserta.

La chiave diplomatica è necessaria. Le guerre non si vincono più sul campo. Fa paura che Stoltenberg e Macron facciano appello all’utilizzo delle armi NATO sul territorio russo. L’Europa deve rivendicare un ruolo di pace, nel solco di quanto deciso a Ventotene, quando si pensava a un continente unito proprio per garantire la pace, più che per questioni economiche. O ritroviamo quei valori o siamo destinati a soccombere in una terza guerra mondiale.»

L’elezione negli USA di novembre può dare un ulteriore scossone a questo tipo di visione?

«I candidati fanno paura, perché entrambi guerrafondai. E questo mette nuovamente al centro una necessaria rivisitazione degli equilibri internazionali. Solo un’Europa forte può farlo. Il fatto che non ci sia stato uno scossone alle elezioni induce a pensare che si possa ottenere un riequilibrio diplomatico nei confronti degli USA.»

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