A fine marzo Francesca Albanese, Special Rapporteur dell’ONU sullo stato dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, ha relazionato il Consiglio per i diritti umani di Ginevra presentando un rapporto dal titolo “Anatomia di un genocidio”. Pesante la sua introduzione, in cui racconta di aver assistito al «peggio di cui l’umanità sia capace» e considera ormai «superato il limite oltre il quale si deve parlare di genocidio».

Definizione di genocidio

Secondo il diritto internazionale, si definisce genocidio un insieme coordinato di azioni o inazioni, con l’intento di distruggere, in parte o completamente, un gruppo etnico, razziale, religioso o politico. Albanese accusa senza mezzi termini Israele di aver commesso tre di queste azioni: dolore fisico e psicologico inflitto al gruppo, imposizione di condizioni di vita studiate per portare alla distruzione fisica e infine introduzione di misure tese a evitare nuove nascite palestinesi. E pensare che non aveva ancora visto le immagini dell’ospedale raso al suolo, di nuovo.

«Il genocidio di Gaza è la fase estrema di un lungo processo coloniale di cancellazione dei nativi, – continua Albanese nel suo discorso all’ONU. – Per oltre 76 anni Israele ha oppresso i Palestinesi in ogni modo immaginabile, privandoli del diritto inalienabile all’autodeterminazione demografica, economica, culturale, politica e territoriale. L’amnesia dell’Occidente ha condonato il piano coloniale di insediamento e ora si vedono i frutti amari di tale impunità».

La reazione di Israele

Israele non ha partecipato attivamente alla discussione ma rilasciato un comunicato stampa in cui rifiuta il rapporto di Albanese, definendolo «un’inversione oscena della realtà, in cui si tenta una distorsione oltraggiosa della Convenzione sui genocidi, svuotando la parola del suo significato speciale e trasformando la Convenzione stessa in uno strumento in mano ai terroristi».

Un tale commento stride non poco con un altro rapporto, quello fornito dall’Alto Commissariato ONU per i diritti umani sugli insediamenti israeliani nei territori occupati, che evidenzia una drastica accelerazione dei casi di discriminazione, oppressione e violenza contro i Palestinesi nel periodo analizzato (novembre 2022-ottobre 2023).

Costruzione e distruzione

In Cisgiordania si sono ora 700.000 coloni israeliani, che vivono in 300 villaggi fortificati, tutti illegali ai sensi del diritto internazionale. Nell’anno esaminato sono state approvate 24.300 nuove unità abitative, il record da quando è iniziato il monitoraggio nel 2017, in linea con il programma di annessione illegittima dei territori allo Stato di Israele che ha visto anche il trasferimento di poteri amministrativi dai militari a civili. Nello stesso periodo sono state demolite 917 abitazioni palestinesi, di cui 210 a Gerusalemme est, con migliaia di nuovi profughi.

Fino a settembre 2023, l’ONU ha inoltre registrato 835 incidenti di violenza contro i Palestinesi, in molti casi espropriati dalle loro case, altro record negativo. E nei giorni dal 7 al 31 ottobre ci sono stati altri 203 attacchi da parte dei coloni, con otto Palestinesi uccisi. In almeno la metà di tali scontri, si è registrato il coinvolgimento dell’esercito, come scorta e anche come supporto attivo negli attacchi.

A fine ottobre erano state distribuite circa 8000 armi d’assalto alle “squadre di difesa” degli insediamenti, formate da civili, sia chiaro, ed equipaggiamento tattico militare. Un civile che ne uccide un altro con la compiacenza dell’esercito: sembra davvero un quadro desolante, quello riportato dall’ONU.

E il mondo “civile” parla soltanto

Le condanne contro Israele sembrano parole vuote, un modo per alleggerire la propria coscienza invece di provare ad agire veramente. Eppure la situazione così come viene descritta non solo permette un intervento internazionale, ma addirittura lo pretende. Secondo il diritto internazionale gli Stati «sono tenuti ad agire quando vi sia una minaccia alla pace e alla sicurezza globale». Condizioni ribadite da numerose risoluzioni ONU negli anni passati, accanto al concetto di apartheid, introdotto la prima volta nel 2004 quando la Corte di giustizia internazionale ha giudicato il caso sul “muro di separazione” israeliano.

Insomma i grandi Stati mondiali hanno il dovere di proteggere la popolazione colpita con ogni mezzo disponibile, incluso l’embargo economico (come ribadito nella sentenza ICJ Bosnia vs Serbia). Eppure ci sono voluti due Stati del Terzo mondo per avere una sentenza della Corte che chiama la situazione col suo nome (ICJ – Sudafrica vs Israele) e per una risoluzione del Consiglio di sicurezza (Mozambico).

E se bastasse un embargo?

L’obbligo di impedire un genocidio si completa con quello di non rendersi complici di chi commetta genocidio, ivi inclusa la vendita di armi. Sanzioni di questo genere non vanno nemmeno contro l’Accordo generale sul commercio, in quanto «necessarie a proteggere la vita umana, la morale pubblica e gli interessi di sicurezza». Eppure c’è esitazione nel provare a infastidire gli israeliani.

La storia ha più volte dimostrato che gli Stati coloniali desistono solo quando la loro dominazione diventa svantaggiosa a livello politico ma soprattutto economico. Pensiamo all’Algeria o allo stesso Sudafrica. Queste continue e tardive esortazioni verso una soluzione a due Stati sembrano galleggiare in una sorta di realismo magico di comodo, una specie di stregoneria per sentirsi meno inutili e fingere di fare qualcosa di concreto.

Ignavia dell’Occidente

È l’approccio occidentale degli ultimi quarant’anni, una sorta di “vediamo dai, speriamo non si esageri” che ha giustificato o distolto lo sguardo da violazioni del diritto internazionale sempre più eclatanti. Diciamolo chiaramente: a Israele un accordo di pace in questa direzione costa in effetti molto più che un non accordo.

Perderebbe il controllo della Cisgiordania, ci sarebbero probabilmente tensioni e violenza sociale a vendicare anni di soprusi e si dovrebbe creare un corridoio tra Gaza e la West Bank, portando Hamas tanto vicino ai punti strategici israeliani. Israele perderebbe poi tutte le risorse minerarie e idriche della Cisgiordania, non potrebbe lucrare sui dazi commerciali con i Palestinesi e dovrebbe ricollocare migliaia di coloni.

Solo una parte di tale costo sarebbe compensata da un accordo di pace: normalizzazione dei rapporti con i player regionali, supporto finanziario e militare da USA ed Europa, apertura verso il commercio con gli Stati arabi non più relegato alle vie oscure. Tutto questo non basta.

E non basta neanche lo stigma di pariah nella comunità internazionale, non lo toccano le accuse di apartheid o i rapporti ONU. Tanto meno le risoluzioni. Gli israeliani rispondono spallucce a chi li insulta, riescono addirittura a rigirare le accuse a proprio favore.

Il potere dei soldi

Israele risponde meglio a un altro tipo di terapia. Le uniche volte che si è ottenuto qualcosa di concreto c’erano sempre soldi di mezzo. Nel 1956, dopo la crisi di Suez, il presidente Eisenhower minacciò sanzioni economiche per convincere Israele a ritirarsi dal Sinai (e da Gaza, anche allora). Nel 1975 fu il presidente Ford che impose la seconda ritirata dal Sinai rifiutandosi di fornire armamenti in caso contrario.

Arriva il 1977 e tocca al presidente Carter minacciare l’interruzione del supporto militare se Israele non fosse uscito dal Libano. E di nuovo a Camp David per indurre Israele a firmare l’accordo di pace. L’ultima volta fu nel 1991, quando il Segretario di Stato James Baker forzò la mano al primo ministro Shamir sospendendo un finanziamento di 10 miliardi di dollari per riassorbire gli ebrei sovietici per convincere Israele alle negoziazioni.

Poi basta, si è passati alla tolleranza, al contenimento del danno, alle parole vuote. L’Occidente ha pensato bene di cadere nella trappola narrativa israeliana: non facciamo la guerra ai Palestinesi, la facciamo al terrorismo; non occupiamo territori illegalmente, li rendiamo fertili e creiamo occupazione, anche palestinese. Non facciamo la guerra, vogliamo la pace.

Embargo subito

Le esportazioni di armi verso Israele, quelle stesse armi che rendono possibile la guerra a Gaza e vengono impunemente distribuite a privati cittadini israeliani, provengono da catene di fornitura che coinvolgono numerosi Stati di tutto il mondo, così come i ricambi e i servizi di manutenzione. Ciascuno di questi Stati avrebbe la capacità di imporre un embargo contro Israele, con un imponente effetto domino su tutta la filiera.

Come direbbero gli America, “wheels are turning”. Qualcosa sta cambiando e a livello individuale alcune Nazioni hanno introdotto restrizioni o divieti di vendita a Israele. Paesi tanto diversi come Canada, Colombia e Norvegia. Sarebbe ora di imboccare tutti questa strada, per quanto dolorosa economicamente. È forse l’unico modo rimasto per convincere Israele a desistere nel suo piano genocida.

Niente più armi, sarebbe un bell’inizio. Se si arrivasse anche alle sanzioni internazionali, tipo quelle imposte tanto rapidamente alla Russia, potremmo almeno far finta di aver superato i double standards. Non basterà, probabilmente. Ma sarebbe un passo nella giusta direzione.

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