Nel 1987 l’Italia si impegnò a trovare una giusta collocazione ai propri rifiuti nucleari, ma nell’ottobre 2020 la Commissione Europea, vista l’inadempienza da parte del nostro Paese, ha dovuto attivare una procedura di infrazione.

Il 13 dicembre 2023 il Ministero dell’Ambiente  e della Sicurezza Energetica (MASE) ha pubblicato la nuova Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI) indicante 51 siti localizzati tra Basilicata, Puglia, Lazio, Piemonte, Sardegna e Sicilia candidati a ospitare il Deposito Unico Nazionale dei rifiuti nucleari italiani. Si tratta dell’ennesimo tentativo, dopo tanti dinieghi espressi dalle amministrazioni interessate, di scegliere un sito idoneo e porre fine a un problema aperto sin dagli anni Sessanta del secolo scorso, quando è iniziata l’avventura nucleare italiana.

Nel nuovo deposito verranno collocate 95mila metri cubi di scorie radioattive, il 60% generate nell’esercizio delle centrali nucleari italiane, il resto nell’attività ospedaliera, di ricerca e industriale; la sua realizzazione accoglierebbe il materiale nucleare attualmente stoccato in 45 diverse strutture temporanee poco sicure e bisognose di costosi interventi di manutenzione.

Aree idonee

I rifiuti radioattivi necessitano di specifici luoghi di smaltimento.  La definizione di “aree potenzialmente idonee” è fornita, in burocratese, dallo stesso ministero: «Sono quelle individuate a seguito di indagini territoriali preliminariche mettono in evidenza caratteristiche di elevate prestazioni ai fini della sicurezza dell’uomo e dell’ambiente».  

MASE. Le quattro barriere  del Deposito Rifiuti Radioattivi. Collina multistrato,celle,moduli,manufatti

La loro individuazione avviene seguendo le direttive internazionali fornite della IAEA (International Atomic Energy Agency) e validate dall’ISIN (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione) un organo scientifico indipendente.

La novità Fratin

Il ministro Fratin

A caratterizzare il recente intervento del ministro Gilberto Pichetto Fratin è il fatto che adesso gli Enti locali di tutto il territorio italiano, non solo quelli indicati come idonei, possono autocandidarsi a ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti nucleari; la valutazione di idoneità avverrà solo successivamente.

Nessun territorio del Veneto è stato considerato idoneo, ora è possibile che un paesino qualsiasi, ad esempio dell’area veronese, si candidi e possa venire confermato.

Ai più sembra impossibile che paesi localizzati in aree dichiarate non idonee possano proporsi per ospitare un deposito nucleare.  Ma evidentemente non è così.

Trino Vercellese l’autocandidato

Trino Vercellese è un paese di 6mila abitanti, situato sulle sponde del fiume Po in cui negli anni ’60 fu costruita la centrale nucleare Enrico Fermi, poi disattivata nel 1990; non è nell’elenco dei 51 siti idonei. Il vecchio impianto, uno scheletro di cemento armato, è uno dei 45 siti impropri e pericolosi di stoccaggio di scorie radioattive presenti sul territorio italiano.

Ciònonostante Daniele Pane, il primo cittadino di Trino, rieletto pochi mesi fa con il 73% dei consensi con una lista civica di centrodestra, ha immediatamente ufficializzato la sua disponibilità a ospitare il deposito nel suo Comune, presentando  al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e alla Sogin l’istanza di autocandidatura.

Secondo il sindaco Pane, ospitare il deposito porterebbe sul territorio contributi pubblici milionari, quattromila occupati nel cantiere per quattro anni e circa mille nella gestione dell’impianto. «Se dopo la nostra richiesta», ha dichiarato,  «ci diranno che l’area del Comune non è adatta, andrò in tutti i ministeri e dirò che non solo a Trino non possono tornare le scorie che sono stoccate attualmente all’estero, ma quelle che ci sono devono sparire subito».

Il ministro biellese Pichetto Fratin, intervenendo su Isoradio, ha spiegato: «La disponibilità di Trino ad accogliere il deposito unico nucleare viene accolta positivamente dal governo. Andrà ora verificata sulla base delle caratteristiche tecniche e di sicurezza che la legge prevede per i depositi di questa natura».

Non così i cittadini

Non la pensa così Gian Piero Godio vice presidente Legambiente Vercelli: «Tutta l’area di cui parla il sindaco, su cui non si dovrebbe realizzare il deposito, ma dove è stata costruita la vecchia centrale è  a rischio inondazione del fiume Po e caratterizzata dalla presenza di una faglia con una potenziale sorgente di sismicità già cartografata e riconosciuta dal database italiano Itaca (Itaca è l’archivio italiano di eventi sismici di magnitudo superiore o uguale a 3.0, che si sono verificati in Italia a partire dal 1972 Ndr). Il deposito va fatto, sia chiaro, ma nel sito che risulti meno pericoloso possibile

I cittadini del circondario, fra cui gli abitanti di Casale Monferrato che hanno pagato con più di ventimila morti  lo scambio “salute con lavoro” per la travagliata vicenda eternit, non sono disposti ad accettare un nuovo compromesso.  

In poche ore una petizione lanciata su web dal Comitato Tri-NO per «far comprendere alla politica che un territorio ritenuto da criteri tecnico-scientifici non idoneo non può essere abilitato con aggiustamenti normativi», rivolto «ai trinesi, vercellesi, monferrini, biellesi, torinesi, insomma a tutti» ha raggiunto 2500 firme.

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