Alina e Katia sono tornate a Lviv (i nomi sono di fantasia, la situazione è reale). Il loro soggiorno italiano è finito, anche se, dopo tribolazioni iniziali, questa piccola famiglia è stata accolta in un Cas. Le condizioni erano ottime, la stanza confortevole, la scuola vicina. Katia studiava la mattina e faceva i compiti al pomeriggio. Si trovava bene, ma c’era un problema: doveva anche seguire in Dad la sua classe ucraina. Anche se qualche volta a Kyiv, dove si trova l’insegnante, manca l’elettricità, le lezioni si tengono negli orari prestabiliti, gli stessi della scuola italiana.

La difficoltà di Katia non era la scuola italiana di per sé, ma la coincidenza di orari e l’impossibilità di usare il telefono in classe. Doveva scegliere: restare indietro con la scuola principale, quella più impegnativa e legata al futuro, o concentrarsi sulla scuola temporanea, quella italiana? La sofferenza del doppio carico didattico tramutava in malessere fisico. Gli operatori del Cas hanno fatto il possibile per mediare, ma a febbraio Alina ha deciso di tornare in Ucraina.

Il dilemma irrisolvibile

Anche se la maggioranza dei profughi trova un compromesso, i casi come questo sono frequenti. Infatti, secondo una ricerca di Unhcr, svolta in autunno del 2022 in collaborazione con Intersos e Protezione civile, circa il 23% degli studenti profughi studia in parallelo in due scuole, con livelli diversi e orari coincidenti.

L’ambiente scolastico è quello più amichevole verso i profughi, a confronto con la ricerca di alloggio o lavoro. Sia gli studenti che gli insegnanti mostrano una grande simpatia nei confronti degli studenti ucraini, che non tardano di ricambiare, integrandosi subito e ottenendo ottimi voti. Pare impossibile, vista la barriera linguistica, ma nelle materie scientifiche sono più avanti rispetto ai loro coetanei, e in quelle umanistiche si arrangiano grazie alla cultura generale.

La scelta più ovvia sarebbe mollare la vecchia scuola e concentrarsi sulla realtà nuova, ma non è quel che fanno i profughi.

Fra gli adulti il 72% ha la laurea universitaria, 23% ha fatto anche un master. Lo studio è la loro chiave per il successo, e i figli aspirano a seguire le orme dei genitori. Dove? In Ucraina, ovviamente. Per farlo, devono finire l’anno nella scuola d’origine, costi quel che costi.

La dirigente scolastica Iryna Homenko cammina nel corridoio della scuola, danneggiata da un bombardamento delle forze armate russe a Chernihiv, Ucraina, il 13 aprile 2022. Foto AP Evgeniy Maloletka, licenza CC BY 2.0, via Flickr, Manhhai.

Così accade che studenti iscritti al primo anno dell’università ucraina seguano i corsi di matematica superiore, ma passano per scemi o svogliati dalla scuola italiana, perché studiano di nascosto, nei ritagli di tempo. Questo doppio carico sfocia a volte nell’abbandono: chiusi in casa e concentrati solo sulla Dad, gli studenti ucraini perdono l’occasione di conoscere i coetanei, mentre i genitori rischiano sanzioni penali.

È dura anche per chi molla la scuola ucraina: se la famiglia deciderà di rientrare in patria, dovrà ripetere l’anno.

Divisi fra due mondi

Questa prospettiva però è molto remota: fra le famiglie intervistate da Unhcr, 86% pensa di stabilirsi in Italia a medio o lungo termine. Per aiutarli a risolvere il dilemma delle due scuole, bisognerebbe rafforzare la rete delle scuole ucraine domenicali esistenti. Garantendo l’integrazione scolastica, l’Italia trarrerebbe un enorme vantaggio in termini di manodopera qualificata, se questo gruppo di laureati in economia, ingegneria, medicina, pedagogia e giurisprudenza decidesse di restarci a vivere, insieme ai propri figli.

Purtroppo, in realtà solo quelli che lavorano da remoto (programmatori, insegnanti, psicologi, contabili, assicuratori) o hanno un mestiere internazionale (capitani, piloti, assistenti di volo, musicisti, camionisti) hanno potuto mantenere lo stesso livello di retribuzione di prima. I più hanno accettato compromessi pur di mantenere la famiglia.

Dove l’accoglienza non arriva

L’assenza di coordinamento nell’assistere gli immigrati crea a volte situazioni di forte disagio. Ha fatto scalpore il recente caso di Andryi, un tredicenne ucraino residente nel Trevigiano lasciato solo in casa, (i giornali riferiscono che il padre fosse tornato in Ucraina a combattere e la madre avesse trovato lavoro a Verona, ndr). L’incidente è aggravato dal fatto che la famiglia era residente sul territorio da anni.

Per le madri lavoratrici prive di sostegno familiare o statale, l’aver trovato un lavoro può diventare una trappola. C’è chi vive di nascosto con il figlio sul posto di lavoro, c’è chi rinuncia al lavoro e torna in Ucraina, perché non c’era alloggio per i figli.

Molte tragedie annunciate si sarebbero evitate, se i migranti si fidassero dei servizi sociali, e se i servizi potessero disporre di strumenti sufficienti per risolvere le criticità, ad esempio, offrire alloggi calmierati a chi deve trasferirsi per lavoro. Per ora, le mamme ucraine affrontano in solitudine i drammi esistenziali, e spesso lasciano il Belpaese per tornare in zone di guerra.

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