Barbara Schiavulli è giornalista, inviata di guerra e direttrice di RadioBullets, la testata indipendente online che racconta il mondo attraverso le notizie, come dice il suo slogan “che frantumano il silenzio”. E Barbara Schiavulli il silenzio lo vuole frantumare soprattutto attorno al Paese che forse ama più di tutti: l’Afghanistan. Un Paese che lei conosce da oltre vent’anni, da quando cioè, giovanissima, è partita per Kabul come inviata all’indomani degli attentati newyorkesi dell’11 settembre 2001. Da allora, e per tutti questi anni, lei non ha mai più abbandonato quella terra, quella popolazione, quella gente.

Lo ha fatto partendo, periodicamente e fra mille difficoltà, per raccontare ai suoi lettori, che spesso la sostengono attraverso specifiche campagne di crowfunding, come si evolve la situazione nel Paese asiatico. Un Paese bellissimo, ma martoriato dalla storia, dalle invasioni straniere e, purtroppo, anche dalla sua stessa gente. Quei maledetti Talebani che soffocano ogni speranza a chi vuole solo vivere in pace nelle proprie terre.

Fresca vincitrice del Premio Antonio Megalizzi al Festival del Giornalismo di Verona 2023, a cui ha partecipato in un bellissimo e partecipato evento a San Bonifacio insieme al giornalista de La Stampa Domenico Quirico e all’antropologa Elena Dak, Schiavulli sta girando l’Italia in questi giorni per presentare il suo ultimo libro, “Burqa Queen”. È stata, quella, per noi l’occasione giusta per avvicinarla e intervistarla.

Schiavulli, iniziamo dal titolo del suo libro: “Burqa queen”. Cosa significa?

«Il burqa è la copertura più invasiva che esiste nel mondo contro le donne, in generale. Che poi siano musulmane è un fattore non determinante, visto che non sta scritto da nessuna parte nell’Islam che le donne debbano coprirsi in questo modo. È, invece, sicuramente un modo per cancellarle, per far sì che non si vedano, una prigione a cielo aperto. Detto questo noi sappiamo quello che c’è sotto questi burqa che hanno invaso Kabul dopo il 15 agosto 2021.

Queste donne, che oggi piangono e si nascondono, ma anche resistono e vanno avanti io personalmente le considero delle regine. Come, peraltro, considero regine tutte le donne che lottano in tutto il mondo. Perché il quel caso il burqa è fisico, ma quanti burqa ci sono intorno a noi, in posti con situazioni molto difficili anche lontano dall’Afghanistan? “Burqa queen” è quindi la celebrazione di queste donne che hanno bisogno di essere conosciute e riconosciute, ma soprattutto non dimenticate. Perché quel burqa gliel’abbiamo messo anche noi.»

Storie di donne afghane che lottano“. Possiamo riassumere così la trama del suo romanzo?

«Sono le storie di tre donne in particolare: un’insegnante, una giovane sposa e un ex poliziotta. Sono tutte ragazze che hanno vissuto gli ultimi vent’anni in guerra, ma allo stesso tempo hanno assistito anche la nascita di una società civile. Di colpo si ritrovano chiuse in casa. Questa è l’apparenza di questa storia. Quello che siamo abituati a vedere e raccontare. Quando però si entra in casa di queste persone, di queste donne, si può notare un brontolio sano, un’energia in ebollizione. Io ho cercato di mettere a fuoco questa energia raccontandola in un romanzo, con l’intento di rendere l’argomento, di certo complicato, il più accessibile possibile al largo pubblico, perché non volevo rivolgermi solo agli addetti ai lavori.

Le storie di queste donne, che poi è la storia di tutte le donne perché c’è da tempo una guerra in corso contro le donne, merita di essere conosciuta. In qualche modo il mio libro vuole essere anche una sorta di call to action affinché tutte le donne si risveglino. Questo, per alcuni aspetti, è uno dei momenti più bassi della storia e della società civile a livello mondiale, ma al tempo stesso è anche il momento in cui si può fare qualcosa di concreto. I mezzi di comunicazione e la tecnologia ci permettono di intervenire.»

Lei è un’habitué dell’Afghanistan, che dal 2021, da quando cioè l’Occidente ha deciso di abbandonare nuovamente il Paese, è tornato alla situazione che viveva prima dell’invasione americana. O no?

«La grossa differenza rispetto agli anni Novanta è che le persone che si sono ritrovate all’epoca, dopo la guerra civile con i Talebani nel 2001, erano al 95% analfabeti. Oggi non è più così. Dal 2001 in poi tutte le ragazze che sono nate nelle grandi città sono andate a scuola. Oggi ci sono fra loro giornaliste, professoresse, scienziate, ma anche sportive che militano nelle squadre nazionali femminili. Il ritrovarsi di colpo in un medioevo che non si aspettavano minimamente per loro è stato a dir poco shockante.

Nel giugno 2021, pochi mesi prima della partenza delle truppe USA, sono stata in Afghanistan e ricordo bene che tutti si aspettavano che dopo la partenza dei militari si sarebbero rispettati gli accordi stipulati da Trump, con la nascita di un governo inclusivo, etc. Invece quello che è avvenuto il giorno stesso è stato un vero e proprio colpo di stato. I talebani non sono entrati nel processo politico: sono semplicemente arrivati distruggendo tutto quello che era stato costruito prima. E le donne sono chiaramente un loro obiettivo.»

Noi, da qui, cosa possiamo fare per loro?

«Intanto sapere già cambia il mondo. Quindi è nostro dovere informarci e farlo bene, da fonti autorevoli. L’informazione oggi è sempre più fondamentale, per noi e per loro, che hanno bisogno di sentire che ci siamo ancora, visto che si sono inevitabilmente sentiti molto traditi dall’Occidente. Gli abbiamo detto di crederci, che potevano fare tutto della loro libertà e invece ce ne siamo andati via abbandonandoli nuovamente ai Talebani. Dal nostro punto di vista essere informati ci serve per spingere la nostra politica verso azioni concrete, visto che spesso è latitante essendo più interessata all’economia che ruota attorno a una guerra. Più la società civile è informata e più è capace di creare degli anticorpi affinché non capitino di nuovo situazioni simili.

L’altra cosa è entrare in contatto con loro, con gli afghani. Molti ragazzi parlano in inglese, internet nonostante tutto funziona. Perché le scuole non possono adottare i ragazzi che sono lì? Basterebbe poco per alleviare la loro depressione. Tutti vogliono scappare dall’Afghanistan, in questo momento, in quel Paese. Nessuno dovrebbe dirlo nel mondo. Anche con chi è arrivato qui – visto che sono arrivati tante ragazze e ragazzi che hanno bisogno di vivere in un contesto accogliente – è importante interagire in maniera positiva.»

Ha toccato il tema dei migranti. Il nostro Paese è sempre in bilico fra un’idea di accoglienza generosa e chi vorrebbe chiudere i porti, alzare i muri. Abbiamo anche la coscienza di dover aiutare chi scappa da quell’incubo, perché non possiamo definirlo in altra maniera.

«Io non identifico il nostro Paese con la politica. Oggi il Paese è rappresentato dalla sua popolazione e gli italiani sono migliori spesso di quello che vogliono lasciar intendere. I casi di persone che hanno aiutato chi viene da fuori sono innumerevoli. Poi quando si fa gruppo, magari, si tende a peggiorare come coscienza collettiva.

Io penso che ci dovrebbero essere più corridoi umanitari, più impegnati nell’aiuto delle persone. Queste persone che scappano nutrono i trafficanti e sono sicuro che ci sia anche qualcuno che ci guadagna anche qui da noi, altrimenti tutto questo difficilmente avrebbe senso. Si possono usare tranquillamente quei diecimila euro che mediamente un migrante paga per arrivare, rischiando la propria vita, da noi per farli venire qua in sicurezza e inserirli facilmente in un contesto dove possono pagare un affitto, trovare un lavoro, cominciare un percorso di integrazione. Con diecimila euro si può campare dignitosamente nel nostro Paese per alcuni mesi. Visto che tanto vengono ugualmente varrebbe la pena usare quelle risorse per farli arrivare in maniera sicura, nel modo più corretto e sano, e non per alimentare il traffico di esseri umani. C’è tanto lavoro da fare.»

I famosi accordi fatti dal ministro Minniti con la Libia hanno chiuso la rotta del Mediterraneo, aprendo però quella balcanica. Le prigioni libiche, però, oggi rappresentano un altro incubo per queste persone, di cui noi stiamo “beneficiando”, una situazione che rende queste persone dei prigionieri di un Paese che è ancora un regime sanguinario.

«Arginare un problema non significa risolverlo, ma solo rimandarlo. Le persone si stanno muovendo e non si può fare molto per impedirlo. Penso al Sudan e a nuova gente che scapperà dalle zone di guerra. Bisogna tentare di non arrivare a quelle situazioni. Gli strumenti per impedire di arrivare alla guerra ci sono. C’era per l’Ucraina, c’era ancora prima per l’Afghanistan e ci sono per molte altre situazioni. Ovviamente bisogna volerlo. E per volerlo non bisogna essere guidati dagli interessi politici ed economici.

Il giro di armi che c’è ora in corso rende ricchi tantissime persone. Di tutte le guerre che ho visto nei trent’anni di attività ho capito che nessuna guerra è mai stata fatta per aiutare le persone. Le guerre si fanno per far girare armi, traffici e potere. Io metterei una regola: se tu fai parte di una guerra, in qualsiasi forma, devi automaticamente anche accollarti le persone che in qualche modo contribuisci a far scappare dal loro Paese. Poi dobbiamo intervenire su quella che è la pace. La guerra non dev’essere mai un’opzione. La guerra è il male assoluto, la peggiore delle soluzioni, il fallimento vero della politica. Bisogna per far questo però lavorare sui giovani e sul futuro. Sul presente nutro poche speranze.»

Si fanno gli accordi con i dittatori quando ci fanno comodo. Poi diventano mostri quando invadono l’Ucraina, segregano i Curdi, si comportano male con qualche minoranza…

«Già. Alla fine non è che forse siamo noi i veri mostri? Finché ci fanno comodo non abbiamo nulla da dire, salvo poi risvegliare le nostre coscienze, almeno a parole. Queste persone, i migranti, hanno nomi, cognomi, hanno ognuno di loro una storia. L’ultima ondata di afghani arrivata qua  nel 2021 era formata in gran parte da professionisti. Medici, infermieri, scienziati. Ma se poi quando arrivano da noi diventano letteralmente “nessuno”, si perdono nei meandri della burocrazia e non si integrano nella nostra società anche noi perdiamo una risorsa importante che potrebbe essere nostra. L’intelligenza in fondo non ha nazione.

Quando sento parlare di etnia italica mi vengono i brividi. Ma facciamoci tutti il test del DNA. Scopriremmo che siamo noi italiani i primi ad avere nel nostro sangue un miscuglio di etnie. E se ci pensate in fondo le persone più belle, più sane, più intelligenti sono quasi sempre quelle frutto di una fusione. La forza arriva dal mettere insieme le cose. Perché noi dovremmo essere limitati in questo? Io voglio un Paese migliore, non fragile, che alza muri e difende a tutti i costi i confini. Anzi, vado oltre: io i confini addirittura li abolirei.»

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