Perdere un genitore è di per sé un’esperienza che segna per il resto della vita. Perdere la propria madre, perché è stata uccisa dal padre, è un trauma nel trauma, che difficilmente trova parole adatte per essere descritto. Se poi come spesso avviene, il minore rimane orfano anche del padre perché si suicida in carcere o comunque dopo aver commesso la violenza, il dramma raggiunge abissi profondissimi.

I numeri in Italia e nel Veneto

Gli orfani di femminicidio dal 2009 al 2021 sono 2 mila in Italia e 33 nel Veneto. Fra i 33 orfani veneti, 18 sono femmine e 15 maschi, 27 (circa l’82%) sono minori e 6 sono maggiorenni.

Il 74, 4% (24) dei 33 orfani veneti è figlio sia della vittima, sia dell’autore del femminicidio, mentre il 22,6% (7) è figlio o figlia solo della vittima. 8 di loro hanno assistito al femminicidio della propria madre. Dati Eures)

Eppure, nella narrazione e nella gestione dei casi di femminicidio, molto spesso gli orfani vengono quasi sempre dimenticati, nascosti, messi all’angolo, quasi come fossero conseguenze di cui è troppo difficile occuparsene.

Questa non è una mera polemica, ma la cruda analisi di come in Italia vengono gestite le conseguenze di un delitto così atroce. A dimostrarlo sono alcuni studi, rari per la verità, ma di enorme rilevanza.

Studi e ricerche quasi assenti

Pioniera in questo campo è stata la professoressa Anna Costanza Baldry, che nel 2015 ha pubblicato i risultati del progetto europeo Switch-off, e successivamente le linee guida d’intervento con gli orfani speciali (definizione coniata da lei stessa).

Foto da pexels

Un dato importantissimo della ricerca è quello che dice che nel 50% dei casi di femminicidio era già presente una situazione di maltrattamento nota. Questo significa che i minori presenti all’interno di quel nucleo familiare hanno assistito in modo continuativo ad atti di violenza verso la propria madre.

Che effetti può avere questa esposizione sulla costruzione della loro personalità? Che effetti avrà il trauma dell’uccisione a cui segue poi l’affidamento ad altri, il cambio radicale di vita, il dover ricostruire relazioni e una qualche normalità?

A distanza di cinque anni purtroppo questi orfani restano ancora invisibili a causa di una profonda miopia istituzionale. Ancora oggi la loro esperienza viene derubricata come di tipo esclusivamente individuale, come se la loro condizione dipendesse solo dalla sfortuna, dal fallimento delle traiettorie di vita dei loro genitori o da una colpa.

La legge 4 del 2018

Nel 2018 l’Italia si è dotata di una legge ambiziosa che introduce tutele processuali ed economiche a favore dei figli delle donne vittime di crimini domestici.

Copertina dell’ebook scaricabile, di Con I Bambini, impresa sociale

La legge 4 ha, infatti, introdotto risorse fondamentali per gli orfani di femminicidio tra cui: il patrocinio gratuito per figli minorenni o maggiorenni senza limiti di reddito, nel processo penale e civile; il sequestro dei beni dell’indagato per il risarcimento dei danni civili subiti dai figli della vittima; la possibilità di cambiare il proprio cognome; l’istituzione di un fondo economico per l’erogazione di borse di studio e per il rimborso delle spese sanitarie e farmaceutiche (compresa l’assistenza medico-psicologica).

Nella realtà tale legge, però, è fin qui stata poco applicata, stenta a diventare realmente operativa e i risarcimenti agli orfani richiedono lunghi percorsi burocratici.

Secondo il report realizzato dall’impresa sociale Con i Bambini e Fondazione Openpolis, nel 2020 in Italia sono circa 2 mila gli orfani di crimini domestici potenziali beneficiari del fondo previsto dalla legge 4/2018: si tratta di minorenni e maggiorenni economicamente non autosufficienti. A loro arriveranno i soldi? E quando?

Si pensi solo che secondo l’ultimo dossier di ActionAid, al 15 ottobre 2021 le Regioni hanno erogato alle Case rifugio e ai Centri antiviolenza soltanto il 2% dei 27,5 milioni messi a disposizione nel 2020.

Nello stesso anno la ministra Elena Bonetti aveva stabilito uno stanziamento di 3 milioni di euro per le spese straordinarie sostenute dalle Case rifugio per la pandemia: al momento risulta liquidato solo l’1%. (Dati tratti dall’ebook A braccia aperte. Un faro acceso sui figli delle vittime di femminicidio pubblicazione in collaborazione con l’impresa sociale Con i Bambini)

Copertina del libro di Teresa Bruno

Ad aprile di quest’anno è uscito anche il libro della dottoressa Teresa Bruno (Bambini nella Tempesta. Gli orfani di femminicidio, ed. Paoline) che per anni è stata presidente del centro antiviolenza Artemisia di Firenze.

Il libro, tra l’altro dedicato proprio alla Baldry, sintetizza in modo chiaro ed esaustivo, la problematica italiana sulla gestione degli orfani, l’assenza di dati aggiornati e la mancanza di coordinamento tra i vari soggetti di protezione e cura coinvolti, sia privati che pubblici.

Tutte queste lacune e criticità erano già state riscontrate dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che, nel documento La tutela degli orfani per crimini domestici dell’aprile 2020, rileva proprio la carenza di interventi multidisciplinari a sostegno degli orfani e delle famiglie che li accolgono, di prassi unitarie, nonché di un’adeguata formazione degli operatori sociosanitari.

Nasce il progetto “Orphan of Femicide Invisible Victim”

Il bando “A braccia aperte”, promosso dall’impresa sociale Con i Bambini, si è chiuso a giugno 2020 con l’individuazione di quattro partenariati qualificati e con esperienza per co-progettare interventi a favore degli orfani di vittime di crimini domestici e femminicidio.

I progetti selezionati sono stati presentati a inizio aprile e coprono l’intero territorio nazionale, avranno una durata di 48 mesi e sono sostenuti complessivamente con 10 milioni di euro.

Per l’area nel Nord Est sono coinvolti 18 partner (tra cui case delle donne, aziende sanitarie, università e associazioni) distribuiti in sei Regioni (Emilia-Romagna, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto-Adige, Veneto e Campania) e riceverà un contributo di circa 100mila euro. Il Veneto sarà capofila con la Cooperativa Iside di Venezia.

«Questo progetto rappresenta un’occasione per dare risposte concrete e strutturate nel tempo» ha dichiarato Susanna Zaccaria, presidente della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, nella giornata di presentazione del piano operativo.

I progetti suddivisi per aree geografiche

Si partirà con una mappatura più approfondita del fenomeno. In seguito sono previsti supporti specializzati per la riparazione del trauma, percorsi di accompagnamento per il reinserimento sociale e la piena autonomia professionale e, infine, sostegni in ambito psicologico, legale ed educativo per orfani tra 0 e 21 anni oltre ad aiuti materiali per le famiglie affidatarie e per i caregiver.

L’obiettivo ultimo del percorso è quello di elaborare progetti condivisi con caratteristiche innovative che contengano risposte originali, personalizzate e tagliate sui bisogni del target, evitando il rischio di replicare modelli standardizzati. O di dimenticarsi nuovamente delle vittime invisibili dei femminicidi.

Perché non succeda mai più, ciò che ha raccontato Miriam, nella testimonianza raccolta nell’ebook A braccia aperte:

«Cinque anni dopo mi hanno convocata per restituirmi le chiavi di casa. Sono entrata e ho trovato tutto com’era il giorno dell’omicidio. La pozza di sangue in cucina, dove lui le aveva inferto 23 coltellate. Ho aperto le finestre: l’odore acre del sangue rancido mi dava il vomito. Poi ho preso il mocio e ho ripulito i mobili e il pavimento, svuotando secchi di acqua marrone. Nessuno aveva pensato di far pulire questa stanza. Nessuno aveva pensato a me. Ero per tutti un fantasma, una persona invisibile. Ma io non ero morta.»

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