Il 10 ottobre c’è stata la Giornata mondiale della salute mentale. Il 10 settembre quella della prevenzione del suicidio. Sono temi delicati, ma che in questo periodo di “quasi fine” pandemia dobbiamo avere il coraggio di affrontare.

Recentemente abbiamo dedicato degli articoli sulla salute mentale e al fenomeno del vamping. Oggi vogliamo provare a parlare dell’aumento del numero di suicidi tra i giovani. Una questione che interroga profondamente il mondo adulto.

Incertezza del futuro, preoccupazioni economiche, paura, solitudine, stress e ansia generalizzata. Probabilmente tutti noi abbiamo provato uno o più di questi stati d’animo, da quando è iniziata l’emergenza sanitaria del Covid19.

Per qualcuno però il carico di sofferenza è così insopportabile, da arrivare a pensare al suicidio.

I dati in Italia

I dati parlano chiaro: da inizio 2021 al 31 agosto di quest’anno si contano 413 suicidi e 348 tentativi. Circa un suicidio ogni 12 ore. A riferirlo è l’Osservatorio suicidi della Fondazione BRF – Istituto per la ricerca in psichiatria e neuroscienze, pubblicati a settembre.

Le persone che stanno soffrendo più di tutte per lo stress causato dalla pandemia e dai suoi effetti collaterali, quali il distanziamento fisico che spesso ha portato distanziamento emotivo, solitudine e depressione, sembrano essere giovani e anziani.

Il suicidio rappresenta infatti la seconda causa di morte nei giovani tra i 15 e i 24 anni, in Italia come in Europa.

Anche nel Triveneto, zona già normalmente toccata dal problema, sono stati registrati molti casi di giovani che si sono tolti la vita.

foto di Jf Martin, Unsplash

I dati, fino a prima della pandemia, dicevano che in Italia si suicidavano ogni anno circa 4000 persone. In gran parte (quasi l’80 per cento) uomini. In generale i tassi di mortalità per suicidio sono più elevati nelle regioni del Nord e, in particolare per gli uomini, in quelle del Nord Est. I valori più bassi si registrano nelle regioni meridionali, sia per gli uomini che per le donne.

Se quindi, già negli ultimi anni si era assistito ad un aumento graduale di suicidi nel nostro territorio, tanto da istituire vari osservatori dedicati, negli ultimi due anni l’andamento ha avuto un triste incremento.

Telefono amico, confrontando il proprio operato del primo semestre 2020, con quello del 2021, ha dichiarato un aumento delle segnalazioni legate al suicidio di oltre il 50%.

Nella prima metà del 2021 sono state quasi tremila le persone che si sono rivolte all’organizzazione perché attraversate dal pensiero del suicidio o preoccupate per il possibile suicidio di un proprio caro: quasi il triplo rispetto alle segnalazioni del periodo pre Covid. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione, il 51,2% delle richieste d’aiuto è arrivato da donne, seguite da giovani tra i 19 e 25 anni (21,3%) e tra i 26 e i 35 (19,6%).

«Anche i bambini e gli adolescenti hanno vissuto in modo pervasivo l’isolamento.»/ L’intervista allo psicologo Caroli

Luis Caroli è psicologo, pedagogista e terapeuta Emdr. Come psicologo si occupa di ansia, stress, attacchi di panico, disturbi dell’umore e depressivi. Abbiamo voluto sottoporgli questi dati, e chiedergli una riflessione su quanto sta accadendo.

Il dott. Luis Caroli, foto autorizzata

Dottor Caroli, vuole darci una sua prima impressione sui dati appena riportati?

«I dati statistici richiamano tutti noi alla presa di coscienza che il benessere mentale non può più essere trascurato o lasciato alla “responsabilità” del singolo.

I giovani che vivono oggi un’era di iper-connessione sono paradossalmente sempre più soli. Nonostante abbiano mille strumenti per comunicare, non hanno possibilità di sentirsi fare una domanda chiave dagli adulti di riferimento “Come stai?”.

Il Covid ha sicuramente amplificato questa tematica a fronte dell’esperienza generalizzata (in tutta la popolazione senza differenza di età o ceto sociale) dell’isolamento. In molti hanno preso consapevolezza del proprio malessere e ora chiedono a noi professionisti un aiuto.

A mio parere, questo è un tema di tale portata, che dovrebbe veder riuniti ad un tavolo Miur e ministero della Salute per dei piani di benessere, con la presenza costante di psicologi sia nelle scuole di ogni ordine e grado che nelle università.»

Nella sua esperienza pratica, ha notato anche lei un aumento di richieste di aiuto in questo senso?

«Come molti colleghi nel corso dell’ultimo anno, abbiamo registrato un forte aumento delle richieste da parte di pazienti di qualsiasi età, per accedere ad un primo intervento di sostegno psicologico. L’esperienza clinica di questi mesi dimostra che non solo gli adulti, ma anche i bambini e gli adolescenti hanno vissuto a volte in modo pervasivo l’esperienza dell’isolamento.

foto di Des Recits, Unsplash.

I giovani adolescenti nella fascia 12/16 hanno perso esperienze di vita importanti come vivere l’ultimo anno delle scuole medie e l’inizio delle superiori, la cui conseguenza è una accentuata difficoltà nella socializzazione.

I ragazzi in età universitaria o del primo impiego portano in seduta la paura nei confronti del loro futuro, della stabilità professionale, della indipendenza economica dalle famiglie.

Gli adulti invece hanno vissuto alcuni forse in modo catartico questa esperienza poiché oltre alla richiesta di supporto ci chiedono di accompagnarli a rivedere le priorità della propria vita professionale, altri invece devo essere accompagnati nella elaborazione dei traumi e dei lutti vissuti in famiglia.»

C’è una spiegazione al fatto che il Nordest è la zona d’Italia in cui avvengono più suicidi?

«Se andiamo a vedere i dati dell’Istituto Superiore di Sanità notiamo che intorno al 2006/2007 l’Italia aveva raggiunto il minimo storico registrato di suicidi. Purtroppo i dati sono tornati a salire con la crisi economica e finanziaria del 2008 che ha davvero scosso e cambiato per sempre il tessuto industriale ed il modo di intendere il lavoro nel NordEst.

Certamente i recenti dati sono anche una causa della crisi sanitaria, che porta con sè nuove conseguenze non solo economiche ma direi psico-sociali.

Possiamo ritenere che coloro a cui manca una stabilità lavorativa o il supporto della famiglia possano essere preoccupati anche solo di riuscire a rispondere ai loro bisogni primari e a quelli dei propri figli.

foto di Pier Monzon, Unsplash

Dobbiamo poi aggiungere la paura di essere positivi al Covid o di contagiare i propri cari, tutto ciò ha acuito l’ansia per il futuro, che non solo ora, ma ancora in futuro si ripercuoterà sulla salute mentale della popolazione. Questo secondo l’Istituto Superiore di Sanità rischia di avere ripercussioni sui fattori di rischio andandosi a sommare a quei fattori di rischio già esistenti.»

Perché, secondo lei, c’è un aumento di giovani che si suicidano o tentano di farlo, nella fascia d’età 15-24 anni?

«Il disagio post pandemico e la depressione, di cui sempre più giovani si sentono colpiti potrebbe erroneamente portarli a vedere in tale gesto la soluzione a tutto il loro disagio, ma così non è.

Il compito della scuole, delle famiglie degli educatori e delle associazioni afferenti al terzo settore è investire in interventi psicoeducativi.

I ragazzi devono saper dare un nome a quello che gli capita perché è il primo passo per poter controllare ciò che non si conosce e devono poter aver accesso a interventi gratuiti di sostegno psicologico.

I giovani è le famiglie sono lasciati soli, le istituzioni hanno fatto un passo indietro in questi anni nell’agire il loro compito educativo e questo porta i ragazzi a sentirsi soli proprio nella fascia d’età che ha a che fare la costruzione della loro identità.

L’età delle scuole superiori e dell’università è carica di sogni e di aspettative, ma se queste vengono meno il giovane non si sente sorretto e la disillusione può portare ad avere meno fiducia in sé e nella propria autodeterminazione.»

Ma ci sono dei segnali che noi adulti, in quanto genitori, educatori o comunque responsabili di giovani, possiamo cogliere?

foto di Priscilla du Preez, unsplash.com

«Possiamo sicuramente porre attenzione al modo in cui i ragazzi vivono i loro contesti abituali: scuola, gruppo dei pari, compagnia di amici, sport, ambiente famigliare.

Dobbiamo da un lato rispettare la loro privacy dell’altro essere attenti a dimostrare loro che siamo accessibili e disponibili ad accogliere e contenere le loro paure.

Come adulti dobbiamo essere un punto di riferimento capace di comprendere e di stare in relazione con il loro dolore senza sminuirlo. Se un adolescente o un bambino manifesta malessere dobbiamo poter fornire l’oro l’opportunità di uno spazio d’ascolto a loro dedicato.

La cosa importante è monitorare la loro stabilità emotiva: eventuali ritiri sociali, impulsività, auto-svalutazione, uso e abuso di alcol e droghe sono segnali di un disagio che se fatto emergere prontamente, può essere rielaborato.»

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