Pur avendo una serie di progetti sul tappeto, la riqualificazione del complesso austriaco di Castel San Pietro a inizio anni Duemila ha incontrato subito due deterrenti non da poco: la cifra da sborsare e l’aleatorietà dei finanziamenti, come è stato anticipato nel precedente articolo.

In più, i destini del castello, dell’Arsenale, del Museo di Storia Naturale progressivamente finiscono per intrecciarsi e diventare l’uno impedimento dell’altro non appena qualcosa pare muoversi. La situazione parve sbloccarsi definitivamente nel 2005, con l’acquisizione dell’area demaniale da parte di Fondazione Cariverona, con presidente Paolo Biasi, per circa 11 milioni di euro.

La Fondazione accettò per l’area il vincolo museale e mise in campo un progetto affascinante quanto a dir poco ambizioso: trasformare il forte austriaco nella sede italiana dell’Hermitage di San Pietroburgo, scavalcando la candidatura di Mantova. Il Comune, con sindaco Paolo Zanotto, decideva di investire il ricavato per la trasformazione dell’Arsenale in Museo di Storia Naturale e parco, in linea col progetto del 2001 di David Chipperfield, che prevedeva all’Arsenale anche una riqualificazione complessiva e di qualità dell’area verde circostante.

Una trasformazione lungimirante che avrebbe anticipato il Muse di Trento, corazzata culturale di vetro e acciaio inaugurata il 27 luglio 2013, costata 70 milioni di euro (il doppio del preventivato):12mila metri quadri, articolati su sei piani, a firma di Renzo Piano.

Gli scavi fermano i progetti

Ma il diavolo, al solito, ci mette la coda. Vuoi per l’arrivo della crisi economica, vuoi per la scoperta (prevedibilissima) del tempio e della nota chiesa paleocristiana, nonché della grande cisterna interrata, sul colle cala nuovamente il silenzio. Sono scoperte non ignorabili e non risolvibili con una colata di cemento, così come si è fatto, per esempio, per i reperti trovati negli anni Novanta appena sotto il manto stradale di Corso Cavour, per i quali si è potuto constatare il disastroso effetto delle opere di infrastruttura sui reperti.

Oppure come è accaduto con il ritrovamento, subito ricoperto e occultato in modo mirabile al pubblico, di un’importante necropoli nel cortile del seminario di Verona in zona Veronetta, che qualcuno ha persino chiamato “la Piccola Pompei di Verona”.

Scelte occorse anche con la recente cancellazione delle tracce di un’antica chiesa, forse la prima dedicata a San Zeno, per far posto al parcheggio di Piazza Corrubbio; o con lo sbancamento di una cava romana di pietra gallina, raro esempio di archeologia industriale, in via Damiano Chiesa, presso il Don Calabria, sempre per far posto alle ormai irrinunciabili autorimesse.

Hermitage, addio

Se del tempio e della chiesa qualcosa già si sapeva, molto meno nota era la collocazione e la funzione della cisterna: di età viscontea secondo gli archeologi, ma non secondo lo studioso Umberto Grancelli, che ne indicava una costruzione di molto anteriore, è risultata colma di materiale di scarto che, per essere estratto ed eliminato, richiese – e richiede tuttora – tempo e risorse.

Sparita la prospettiva Hermitage, cominciano gli scavi mentre, con cadenza semestrale, i vari assessori alla cultura annunciano improbabili conclusioni dei lavori. Ma lavori per cosa? Perché, nel frattempo, vengono rimescolate nuovamente le carte. Il concetto iniziale di museo della Verona romana viene abbandonato, perché la scelta di vendere edifici storici del demanio da parte del Comune – vista la costante riduzione dei trasferimenti regionali e statali – priverà i reperti attualmente esposti a Palazzo Forti e Pompei di una sede.

C’è da far cassa per immettere liquidità nelle casse del Comune e per riqualificare una zona a Verona Sud ove spostare gli uffici comunali, oltre che per restaurare pezzi pregiati del centro storico come i Palazzi Scaligeri (il costo finale di restauro si aggira sui 3 milioni di euro e i lavori finiscono nell’ottobre del 2014).

Un’altra visione al tramonto di Castel San Pietro, foto di Chiara Cappellina.

Un po’ di Muse e un po’ di Louvre

Nella nuova idea della giunta, il museo di Castel San Pietro viene destinato a diventare il nuovo museo di Storia Naturale, interattivo, didattico, moderno, in dichiarata competizione col Muse di Trento.

È un progetto chiaramente raffazzonato e lo dimostra il balletto sulle cifre dello spazio espositivo: dai 2mila metri quadri iniziali si passa al doppio, poi a 6mila, finché qualcuno non si rende conto che gli scavi archeologici sottrarranno spazio ai reperti (anche se, a loro volta, sono innegabilmente essi stessi reperti e per di più nel loro sito). Studi terzi affermano più realisticamente che la superficie è di circa 3675 metri quadri, più 400 con il problematico impiego, certo ardito, della cisterna come ingresso, bookshop e caffetteria, oramai spazio irrinunciabile per i musei.

Per la cisterna, in particolare, alcuni avevano immaginato una struttura conica a vista, che si riallaccia nell’ispirazione alle piramidi di vetro del Louvre di Parigi, con scale a chiocciola che ne discendono all’interno. Stefano Gris, autore del progetto architettonico di recupero e dell’allestimento del futuro museo, ha invece dichiarato che non sarebbe trasformata in un ingresso ipogeo, bensì che l’atrio verrebbe costruito, in dimensioni ridotte, sopra la cisterna stessa, resa comunque accessibile o come minimo visibile.

Questione di spazi mancanti

Ma è l’ultimo dei problemi. In data 2014, si annuncia innanzitutto il ridimensionamento della riqualificazione pubblica di Verona Sud che non risulta più una priorità. Anzi, in data 5 agosto 2014 passa la notizia che, ad esempio, per l’area del parcheggio di fronte alla fiera è in dirittura d’arrivo la vendita all’Esselunga di Caprotti per 27 milioni di euro; nel 2003, la stessa zona dell’ex mercato ortofrutticolo, 60mila metri quadri, era stata destinata al progettato Polo finanziario veronese.

Poi si dice che lo spazio espositivo del Forte di Castel San Pietro non è sufficiente a contenere tutti i reperti presenti a Palazzo Pompei (per il quale continua, non senza polemiche, la procedura di alienazione) stante i 4mila metri quadri a disposizione, ridotti ulteriormente dalla richiesta della Soprintendenza di riservare qualche sala alla chiesa paleocristiana. Si destina così una parte del materiale all’Arsenale, che dal canto suo è ancora ben lontano dal trovare una destinazione definitiva oltre che un restauro che lo renda interamente fruibile.

Mentre il progetto di un museo di storia naturale sul modello Muse viene accantonato a fronte di risorse insufficienti, si susseguono proposte per trasformare l’immenso edificio della Campagnola in un mercato per i prodotti locali (attualmente in essere, ma al di fuori delle strutture perché, in parte, pericolanti); in un centro commerciale e ricreativo; in un museo dedicato ai fossili di Bolca.

Un’immagine del cantiere all’Arsenale ancora in essere

Quel patrimonio diviso in due sedi

Quel che è certo è che, non avendo un progetto organico dopo quello di Chipperfield (realizzato solo parzialmente e limitatamente alla zona del parco; l’edificio previsto per il museo venne stralciato subito per motivi economici), l’indecisione sulla destinazione d’uso dell’Arsenale tiene in sospeso il recupero del Forte di Castel San Pietro. Le successive alienazioni rendono sempre più incerto il destino dei reperti conservati a Palazzo Pompei, di impianto ottocentesco e scarsamente appetibile per l’attuale turismo didattico.

La recente scelta di dividere il patrimonio archeologico tra due sedi (Palazzo Pompei e Arsenale), d’altra parte, è certamente perdente, risultando, senza una proposta organica, un semplice stoccaggio dettato dall’emergenza, privo di capacità attrattiva rispetto al turismo culturale e scolastico. Considerando la qualità e la quantità dei reperti presenti al Museo di Storia Naturale di Verona rispetto a quanto proposto dal Muse, l’impressione è davvero quella di una grande occasione persa.

Dimostra sì che Trento sa valorizzare il poco che ha, ma pure che Verona – forse per carenza di risorse, o piuttosto per mancanza di interesse e competenze sulla questione cultura della classe politica locale – dispone di un grande potenziale inespresso.

Uno scorcio di Castel San Pietro dopo il nubifragio del 23 agosto 2020, che fece cadere quasi 700 alberi in città, compresi tredici cipressi antistanti la ex caserma austriaca sulle Torricelle. Foto di Osvaldo Arpaia.

Castel San Pietro senza quiete

Nel frattempo, l’area di Castel San Pietro venne segnalata dalla stampa locale per essere divenuta, a causa dell’incuria e dell’abbandono, luogo di degrado, ritrovo per guardoni e maniaci. E forse anche di teppisti e malintenzionati, visto l’incendio del 2014 – probabilmente doloso – della stazione della funicolare, conclusa appena cinque giorni prima, che ha mandato in fumo quasi 300mila euro di stanziamenti. Ultima, la polemica sull’abbattimento dei cipressi che nascondevano parte della struttura.

Quasi che il luogo percepisse l’inerzia, l’indecisione della politica cittadina, e volesse continuare a nascondere i suoi tesori in attesa di tempi maturi, in grado di restituirgli la sua vocazione culturale, di convivialità e quiete. Quasi che lo spirito del colle, sospettoso dopo secoli di scontri sanguinosi, razzie, bombardamenti, polemiche, volesse accertarsi che i tempi della pace, e di una nuova età dell’oro per Verona, fossero davvero maturi.  

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