A Bologna la Guardia di Finanza, in strada venerdì 30 ottobre per controllare la manifestazione contro il carovita e la guerra, fa un gesto potente: i militari si tolgono il casco e abbassano gli scudi, al passare del corteo di protesta. Si chiama disarmo unilaterale. Ed è un atto rischioso, perché non sai come va a finire. È anche un alto di alta dignità e che porta una persona sulla cima dell’autorevolezza.

È interessante che sia la Guardia di Finanza ad aver compiuto un atto del genere. Questo corpo non dipende dal ministero dell’Interno, ma da quello dell’Economia: al ministero dell’Interno si mette a disposizione quando viene richiesto. I finanzieri sono quelli che combattono nel modo più complesso – con lo studio dei flussi di denaro – il traffico di droga, le tangenti e la massa immensa di denaro sporco che circola nel nostro Paese. È proprio la Guardia di Finanza a dirci che sono 200 i miliardi di euro di evasione fiscale: quelli che impediscono di avere risorse per la sanità, la scuola, l’università, le pensioni, la sicurezza e la difesa della Patria.

Di segno diverso, invece, l’atto del ministro della Pubblica Istruzione (io continuo a chiamarlo così), Giuseppe Valditara, su Twitter (pure quello lo chiamo ancora così): “In una giornata che ha purtroppo ancora registrato diversi atti di violenza in alcune manifestazioni, voglio esprimere il mio sentito ringraziamento alle donne e agli uomini delle Forze dell’ordine che sono ogni giorno presidio e garanzia della sicurezza e della libertà di tutti gli italiani”. 

Fin qui, le Fiamme Gialle (i finanzieri) e il ministro della Pubblica Istruzione. E i giornali, da che parte stanno? Lo anticipo subito: sempre nello stesso posto. Impreparati di fronte alla gestione dei fatti mentre accadono, poi si posizionano e tematizzano a seconda della convenienza.

I giornalismo inginocchiato

Lo scarto tra racconto di quanto sta accadendo e giornalismo che cerca di capire come raccontare quanto è accaduto, lo possiamo notare nel confronto tra i giornali online e quelli (stessa testata) su carta, oppure in digitale, il giorno dopo.

Prendiamo come esempio il Corriere della Sera online. Ecco come recita il titolo di apertura del Corriere.it che ho letto alle 16.38 di venerdì 30 ottobre 2026: Cortei nelle città blindate. A Milano in 35 mila sulla Tangenziale Est chiusa al traffico. Vernice rossa su cartelli e guard rail.

Cosa ci racconta questo titolo? Faccio un elenco, per comodità di analisi. E per avere un piccolo strumento di lettura critica dei giornali:

  • Vernice rossa su cartelli e guard rail. Un dato come questo richiama in modo visivo e immediato le violenze di piazza. Della serie: se questi in tangenziale imbrattano cartelli e guard rail, figurarsi cosa faranno quando arrivano in centro città. Quest’operazione linguistica fa riferimento a un’altra teoria dei media, la teoria della coltivazione. È la teoria secondo la quale chi fa un massiccio uso di televisione (oggi possiamo allargarci ai media digitali) tende a sovrastimare il livello di violenza nel proprio quartiere.
    Già influenzati dalle notizie sulle violenze nel centro di Milano, mettendo in ombra le proteste pacifiche, quella vernice non ci fa pensare a una forma di disobbedienza irriverente per protestare contro il carovita. Ci fa pensare che siamo di fronte a una massa di violenti, pronti a mettere a ferro e fuoco la città.
  • Cortei nelle città blindate. La parola “cortei” viene subito limitata e definita dall’aggettivo “blindate”. Cosa ci dice questa frase? La protesta costringe le città a blindarsi per evitare di essere invase e diventare oggetto di violenze: perché la protesta è violenza. Quest’operazione che fa il Corriere.it si chiama framing. Ovvero l’incorniciare un evento per dargli una certa lettura, anziché un’altra. Possiamo ribaltare questo titolo? Certo: “Le città si blindano per paura. Ma la protesta dei giovani contro il carovita non si ferma”. È un altro frame.
  • A Milano in 35 mila sulla Tangenziale Est chiusa al traffico. Qui il giornale annulla il valore di una protesta con 35 mila persone in strada, che sfilano su una tangenziale e non corrono in un centro storico a sfasciare vetrine. Il valore della protesta viene compromesso da tre parole: “chiusa al traffico”. Questo non è solo un dato, è una scelta di quale sia l’elemento prioritario, più importante, da mettere in evidenza: in questo caso, si evidenzia il fatto che i manifestanti possano aver compiuto un reato, facendo chiudere la tangenziale (se non autorizzati). Quest’operazione si chiama agenda setting. Ovvero, la scelta dell’elemento più importante da portare all’attenzione di chi legge.

Così titola il Corriere della Sera di sabato 31 ottobre: “Studenti in piazza, incidenti a Roma” (prima pagina). Nelle pagine interne abbiamo un titolo più sfumato: “L’onda degli studenti tocca 70 città. Roma e Torino, scontri con la polizia”. Il frame del manifestare come atto di violenza resta, tuttavia la tensione narrativa pare alleggerirsi. Ma è sempre pronta a riemergere.

Il giornalismo sparpagliato

Il Corriere della Sera e il Resto del Carlino raccontano soprattutto l’ordine pubblico: l’assalto respinto, le aggressioni agli agenti. Il Corriere della Sera tratta le proteste dopo due pagine sull’economia, inflazione inclusa: ma non collega i due temi (carovita e protesta).

Repubblica punta su disagio sociale e riconciliazione, con quattro profili di manifestanti con nome ed età. E titola: “Vita cara, piazze grandi”. La Stampa parla di una piazza pacifica “rovinata da frange violente” e si pone dalla parte di chi manifesta, con questo titolo: “La protesta assedia i palazzi”, dove i palazzi sono quelli del potere politico ed economico. Il Fatto Quotidiano parla dritto al governo: “Un milione in piazza: arrestate pure questi”.

Il Resto del Carlino si colloca a metà con un titolo d’altri tempi: “Gli scontri e i fiori”. Impossibile non ricordare la canzone dei Giganti, anno 1967: “Proposta. Mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Quanto al Sole 24 Ore, dopo aver informato chi legge con ben sei pagine dedicate al costo della vita e alla congiuntura economica, eccolo con un titolo all’acqua di rose: “Piazza piene in tutta Italia: contro caro vita e riarmo”.

È interessante notare come il Sole 24 Ore metta tra virgolette la frase del titolo “contro caro vita e riarmo”. Della serie: sono loro a dirlo, mica lo abbiamo visto e detto noi. È una forma di de-responsabilizzazione dei giornali che incrociamo sovente nei titoli.

L’agenzia Ansa, che fa? È la testata in teoria più obiettiva, imparziale e autorevole nel panorama giornalistico italiano. Ecco il titolo di venerdì sera, a conclusione della giornata di protesta. Il servizio è di quelli destinati agli abbonati e ai giornali: “Cortei di studenti e lavoratori in 60 città, tensioni a Roma e Torino”. Della serie: carissimi, vi informo, poi vedetevela un po’ voi con i titoli degli articoli.

Un episodio comune a quasi tutti i giornali: i finanzieri che abbassano gli scudi. Ci sono, è previsto, le solite cifre che non coincidono: a Milano i partecipanti vanno da 35mila a 70mila a seconda del giornale. Il blocco della tangenziale dura un’ora e mezza per il Corriere, tre ore per Repubblica, Fatto e Sole 24 Ore.

Possiamo dire che, ancora una volta, nell’immediatezza dei fatti che accadono, i giornali reagiscono appiattendosi sovente sulle fonti ufficiali. È inevitabile che accada, se non hai cronisti sul campo che facciano il lavoro di informare. Il giornalismo online, alla ricerca di clic, punta spesso a titoli che colpiscano, polarizzando quindi racconti e fazioni. Quando le acque si sono calmate, i giornali leggono infine i fatti seguendo le loro posizioni politiche ed editoriali.

La notizia che colpisce e sconcerta

Su tutto questo e dentro tutto questo abbiamo una notizia che emerge in tutta la sua forza dirompente. È un tipo di notizia che – quando la leggi – comprendi essere capace di spaccare di netto l’agenda dei fatti di quel certo giorno. Ecco come la titola il Corriere della Sera: “Primarie (anche online) a febbraio. Il Campo largo decide l’agenda”. Mi sfugge la scelta di titolare Campo con la C maiuscola: “campo” è un nome comune; e “largo” è lasciato minuscolo (caso mai: “Campo Largo”)

Perché questa notizia colpisce, ci fa increduli, sconcerta e poi resta impressa? Perché, dopo il pathos delle proteste e il tentativo dei poteri economici e politici di zitterle e criminalizzarle, arrivi a pensare: “Campo largo che fa le primarie (anche online) a febbraio? E chi se ne frega. Questi sono fuori dal mondo”. È in questi casi che capisci l’immaturità della classe politica e dirigente italiana. In una democrazia dove la politica è capace di interpretare i bisogni delle persone, avremmo un “governo ombra” che dice agli italiani: “Se ci votate e andiamo noi al governo, di fronte a questa situazione faremmo questa, questa e quest’altra scelta. In economia, per i giovani, per la sicurezza e per escludere l’opzione della guerra”.