Guardo la tv, vedo gli scontri, sento parlare di chat dello stupro e spengo inorridito. Poi, però, nel silenzio, mi pongo delle domande. Mi piego subito al bisogno di sangue dei leoni da tastiera: quelli che picchiano, sfasciano vetrine, fanno danni e, soprattutto, minacciano stupri (se è vero) copemoli tuti. Detto ciò (chiaro? Lo dico proprio a te che stai per digitare il solito comunista: non sto giustificando proprio niente), dovremmo come adulti e società avere il coraggio di prendere in mano una serie di questioni, una volta che sarà passata la tempesta e avremo raccolto i cocci. Ovvero:

Le parole. A scuola non si può più fare politica, perché ci sono gli insegnanti comunisti del gender che plagiano gli studenti. A casa, di politica non si parla per una serie di ragioni e se lo si fa, ma senza un contesto culturalmente preparato, non è sufficiente per forma e contenuto. Il risultato, quindi, è che abbiamo generazioni che non hanno non dico i concetti, ma nemmeno le parole per trasformare il loro disagio, il loro spaesamento, la loro rabbia e la loro disillusione in azione politica, ovvero nell’alveo della democrazia. E quando non hai le parole, di solito si muovono le mani.

La comunicazione. Vedo i genitori dei fermati in coda davanti le questure, increduli che il loro pargolo sia stato in grado di combinare simili disastri. Scoprono un altro figlio. Ora, sappiamo tutti come il gruppo influenzi il comportamento del singolo, facendogli fare azioni che normalmente ben si guarderebbe dal fare. Però la sensazione è che queste famiglie di origine straniera stiano vivendo un dramma simile a quello dei genitori dei ragazzi che hanno mandato Iacopini all’ospedale perché annoiati.
Questo ci riporta a una questione di fondo, che ci riguarda tutti: conosciamo i nostri figli? Hanno dei sogni, e se sì, quali sono? Cosa pensano? Cosa vogliono? E, soprattutto, che modello di futuro gli stiamo offrendo, oltre il divano?

Futuro. Le generazioni fino agli anni ’90 fingevano consapevolmente di credere in un patto: se studi, se ti sbatti e aspetti il tuo turno, otterrai un lavoro adeguato, uno stipendio giusto e la possibilità di farti una famiglia. L’ascensore sociale, poco e male, qualche minimo cambiamento lo attuava. Oggi, questo patto è rotto: certo, i figli di occupano posti in virtù del cognome come sempre; ma, negli ultimi quarant’anni, la robotica ha progressivamente cancellato buona parte dell’occupazione operaia; oggi l’IA sta già spazzando via i lavori dei “colletti bianchi”, destino che potrebbero condividere persino le creator di OF. Che posto avranno nel mondo i nostri figli? Siamo pronti ad immaginare una società senza lavoro? E se anche lo fossimo, chi paga?
Nel frattempo, il sogno veicolato dai social è di soldi facili e oggetti di lusso, comprati in teoria con una startup geniale secondo la logica dell’American Dream o, più spesso, con i soldi di papà (o mamma).

La ricchezza. E questo è un altro tasto dolente. Oggi, il 5% più ricco delle famiglie possiede circa il 50% della ricchezza netta totale del Paese; vent’anni fa era meno del 40%. In più, nel 1995 la metà più povera della popolazione italiana possedeva circa l’11,7% della ricchezza nazionale. Oggi quella stessa metà si deve spartire appena il 7,2% del patrimonio totale. Si va verso un modello americano, dove 1% più ricco della popolazione possiede circa il 32,5% della ricchezza totale del Paese? Forse. I ragazzi nelle strade combattono consapevolmente contro questa deriva e conoscono gli artt. 3, 41, 42 53 della Costituzione? Probabilmente no. Ma il senso di ingiustizia probabilmente lo sentono, come lo sentono molti adulti che fanno le rate per andare in vacanza, o che non hanno il coraggio di guardare le bollette.

Seconda generazione. “Rimandiamoli al loro Paese!” Magari si può fare con qualche genitore, ma non certo per i ragazzi di seconda generazione che sono di cittadinanza italiana. Quindi che si fa? Questi ragazzi si sentono emarginati anche per motivi che li accomunano ai loro coetanei francesi: vivono ai margini delle città, nelle periferie, spesso disagiate (anche a causa loro, peraltro); hanno il cuore verso la loro terra di origine ma vivono in una realtà dove hanno libertà e possibilità che non avrebbero altrimenti avuto, offerte però da una società che incolpano  per le ristrettezze, le discriminazioni e le angherie subite dai loro genitori; soffrono, infine, di un tasso di disoccupazione maggiore. Se a questo aggiungiamo spesso una religione magari non vissuta davvero ma utilizzata come strumento identitario, il gioco è fatto. La scelta è tra combatterli o includerli; per il momento, stiamo semplicemente facendo finta che il problema non esista.

Quindi, una volta aggiustate le vetrine, pagati i danni, ripristinato l’ordine, punito che va punito, sarà forse il caso di farsi qualche domanda e magari cercare qualche risposta. Oppure, aspettiamo con fatalismo la prossima rivolta e quella dopo, quasi fosse un evento stagionale. Perché anche non scegliere è una scelta.

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