“È importante ciò che lasci, non la conclusione”. Così Salmo, al secolo Maurizio Pisciottu, chiudeva nel 2016 la terza strofa di una delle sue più grandi hit: 1984, pezzo simbolo di Hellvisback, il suo quarto disco da solista. A tratti un ossimoro, per certi versi una contrastante ripetizione. Eppure in questi ultimi giorni, con la chiusura della pausa nazionali, il più grande e sofferto dualismo della storia mondiale (definirlo sportivo mi pare riduttivo) ci ha offerto una chiara prospettiva su come applicarne il significato primo.

Non è certo un caso che nella serata di addio di Leo Messi alla Selecciòn Argentina, il compagno di merende abbia rilasciato un comunicato stampa – scritto probabilmente dal suo avvocato – dal tono anacronistico, egoriferito ma soprattutto stracolmo di rancore, contro il CT della nazionale portoghese. Commissario Tecnico che, ricordiamo, è stato approvato dallo stesso Ronaldo così da convincerlo a non mollare baracca e burattini dopo il deludente mondiale disputato.

Un comunicato stampa che – a detta dello stesso CR7 al momento del capriccioso fuggi-fuggi dal ritiro della propria selezione – avrebbe dovuto chiarire la propria posizione. Un comunicato stampa che per tutti, tolti coloro ancora ammaliati dall’ormai sdoganato six pack del vice-capocannoniere della storia del calcio, ha più che altro il sapore di un brodo avariato di demenza senile, egocentrismo e umiliazione.

Un salto a Buenos Aires

Ci troviamo allo stadio Monumental, nel cuore del tifo albiceleste. Mentre tutto il mondo è concentrato sulla telenovela CR7 – Jorge Jesus, a Buenos Aires è in atto l’ufficialità di un altro addio alla propria Nazionale di riferimento. Quello di Lionel Messi.

Più che di un testamento volto alla spasmodica ricerca di attenzioni, qui il Capitano argentino parla in maniera semplice, sincera e trasparente per nove minuti circa. «Ho parlato più ora che in tutta la mia carriera» dirà sorridendo verso la fine del monologo. Ha ragione.

Comunica in maniera pacata, felice. La cosa che però balza subito all’orecchio dei più attenti è il costante utilizzo di tempi verbali coniugati alla seconda persona plurale: “Voi”. Quando la frase ha come soggetto lui stesso, infatti, la traiettoria finale delle parole, il traguardo ultimo del pensiero, hanno sempre come destinatario qualcuno che sta al di fuori di Lionel Messi. Perennemente.

Prima al papà, poi a la camiseta, poi a la Selecciòn. Poi di nuovo a la camiseta, ai compagni di squadra. Prima a quelli che ci sono stati, per poi passare a quelli che invece non ci sono stati. Ancora al gruppo squadra, poi al paese intero. A chi ha seguito l’abiceleste fuori dal paese. Alla sua famiglia, ai presenti al Monumental. Alla compattezza del gruppo, che necessita di rimanere unito contro chi «vuole il male della Selecciòn». E infine, all’orgoglio di essere argentini.

Nelle parole di Lionel Messi, il giorno del ritiro di Lionel Messi dalla Selecciòn, non c’è traccia di Lionel Messi.

Sul volo verso Madrid

Durante i preparativi per l’addio a Messi, sul proprio profilo Instagram, Cristiano Ronaldo pubblica il tanto atteso comunicato stampa cucinato nel corso della settimana appena trascorsa. Il carosello del GOAT ha le sembianze della risposta che ci aspetteremmo qualora la supercazzola di Ugo Tognazzi, la Sindrome di Calimero e Dorian Gray partorissero un figlio, mostrassero lui l’intera trilogia del Padrino prima del compimento dei due mesi e gli regalassero la biografia di Marco Travaglio per il diciottesimo compleanno. Il tutto per consegnarlo infine proprio nelle mani di… Cristiano Ronaldo.

Quando l‘ego si schianta con la realtà, non si formano catene montuose né colline moreniche. Si tesse un velo di fronte agli occhi ed un lembo attorno al cervello. E quello che Cristiano Ronaldo, il suo entourage, i suoi avvocati, chi per esso sia, ha scelto di dimostrare mettendo nero su bianco quelle richieste, quella narrazione, denota la totale assenza della capacità di mettersi in discussione. Anche quando le circostanze esterne ti obbligano a farlo

La storia penso la conosciate tutti: a Cristiano viene promesso di giocare solo la prima e l’ultima partita della pausa. Prima del secondo appuntamento contro la Norvegia, però, gli si avvicina un assistente del mister, dicendo lui che sarebbe subentrato a gara in corso. Ronaldo si scalda per mezz’ora ma non entra. Si arrabbia. Va via senza salutare i tifosi. Sceglie di parlare con il mister, obbligandolo a presentarsi in conferenza stampa il giorno seguente e ripetere otto dichiarazioni che alcuni dirigenti, assieme allo stesso Ronaldo, avevano stillato.

Non c’è status che tenga

Di seguito solamente due delle otto frasi che Jorge Jesus, colpevole di non aver fatto entrare Ronaldo, avrebbe dovuto pronunciare. Condite – come se ci fosse bisogno – dalla solita pantomima su quanto l’amore per il Portogallo sia spropositato, oltre che dal rimarcare orgogliosamente la chiamata ricevuta dalla Federazione lusitana affinché non lasciasse la selezione. Passando infine per delle velate scuse di circostanza volte a consolidare ancor di più la fortificazione difensiva volutamente creatasi attorno alla sua figura, accrescendo così il proprio Status.

“Ho commesso un errore facendo riscaldare un giocatore dal calibro di Pelé o Maradona per poi non farlo entrare. Non lo rifarei.”, “Riguardo al fatto di non aver salutato i tifosi. Uno con oltre 230 partite con la Nazionale non si aspetta da me lezioni di amore per il Portogallo. È stato un momento di frustrazione che non cancella nulla.”

Il tutto nel mentre che il Portogallo inanellava quattro vittorie su quattro, con Gonçalo Ramos – sostituto di Ronaldo – a segno tre volte su quattro. L’unica in cui non è andato in rete? Quella in cui al suo posto ha giocato Ronaldo.

Movente, modalità e fine ultimo

Partiamo da qui, come in ogni giallo che si rispetti. Vigilia della sfida col Galles. Cristiano Ronaldo si presenta in conferenza e indossa i panni del soldato semplice. A disposizione del mister, dice. In campo e fuori. Applausi. Contro il Galles gioca, e tutto fila liscio. Poi arriva la Norvegia. Ronaldo resta in panchina. E il soldato semplice, d’improvviso, si ricorda di essere un generale. E i generali, prima di dichiarare guerra, parlano poco. Quando parlano, però, fanno tanto rumore. Ciò che resta da chiedersi è se fosse davvero necessario. Ma a questo risponderemo nell’ultimo punto.

Modalità

Prima di chiedersi se fosse necessario, quindi, occorre interrogarsi sul come. Ed è proprio sul piano del metodo che la vicenda rivela le sue contraddizioni più profonde.

Il punto di partenza è la conferenza stampa che ha preceduto la sfida con il Galles. In quella sede, Ronaldo non si è limitato a una formula di circostanza. Ha costruito un’immagine precisa: quella del capitano che antepone il collettivo a sé stesso, disposto a servire la Nazionale in qualunque ruolo, anche lontano dal campo. Una dichiarazione che, in quanto pubblica, assume il valore di un impegno. E un impegno si misura nel momento in cui costa qualcosa mantenerlo.

Quel’istante è arrivato contro la Norvegia. Ed è proprio lì che, come per magia, è venuto meno. Non tanto per il disappunto in sé, che è umano e persino comprensibile in un campione abituato a essere centrale. Quanto per la forma scelta per esprimerlo. Un capitano che dissente ha a disposizione canali riservati: lo spogliatoio, il confronto diretto con l’allenatore, il dialogo con la Federazione. Scegliere invece la via dell’esposizione pubblica significa trasformare una divergenza tecnica in una questione di potere. Significa, in sostanza, chiedere all’opinione pubblica di arbitrare una decisione che spetta a una sola persona.

A rendere la reazione ancora più sproporzionata è il contesto. Non si trattava di una finale né di una gara decisiva, ma di un incontro dal valore sportivo pressoché marginale. Proprio la scarsa rilevanza della posta in gioco avrebbe dovuto suggerire contro risposte pacate. È accaduto l’esatto contrario. E quando la reazione eccede a tal punto la causa, è lecito sospettare che il movente reale – per tornare, neanche a farlo apposta, al primo punto – sia un altro.

Il fine ultimo

Giungiamo dunque al fine ultimo. Ed è qui che si torna così alla domanda iniziale. In questo primo turno di Nations League, Ronaldo era stato raccontato come il condottiero chiamato a guidare la squadra verso l’obiettivo. È bastata però una misera settimana, oltre che una sostituzione non effettuata, per trasformare una nobile intenzione in un disagiante prologo, smascherandone le reali intenzioni. Perché quel comunicato stampa parla per sé, e non parla a Jorge Jesus (l’unico mai nominato per nome), non parla all’entourage e tantomeno ai dirigenti. Parla a Cristiano Ronaldo. In terza persona, per aggiunta.

È qui che il disegno si fa leggibile. Il momento non è casuale: gare di scarso rilievo, lontane dalla pressione di un Mondiale o di un Europeo. E il consenso? Uguale: stampa, opinionisti e tifosi, in larga parte, si schierano al suo fianco. Dopo le richieste avanzate a Jorge Jesus, che ha scelto di rispondere con un silenzio eloquente in conferenza stampa, Ronaldo compie l’ultimo passo. Si colloca tra il suo allenatore e la Federazione. Esibisce il proprio seguito come argomento negoziale. E pone, senza dichiararla apertamente, un’alternativa secca: o lui, o il commissario tecnico.

Era necessario? No, ma era funzionale. Al Portogallo? Macché, a Cristiano Ronaldo.

Leo Messi ha salutato il suo Paese e la sua Nazionale di fronte a circa 90.000 persone, reo di aver perso la finale del Mondiale. La seconda finale persa di un Mondiale dopo il 2014, la quarta in totale con l’Albiceleste se contiamo le due di Copa América del 2015 e del 2016. Eppure, il saluto finale è stato quello di un uomo, ancor prima di un calciatore, che non ha mai peccato di becero egocentrismo, di spregevole protagonismo.

Perché, Cristiano, alla fine è importante ciò che lasci, non la conclusione. E il tuo epilogo, perché di un epilogo si tratta, non lascia spazio ad altro se non ad un imbarazzante ed assordante silenzio.

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