Tolleranza zero per i minori: il vicolo cieco dei decreti sicurezza
L'obiettivo dichiarato è blindare l'ordine pubblico, ma l'effetto concreto rischia di essere il colpo di grazia a un sistema penitenziario minorile già al collasso.

L'obiettivo dichiarato è blindare l'ordine pubblico, ma l'effetto concreto rischia di essere il colpo di grazia a un sistema penitenziario minorile già al collasso.

I disordini di sabato scorso in molte piazze italiane, con Milano trasformata in un campo di battaglia urbano da gruppi di giovani tra cui molti minorenni, hanno prodotto l’immediata e prevedibile risposta riflessa della politica.
Con un Consiglio dei Ministri straordinario, il governo ha varato a tempo di record un nuovo decreto sicurezza: una stretta draconiana che introduce il reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni”, dispone il trattenimento preventivo in questura fino a 12 ore e cancella i filtri per i minori dai 14 anni in su, introducendo una presunzione di imputabilità.
L’obiettivo dichiarato è blindare l’ordine pubblico, ma l’effetto concreto rischia di essere il colpo di grazia a un sistema penitenziario minorile già al collasso.
Davanti alle immagini delle devastazioni, la tentazione della tolleranza zero si riaffaccia come una già vista scorciatoia emotiva della politica, dal Decreto Caivano in poi.
Eppure, la fretta di sventolare l’ennesima bandiera securitaria impedisce di porsi l’unica domanda davvero cruciale per il futuro delle nostre comunità: chiudere un adolescente in una cella sovraffollata serve a fermare la violenza, o stiamo semplicemente recludendo i sintomi di una malattia sociale che ci ostiniamo a non voler curare?
Per capire il fallimento dei decreti sicurezza che stanno sovraffollando le carceri minorili, bisognerebbe uscire dalle aule del Parlamento e farsi una passeggiata nei quartieri-ghetto delle nostre periferie. È lì, tra la dispersione scolastica fra le più alte in Europa, l’assenza totale di presidi sociali in contesti familiari ed economici di assoluto e drammatico disagio, che nascono i reati dei più giovani.
Il legislatore vorrebbe far credere ai cittadini che basti abbassare l’età imputabile e inasprire le pene per garantire la sicurezza nelle nostre città.
La realtà, però, ci dice che rinchiudere in carcere un ragazzo senza chiedersi da quale contesto sociale, economico e educativo provenga, non è giustizia, ma una cambiale che la società pagherà domani in termini di maggiore criminalità.
L’illusione securitaria che ha guidato i provvedimenti degli ultimi anni si sta infatti scontrando con la dura realtà dei numeri: il carcere minorile non riabilita, ma cronicizza la devianza.
Questa miopia si traduce nell’impennata delle presenze negli Istituti Penali per i Minorenni (IPM), dove la popolazione detenuta ha registrato un incremento superiore del 50% rispetto al periodo precedente all’approvazione delle nuove norme, in primis appunto il Decreto Caivano del 2023.
Parliamo di un sovraffollamento strutturale che non è causato da un improvviso aumento dei reati commessi dai ragazzi, le cui denunce e segnalazioni sono in realtà stabili o in calo, ma dall’inasprimento della custodia cautelare in carcere anche per illeciti minori, legati alla marginalità o al piccolo spaccio.
E quando circa due ragazzi su tre (il 64,9%) si trovano in cella in attesa del processo, significa che la prigione è diventata la risposta immediata anziché l’estrema ratio.
Ma arrestare un quattordicenne per una rissa o per micro-criminalità e catapultarlo in un istituto saturo, significa interrompere bruscamente l’unico legame rimasto con la legalità, come la scuola o la famiglia.
I dati statistici del Ministero della giustizia e di Associazione Antigone dimostrano che mentre il carcere produce una recidiva che sfiora il 70%, i percorsi alternativi sul territorio, come la MAP (messa alla prova) istituita dal D.P.R. del 1988 per sospendere il processo e affidare il ragazzo ai servizi sociali, registrano un tasso di successo e di esito positivo superiore all’83%, diminuendo la ricaduta nel crimine a meno del 20%.
Anche il costo economico per lo Stato si riduce drasticamente, perché mantenere un minore in carcere costa molto più di qualsiasi percorso educativo esterno.
Limitare l’accesso alla MAP, dunque, così come previsto dal Decreto Caivano in poi, non è una misura di sicurezza né uno sgravio per le casse dello Stato, ma un atto di pura vendetta politica.
Quando lo Stato decide deliberatamente di depotenziare l’unico strumento giuridico capace di abbattere la recidiva, preferendo la certezza della cella alla certezza del recupero, non sta proteggendo i cittadini.
Sta solo pagando una tassa ideologica alla pancia del proprio elettorato sulla pelle della categoria più vulnerabile, trasformando i minori in difficoltà nel capro espiatorio dell’insicurezza collettiva.
È la trasformazione della giustizia in un tribunale della vendetta, dove lo scalpo mediatico di un quattordicenne sbattuto in cella vale più della sicurezza reale delle nostre città, barattando il futuro di un minore con un pugno di voti conquistati sull’onda dell’emozione.
Il governo spende risorse enormi per finanziare nuove celle e gestire l’ordine pubblico dentro gli istituti penitenziari, oltre che per i trasferimenti forzati dei giovani adulti verso le carceri ordinarie, sottraendo quegli stessi fondi ai veri presidi di sicurezza sui territori, che sono gli psicologi, gli assistenti sociali, le scuole aperte nelle periferie degradate.
Tra le mura di un carcere i ragazzi non imparano la legalità: affinano le logiche criminali, accumulando rabbia nei confronti di uno Stato che si è accorto di loro solo al momento di stringergli le manette ai polsi.
E chi oggi applaude alle strette punitive dei decreti sicurezza, dovrebbe chiedersi cosa succederà quando quelle celle si riapriranno.
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