D’estate la nave porta visitatori, rifornimenti e merluzzo da spedire sulla terraferma. Quando riparte, alle cinque, l’isola torna ai propri ritmi: riaprono piscina e pub, mentre il minimarket osserva lo stesso orario invernale, dalle tre alle quattro. È una scelta precisa: non trasformare la vita locale in uno spettacolo per turisti. Il turismo offre risorse, ma può ridurre un luogo abitato a prodotto di consumo.

L’isolamento non è solo geografico. In inverno il mare ostacola i collegamenti; non ci sono ospedale né pronto soccorso e la scuola, rimasta senza alunni, ha chiuso nel 2019. Lo Stato sostiene la comunità con traghetti e voli, anche per consentire ai bambini di studiare sulla terraferma e tornare dalle famiglie. È una permanenza fragile e costosa, che restituisce allo scrittore un’idea più concreta dell’abitare.

La solitudine come un vaccino

Il libro nasce anche da una domanda personale: quanto si può resistere alla solitudine? Lo scrittore e giornalista Leonardo Piccione è attratto dai luoghi che si svuotano, ma sa che stare con se stessi non garantisce alcuna vittoria: può far emergere parti che avremmo preferito ignorare. Per questo parla della solitudine come di un vaccino, da assumere a dosi progressive per costruire gli anticorpi necessari quando arriva senza preavviso.

Grimsey, però, smentisce l’immagine di un eremo. Dove la sopravvivenza dipende dalla collaborazione, la socialità è intensa: cene, feste e conversazioni all’emporio servono anche a capire come sta il vicino. «Devi poterti fidare fino in fondo di chi condivide con te questa prigione», dice pensando all’inverno.

Il reportage viene pubblicato con il titolo di Cose da fare di notte al Circolo Polare Artico (Neri Pozza Editore, 2026) e prende forma con un metodo fatto di letture, osservazione e conversazioni. Piccione segue le piste nascoste nelle bibliografie e arriva sull’isola con carta e penna, pronto ad ascoltare Gaga, la donna che gestisce il negozio, i pescatori e gli altri abitanti. La ricerca documentaria diventa così esperienza condivisa.

Leonardo Piccione durante la presentazione del suo libro a Pagina 12 – Foto di Roberta Camerlengo

Una sfera, una scacchiera e la memoria di un benefattore

Due monumenti raccontano il legame di Grimsey con il mondo. Il primo è un’installazione artistica, una sfera di cemento, larga tre metri, che indica il passaggio del Circolo polare artico. Poiché la linea si sposta verso nord di circa quattordici metri l’anno, un bulldozer trascina periodicamente la sfera. Nel 2047 raggiungerà l’estremità dell’isola e finirà nell’oceano: una potente immagine della provvisorietà, in una terra di vulcani e terremoti dove adattarsi è una necessità quotidiana.

Il secondo è una scacchiera di pietra dedicata a Daniel Willard Fiske, studioso americano dell’Ottocento che non visitò mai Grimsey, ma ne sostenne la comunità. Appassionato di letteratura islandese e scacchi, inviò libri, fondò una piccola biblioteca e lasciò agli isolani parte della propria eredità. Nell’inverno del 1918, uno dei più rigidi della storia islandese, quel denaro servì ad acquistare due barili di grano e contribuì a salvare gli abitanti dalla fame.

Ogni primo novembre, nel giorno del suo compleanno, l’isola lo ricorda con lumini, racconti e un buffet collettivo. Piccione non ignora l’ambiguità del benefattore e il rischio di idealizzare una comunità lontana; gli riconosce però di aver attribuito dignità a vite segnate dalla precarietà, quando quasi nessuno sembrava accorgersene.

Dal taccuino al chiosco di hot dog

La svolta arriva nella primavera del 2025, quando il pescatore Siggi propone a Piccione di tornare per finire il libro e gestire il suo chiosco. Dopo settimane trascorse a osservare, lo scrittore si ritrova dietro il bancone dell’Arctic Hot Dog, a friggere il merluzzo pescato al mattino e servire abitanti e visitatori. La distanza dal luogo si dissolve: «Sono uscito dalla mia torre d’avorio, mi sono sporcato le mani e ho cominciato a condividere i ritmi e la fatica».

Al menu aggiunge il “cold dog”, un gelato nel pane dolciastro degli hot dog islandesi, che conquista soprattutto i bambini. Tra loro c’è Konrad, ultimo alunno della scuola prima della chiusura. Un giorno gli confida di tornare ogni giorno perché, con quei guadagni, Piccione possa comprarsi una casa sull’isola. È una frase semplice, capace di cambiare il senso del viaggio.

Comprare casa resta, per ora, un desiderio: i costi islandesi sono alti e gli incassi di libri e panini non bastano. Ma il ritorno a Grimsey non riguarda più soltanto la scrittura. La seconda parte del libro segna proprio questo passaggio: dall’occhio dell’estraneo allo sguardo di chi comincia a sentirsi parte di una comunità.

Gli uccelli e il compromesso con la natura

A Grimsey gli esseri umani sono una minoranza. Le scogliere ospitano migliaia di urie, pulcinelle di mare e sterne artiche. Piccione le osserva per ore, immobile in una giacca verde, seguendo una regola essenziale: per comunicare di essere innocui bisogna quasi scomparire.

Ma anche questo paesaggio sfugge all’idillio. Gli abitanti pescano, allevano pecore, cacciano uccelli e raccolgono uova sulle pareti rocciose: pratiche antiche, rischiose, legate alla necessità. «Vivere a stretto contatto con la natura significa usarla», osserva l’autore. Amarla e sfruttarla non sono, qui, esperienze nettamente separabili.

Piccione ha assaggiato una volta la carne di pulcinella di mare, poi ha rifiutato altri inviti, senza nascondere la propria contrarietà alla caccia. Evita però di ergersi a giudice: le tradizioni, anche quelle che disturbano, compongono l’identità dell’isola. Il libro trova forza proprio in questa complessità, lontana dall’immagine di un rifugio incontaminato: Grimsey vive di compromessi con la natura, con gli altri e con l’idea stessa di libertà.

Le letture che accompagnano Piccione — da Jørn Riel a Morten A. Strøksnes e Nicolas Bouvier — condividono un’attenzione per le persone incontrate, senza idealizzazioni. È anche la sua postura narrativa: mettersi allo stesso livello degli altri, riconoscere le contraddizioni comuni e sospendere i verdetti morali.

La lezione dell’incontro di Pagina 12 è tutta qui: per raccontare un luogo non basta raggiungerne il confine o conoscerne le storie. Bisogna rinunciare alla sicurezza di chi osserva da fuori. A Grimsey, Piccione è arrivato con un taccuino e una domanda sulla solitudine; ha finito per friggere merluzzi, servire gelati e ricevere da un bambino il più inatteso degli inviti a restare.

Foto dal profilo Facebook di Pagina 12

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