Sudan, tre anni di guerra: il conflitto dimenticato che continua a devastare il Paese
A tre anni dall'inizio della guerra in Sudan, il conflitto continua a causare vittime e sfollati.

A tre anni dall'inizio della guerra in Sudan, il conflitto continua a causare vittime e sfollati.

15 aprile 2023 – 15 aprile 2026. Tre anni dopo l’inizio della guerra civile in Sudan, il Paese africano è precipitato in una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, mentre la comunità internazionale fatica a trovare una soluzione politica. Il conflitto, entrato nel suo quarto anno, continua a mietere vittime e a destabilizzare l’intera regione.
Il 15 aprile 2026 segna il terzo anno dall’inizio della guerra civile in Sudan, un conflitto che, da scontro interno tra fazioni militari, si è rapidamente trasformato in una crisi multidimensionale con implicazioni regionali e internazionali.
In questi tre anni, il Paese è passato da una fragile transizione politica a un collasso quasi totale delle istituzioni, mentre la violenza continua a colpire indiscriminatamente la popolazione civile.
Il conflitto si è originato dalla rivalità tra il generale Abdel Fattah al-Burhan, a capo delle Forze Armate Sudanesi, e Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle Forze di Supporto Rapido.
Tuttavia, ridurre la guerra a una semplice lotta personale per il potere sarebbe fuorviante. Le radici della crisi affondano infatti in una lunga storia di instabilità politica, tensioni etniche e disuguaglianze economiche che caratterizzano il Sudan da decenni.
Per comprendere l’attuale guerra è necessario guardare al passato recente del Sudan. Dopo la caduta del regime di Omar al-Bashir nel 2019, il Paese avviò un difficile percorso di transizione verso un governo civile.

Tuttavia, questo processo si è interrotto da un colpo di Stato militare nel 2021, che ha riportato il potere nelle mani delle forze armate.
In questo contesto, la competizione tra esercito regolare e milizie paramilitari si è intensificata, alimentata anche da rivalità economiche. Le Forze di Supporto Rapido, infatti, controllano importanti risorse, tra cui miniere d’oro, che rappresentano una delle principali fonti di finanziamento del conflitto.
A ciò si aggiungono le storiche tensioni nella regione del Darfur, dove già nei primi anni Duemila si erano verificati episodi di violenza di massa e pulizia etnica. Il ritorno della guerra in queste aree dimostra come le cause strutturali del conflitto non si siano mai realmente risolte.
Tre anni di guerra hanno prodotto una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Il numero delle vittime ha superato le 150.000 unità, ma si tratta probabilmente di una stima al ribasso, vista la difficoltà di raccogliere dati in molte aree del Paese.
Ancora più impressionante è il numero degli sfollati: oltre 13 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, trasformando il Sudan nel principale epicentro globale delle migrazioni forzate.
Intere città, come Khartoum, in gran parte svuotate, mentre milioni di civili si rifugiano in campi improvvisati o attraversano i confini verso Paesi limitrofi già fragili.
La crisi alimentare rappresenta uno degli aspetti più drammatici della guerra. Più della metà della popolazione vive in condizioni di insicurezza alimentare acuta, e in alcune aree del Darfur la carestia è già una realtà. Le famiglie sono costrette a ridurre drasticamente i pasti, e i casi di malnutrizione infantile sono in forte aumento.
Il Sudan, di fatto, non dispone più di un sistema statale funzionante. Le istituzioni sono paralizzate, e i servizi pubblici sono crollati. Il sistema sanitario è uno dei settori più colpiti: ospedali distrutti, mancanza di medicinali e personale sanitario insufficiente rendono impossibile garantire cure anche per le patologie più comuni.
Anche il sistema educativo è gravemente compromesso, con milioni di bambini privati dell’accesso alla scuola. Questo rischia di avere conseguenze a lungo termine, creando una generazione segnata dalla guerra e priva di opportunità.
Le infrastrutture, incluse strade, reti elettriche e sistemi idrici, sono distrutte o gravemente danneggiate, contribuendo a isolare intere regioni e rendendo ancora più difficile l’arrivo degli aiuti umanitari.

Numerose organizzazioni internazionali hanno documentato gravi violazioni dei diritti umani. Massacri di civili, stupri sistematici e attacchi contro obiettivi non militari sono segnalati in diverse regioni del Paese, in particolare nel Darfur.
Le accuse di genocidio e pulizia etnica si fanno sempre più insistenti, richiamando tragicamente eventi già vissuti dal Sudan in passato. La Corte Penale Internazionale ha avviato indagini, ma la mancanza di un’autorità statale forte rende difficile perseguire i responsabili.
La comunità internazionale, nel frattempo, appare divisa e spesso inefficace. Le risposte diplomatiche e umanitarie non sono sufficienti a fermare la violenza né a garantire assistenza adeguata alla popolazione.
Il conflitto in Sudan non è isolato, ma si inserisce in un contesto geopolitico più ampio. Diversi Paesi, tra cui potenze regionali del Medio Oriente e del Nord Africa, sono accusati di sostenere le parti in guerra, attratti dalle risorse naturali del Sudan e dalla sua posizione strategica.
Il controllo dell’oro e di altre materie prime rappresenta uno degli elementi chiave del conflitto, trasformando la guerra in una competizione economica oltre che militare.
Allo stesso tempo, il Sudan occupa una posizione geografica cruciale tra il Corno d’Africa e il Sahel, rendendolo un nodo strategico per rotte commerciali e migratorie.
Questi fattori contribuiscono a prolungare il conflitto, rendendo sempre più difficile una soluzione negoziata.
Nonostante la gravità della situazione, la guerra in Sudan riceve un’attenzione limitata rispetto ad altri conflitti globali.
Le Nazioni Unite hanno più volte denunciato la carenza di finanziamenti per gli aiuti umanitari, con una percentuale molto bassa delle risorse necessarie effettivamente raccolta.
Questa mancanza di attenzione mediatica e politica ha contribuito a trasformare il Sudan in una “crisi dimenticata”, in cui milioni di persone continuano a soffrire lontano dai riflettori internazionali.
A tre anni dall’inizio della guerra in Sudan, il Paese resta intrappolato in un conflitto senza prospettive di soluzione immediata. Le conseguenze non riguardano solo la distruzione materiale, ma anche la perdita di un’intera generazione privata di istruzione, sicurezza e futuro.
Il rischio è che la guerra si trasformi in una crisi permanente, con effetti destabilizzanti anche oltre i confini nazionali. L’instabilità potrebbe infatti favorire la diffusione di gruppi armati, traffici illegali e nuove crisi migratorie.
Per evitarlo, è necessario un impegno più concreto e coordinato della comunità internazionale, capace di andare oltre gli interventi emergenziali e favorire un reale processo di pace. Senza questo cambio di passo, il Sudan rischia di rimanere una delle tragedie più gravi e dimenticate del nostro tempo.
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