La Procura di Verona ha richiesto l’archiviazione per l’omicidio commesso dal poliziotto che la mattina del 20 ottobre 2024 ha ucciso Moussa Diarra. Dopo oltre un anno di indagini svolte in totale riserbo, la Procura ritiene che l’agente abbia agito in legittima difesa, essendo stato “aggredito con un coltello”. È importante sottolineare che non si tratta di un’archiviazione definitiva, ma di una richiesta di archiviazione presentata al GIP (Giudice per le Indagini Preliminari). Il GIP potrà accogliere o respingere la richiesta di archiviazione e, in caso di opposizione da parte della parte offesa, il procedimento proseguirà con un processo. Di conseguenza, il poliziotto non è stato assolto né è stata archiviata l’accusa di omicidio.

Ci sono stati infatti casi simili di morti causate dalla Polizia, come quelli di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi. In entrambi i casi la Procura aveva richiesto l’archiviazione, ma tali richieste sono state sempre respinte dal GIP, anche più volte nel caso di Cucchi.

È fondamentale fare chiarezza su questo aspetto, soprattutto alla luce delle numerose voci, post di politici e commenti sui social che sembrano interpretare la richiesta di archiviazione come la conclusione definitiva della vicenda. In realtà, si tratta di un’evoluzione imprevista nello svolgimento delle indagini, come evidenziato dal team legale che rappresenta la famiglia di Moussa Diarra, il quale ha diffuso il seguente comunicato stampa:

“Siamo sinceramente sconcertati dall’atteggiamento della Procura della Repubblica di Verona che, mentre richiede alla famiglia del povero Moussa Diarra, sparato a morte da un agente di Polizia, 8 euro per poterli mettere a conoscenza delle motivazioni che hanno fondato la richiesta di archiviazione, ritiene di poterle compendiare in un comunicato stampa da fornire ai giornalisti”. 

Si evidenzia come la Procura, priva di qualsiasi sensibilità, abbia informato contemporaneamente la stampa, la difesa di Diarra e i suoi familiari. Inoltre, ai familiari è stato richiesto un pagamento per poter accedere alle motivazioni della richiesta di archiviazione. Tale comunicazione è avvenuta nonostante la richiesta di riservatezza sulle indagini da parte degli attori coinvolti, un silenzio che, sottolineano i difensori di Diarra, è sempre stato rigorosamente rispettato.

La rottura del silenzio e l’assenza di umanità

Una rottura del silenzio che arriva con un tempismo apparentemente mirato a influenzare l’opinione pubblica, infiammando il dibattito politico veronese e nazionale su quanto accaduto. Un dramma che invece dovrebbe spingerci a riflettere e confrontarci, mantenendo sempre al centro il valore umano di ciò che è successo.

Un senso di umanità che si dissolve nelle discussioni politiche e nei commenti sui social, riflesso di un’opinione pubblica condizionata e distante da quel sentimento umano che una tragedia come questa esigerebbe. Quel senso di umanità, che si colloca tra un giusto concetto di sicurezza e solidarietà, avrebbe potuto salvare la vita di Moussa.

Il comunicato stampa diffuso dal Comitato a difesa di Moussa ha messo in luce le responsabilità dell’intero sistema, evidenziando la mancata attivazione di interventi come il TSO, l’assenza di azioni da parte dei servizi sociali e di altre misure nelle due ore precedenti alla tragica morte di Moussa. In quel lasso di tempo, telecamere e testimoni hanno confermato uno stato di alterazione del giovane maliano, causato da una condizione mentale ed emotiva fragile e turbata. Questo stato era legato alla recente perdita del padre, avvenuta poche settimane prima, e all’impossibilità di tornare in Mali per stare vicino alla madre, poiché Moussa era in attesa del permesso di soggiorno.

Il documento, come è emerso successivamente, era già pronto da agosto ma mai comunicato a Diarra. Possedere quel documento avrebbe consentito a Moussa di volare in Mali senza il rischio di non poter rientrare in Italia. Questo si somma alla sua esistenza precaria, segnata da lavori instabili e mal retribuiti, e dalle torture subite in Libia, confermate dalle cicatrici evidenziate nell’autopsia.

Che senso di umanità potrebbe emergere se la discussione politica, l’opinione pubblica e i commenti sui social si spostassero su un piano diverso, fatto di comprensione anziché di odio? Un piano umano, quello che una tragedia immensa come la morte di un giovane di 26 anni esige.

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