Il Regolamento (UE), con troppi articoli, e le successive normative interne, hanno generato un sistema colossale, basato su accountability, DPIA, registri dei trattamenti, DPO, informative enciclopediche, tanta carta stampata per niente. Il risultato è la nascita di un ulteriore diritto procedurale, di cui nessuno sentiva il bisogno.

Il “titolare del trattamento”, oggi, deve essere un professionista, perché è sommerso da obblighi formali il cui costo di compliance supera di gran lunga il beneficio per gli interessati. Si è creata, insomma, una “privacy di carta”, dove l’adempimento cartolare sostituisce la sicurezza reale.

Paradossi dell’eccesso di tutela: oggi è meno pericoloso uccidere mia zia che profilarla. Il sistema privacy prevede sanzioni fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato di chi non informa bene mia zia del fatto di aver archiviato le sue preferenze sulle creme antirughe.

Si persegue così la certezza del diritto? O l’obiettivo era instaurare un terrore (giuridico) alla Robespierre? La sproporzione tra la sanzione e l’offesa effettiva alla riservatezza ha trasformato la privacy da diritto della persona a rischio d’impresa che molte imprese non possono permettersi.

Mentre si impone al piccolo artigiano di aggiornare l’informativa del sito vetrina, spenderci tanti soldi ogni anno e vivere con l’ansia costante della multa, i veri trattamenti invasivi – profilazione algoritmica massiva, data scraping per l’addestramento dell’IA, sorveglianza comportamentale delle Big Tech – proseguono indisturbati.

Il consenso, pietra angolare del sistema, è diventato una vera e propria finzione giuridica, che sfiora la barzelletta: banner cookie manipolatori, dark pattern, “consenso” estorto per accedere a qualsiasi tipo di servizio, anche essenziale. Bombardato nel quotidiano, l’interessato clicca “accetta tutto” non perché è libero, ma perché è stanco.

Nessun cittadino legge informative di 30 pagine. La sovrabbondanza di informazioni produce opacità, non consapevolezza. È la prova provata che la disciplina confonde il mezzo con il fine.

In conclusione, abbiamo costruito un Leviatano normativo: costosissimo da mantenere, punitivo verso i deboli, impotente verso i forti, e non solo inutile, ma persino dannoso, persecutorio, per il cittadino che voleva solo essere lasciato in pace. La privacy, da diritto inviolabile, è diventata una tassa burocratica sulla modernità.

Facciamo che se a me non interessa che qualcuno in Kentucky sappia il mio numero di scarpe, ci sia un modo per farmi evitare 300 firme o “accetto” al giorno? Profilatemi, spiatemi, vendete i miei dati (in)sensibili a chiunque li voglia, a me va bene, purché mi si lasci fare un sito personale senza spendere millemila dollari l’anno per scappare dal garante e dormire con l’ansia comunque.

Scherzo, ovviamente, i miei dati me li terrei volentieri. Ma gli strumenti per limitare la persecuzione ci sono: preferenze fisse impostate a livello di browser. Pena capitale economica solo per data breach dolosi e strutturati. Obblighi da multinazionale solo alle multinazionali… Oppure, semplicemente, un po’ di buonsenso.

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