Sono le 16.30 del 15 febbraio 2012 – nove anni fa – quando la petroliera italiana Enrica Lexie di 230 mila tonnellate incontra sulla sua rotta, 20,5 miglia al largo delle coste indiane, una piccola imbarcazione (12 metri) di pescatori, il St. Anthony. I due fucilieri di marina a bordo della nave, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, scambiano quell’incontro per un attacco di pirati, sostenendo di aver intravisto almeno cinque uomini armati a bordo, pronti all’arrembaggio. Dopo aver inutilmente azionato segnali visivi e sonori, i due militari, a una  distanza di circa 100-150 metri, aprono il fuoco contro la barca indiana, obbligandola a cambiare rotta. Secondo la versione fornita dai nostri militari «le brevi raffiche di mitra furono indirizzate esclusivamente in acqua per cui nessuno si fece male». Ma non tutto andò così, visto che da allora sono rimasti aperti vari interrogativi, tuttora senza risposta. Proviamo a elencarli.

Perché quando il St.Anthony arriva intorno alle 20.30 al porto di Kochi (Stato del Kerala, India meridionale) a bordo vi sono due cadaveri, uccisi da colpi di arma da fuoco? Chi ha sparato? È pensabile che in queste quattro ore la piccola imbarcazione si sia imbattuta in un’altra nave e che anche questa li abbia scambiati per pirati e per difendersi abbia esploso i colpi mortali? Molto improbabile, per non dire impossibile.

Perché la Enrica Lexie denuncia solo dopo tre ore il presunto attacco pirata e non subito, come avrebbe dovuto, secondo le istruzioni impartite in casi simili  dalla Missione ONU per la repressione della pirateria somala? E solo su richiesta delle autorità indiane, cui il peschereccio ha nel frattempo segnalato l’attacco a fuoco “subito” da una petroliera non meglio identificata (tutti i pescatori sono analfabeti).

Perché le autorità indiane chiedono alla Enrica Lexie di rientrare in porto onde “collaborare alla individuazione dei pirati?”. Dietro questa apparentemente innocua richiesta si nasconde forse una trappola?

Perché la petroliera, pur distando oltre 70 km dalla costa, decide di tornare indietro? E soprattutto chi dà l’ordine di rientrare? L’armatore al capitano, dietro pressione delle autorità indiane che minacciano di non consentire alla Compagnia di effettuare  in futuro  scali nei porti indiani? E chi può avere dato ordine ai marò di non opporsi al rientro se non il nostro Ministero della Difesa?

Perché, se “nessuno si è fatto male”, accogliere la richiesta indiana, che in ogni caso avrebbe fatto perdere alla petroliera tempo prezioso, e non lasciare alla collaborazione giudiziaria internazionale lo scambio delle informazioni per giungere alla individuazione degli eventuali pirati?

Perché il nostro Ministero degli Affari Esteri viene informato solo a cose fatte, quando è ormai troppo tardi per invertire nuovamente la rotta? Il MAE si sarebbe  opposto, perché era a conoscenza di due importanti “fattori politici”. Innanzituttoi, il clima di forte tensione esistente in Kerala dove si stavano approssimando le elezioni politiche locali e i contrasti tra i due Partiti rivali (Nazionalista e del Congresso) erano molto accesi. Presidente di quest’ultimo era Sonia Gandhi, nuora di Indira e italiana, anche se solo di origine, visto che da decine di anni risiedeva in India dove aveva sposato il figlio di Indira. Sonia era però mal tollerata da una parte consistente dell’opinione pubblica perché considerata “ straniera”, una persona di cui non ci si poteva fidare e che nel caso specifico avrebbe  assunto le difese dei “connazionali” contro i poveri pescatori locali.

In secondo luogo, tra il 1990 e il 2000 si svolse un intenso dibattito alla Nazioni Unite in merito al  raddoppio del numero di seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza, da 5 a 10. L’India era candidata al posto, mentre l’Italia vi si opponeva. In realtà il nostro rifiuto non era indirizzato verso Dehli, ma verso la Germania, altra candidata. Se infatti Berlino fosse stata accolta, l’Europa avrebbe goduto di una sproporzionata rappresentanza (ben 3 su 10) e il nostro Paese si sarebbe trovato in una delicata posizione di inferiorità. Nell’azione di contrasto alla candidatura dei 5 (oltre a Germania e India, Giappone, Brasile e un Paese africano da definire) ci alleammo con il Pakistan, acerrimo nemico dell’India. Quest’ultima quindi avrebbe approfittato di qualsiasi occasione per vendicarsi.

In terzo luogo, perché non fu fatta un’informativa a tutti i Paesi interessati per segnalare il fatto che l’Italia, nel quadro della speciale azione internazionale antipirateria in corso, aveva deciso di imbarcare personale militare armato su navi civili, circostanza questa inammissibile secondo il Diritto del Mare, che consente la presenza solo di contractors a bordo di imbarcazioni civili? In effetti le autorità indiane si avvidero della presenza dei militari solo al momento della perquisizione nel porto ed allora fu facile per loro collegare la presenza di militari armati con l’attacco al St. Anthony.

Poi perché Latorre e Girone pensarono subito a un attacco “pirata” quando le circostanze erano anomale sia per la zona (la città di Kochi dista oltre 3.500 km dalle coste somale, dove si concentrava la pirateria) sia per le modalità dell’attacco, condotto di regola da velocissimi barchini con motori fuoribordo, sempre dipinti di bianco, che circondavano la nave sparando all’impazzata per costringerla a fermarsi? Nulla di tutto questo si evinceva nel comportamento del St. Anthony. (Per chi volesse saperne di più suggeriamo la visione del film  “Capitano Philips”, tratto da una storia vera e interpretato  da Tom  Hancks, nda). Forse fu l’eccitazione del momento che fece vedere quello che non c’era pur a militari esperti in missioni internazionali?

Infine, perché se “nulla era successo” il Governo italiano con il discreto appoggio del Vaticano, offrì alle famiglie dei pescatori deceduti una ricompensa di 120.000 dollari per famiglia, giustificata dalla debole tesi di “un contributo per ragioni squisitamente umanitarie”? Tra l’altro la somma venne poi sequestrata dalle autorità indiane, che ritorsero sull’Italia l’accusa di “voler comperare” con i soldi il silenzio dei familiari?

La petroliera su cui stavano lavorando i due marò al momento dell’episodio “incriminato”

Ricapitolando: l’Italia in un primo momento si affida alla trattativa diplomatica per ottenere almeno il rientro in Patria dei due marò giustificata dal fatto che essi erano in missione internazionale e come tali non soggetti alla giurisdizione indiana. Posizione peraltro contraddetta dalla necessità di “resistere in Corte” alle sempre più pressanti accuse della Magistratura del Kerala, che arrivò persino a ipotizzare la condanna a morte dei nostri per aver commesso “un omicidio particolarmente brutale”. La “resistenza in Corte” significa, infatti, accettare la competenza della magistratura che ha avviato il caso.

Fortunatamente fummo tolti dall’imbarazzo dalla decisione della Corte Suprema Federale Indiana, che negò il diritto dello Stato del Kerala di processare i due connazionali perché l’incidente non si svolse in acque territoriali indiane. Posizione assai poco condivisa in India dove si considera che “acque territoriali” (12 miglia), “zona contigua” (altre 12 miglia) e perfino la “zona di sfruttamento economico esclusivo” (altre 200 miglia) rientrino nella sovranità dello Stato costiero.

Nel frattempo Latorre e Girone, passati dall’arresto alla residenza forzata e al soggiorno obbligatorio presso la nostra Ambasciata a Dehli – ma sempre senza il diritto di lasciare il Paese – ottengono due temporanei permessi di visita ai familiari in Italia. Alla fine del secondo il Governo italiano dichiara che i marò non sarebbero più tornati in India, ma alcune settimane dopo fa “marcia indietro”, giustificata con l’assicurazione che non sarebbe stata applicata nei loro confronti la pena di morte. In realtà il “ripensamento” fu dovuto alla fortissime pressioni indiane giunte persino a minacciare rappresaglie nei confronti del nostro Ambasciatore a Dehli, che si era fatto garante con gli Indiani del loro rientro. Il clima in Italia diventa talmente acceso che nel dibattito parlamentare l’allora Ministro degli Esteri, Ambasciatore Terzi, si dimette in aperto contrasto con la posizione ufficiale del Governo, suscitando la disapprovazione del Presidente del Consiglio Monti e del Presidente della Repubblica Napolitano.

Dopo questi inutili tentativi (o espedienti), l’Italia si decide nel 2015 a internazionalizzare la vicenda, chiedendo l’aiuto del Tribunale Internazionale del Mare. Quest’ultimo individua il foro competente nella  Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja, che istituisce un apposito Tribunale Arbitrale per giudicare a chi dei due Stati spetti il giudizio  sui marò.

Si trovavavno infatti confrontate due tesi. Quella indiana, perché le vittime erano indiane e l’uccisione era avvenuta comunque in acque indiane, in quella porzione di mare definita “zona contigua”, che attribuisce allo Stato costiero una serie di diritti, tra cui quello di inseguimento contro chi abbia attentato alla sovranità del Paese e, di conseguenza, il diritto di processare i colpevoli di simili reati (i due marò per l’appunto). E quella italiana, che considerava i due marò “funzionari diplomatici nell’esercizio di mansioni di polizia internazionale” e, come tali, esenti dalla giurisdizione locale. L’eventuale responsabilità per atti illeciti compiuti viene infatti attribuita allo Stato e non al singolo funzionario.

La decisione del Tribunale, composto da cinque giudici (di cui uno di nazionalità indiana e uno italiana) ha richiesto più tempo del previsto ed è giunta a quasi cinque anni dalla sottoposizione del caso.

Il Tribunale, all’inizio dello scorso giugno, ha emesso la sentenza – inappellabile – che è parsa più un capolavoro di equilibrismo politico che non una decisione  giuridicamente fondata. Esso ha infatti accolto la tesi italiana, confermando la non sottoposizione dei marò alla giustizia indiana, trattandosi di funzionari internazionali in missione. Ma, nel contempo, ha anche accolto, andando, secondo alcuni giuristi, al di là dei suoi poteri, la tesi indiana, riconoscendo la responsabilità del nostro Paese per aver violato il principio della libertà dei mari (tradotto dal legalese: responsabilità per la uccisione dei due pescatori e per i danni materiali e morali inferti all’equipaggio del St. Anthony). Come dire che mentre da un lato viene riconosciuto il diritto alla immunità dalla legislazione locale dall’altro non viene accolto il principio dell’autodifesa di fronte ad un attacco ritenuto dal Tribunale manifestamente infondato. Si chiede ora ad entrambi i Paesi di raggiungere un accordo amichevole per compensare la perdita delle due vite. In caso di mancato accordo entro un anno, sarà il Tribunale a decidere inappellabilmente.

Curioso particolare: mentre la tesi italiana è stata accolta con tre voti contro due, quindi con il fondamentale contributo del nostro Giudice, quella indiana è stata approvata all’unanimità, quindi con il voto favorevole anche del Giudice italiano. Come mai? Si ricorda per concludere che presso il Tribunale di Roma pende un procedimento contro i due marò. A questo punto spetterà alla giustizia italiana chiudere definitivamente  la vicenda con «un non luogo a procedere» ovvero rinviare a giudizio i due militari; in questo caso all’eventuale processo è certo che chiederà di partecipare anche la controparte indiana.

Purtroppo la lunga ed estenuante vicenda ha lasciato tracce nel fisico e nel morale dei due militari: il fortissimo rapporto di solidarietà tra i due si è trasformato in gelida indifferenza e Latorre si sta ancora rimettendo, con molta fatica, dalle conseguenze di un attacco di ischemia cerebrale di cui è stato vittima in India nell’autunno del 2014. Ma di questo atteggiamento vessatorio indiano, mantenuto a lungo contro i due nostri militari e alle umiliazioni fisiche e morali subite (nonostante la loro immunità giurisdizionale) il Tribunale non ha tenuto minimamente conto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA