La prima cosa che colpisce è che non c’è nulla da riconoscere. Nessun paesaggio da decifrare, nessuna figura alla quale aggrapparsi, nessuna storia raccontata per immagini. Restano il colore, il gesto, la materia. E quello strano momento in cui lo sguardo, privato di riferimenti familiari, è costretto a fare il proprio lavoro. È da qui che conviene entrare in “Beyond”, la mostra che il 18 e 19 settembre mette in dialogo nello studio di via Montorio 3 a Verona Rabeah Mashinchi e Alessandra Parisi Morgese.

Il titolo potrebbe sembrare una dichiarazione di intenti fin troppo facile: andare oltre i confini, oltre le differenze, oltre le geografie. Ma la cosa interessante è che le opere non hanno bisogno di dimostrarlo. Lo fanno da sole, con strumenti molto meno rumorosi: una superficie, un colore, una traccia.

Mashinchi arriva a Verona da Teheran. Parisi Morgese da Bari. La prima attraversa grafica, design e pittura; la seconda passa dalla Giurisprudenza all’Accademia di Belle Arti. Percorsi che raccontano già qualcosa, ma che davanti alla tela diventano inevitabilmente secondari. Perché la pittura non chiede il curriculum. Chiede cosa resta quando tutto il resto viene tolto.

Nel lavoro di Mashinchi resta soprattutto il gesto. La tela è un campo di tensioni nel quale il colore viene depositato, sovrapposto, talvolta negato. Le tracce non sembrano voler costruire una narrazione lineare. Piuttosto conservano memoria del processo: ciò che è stato fatto e poi cancellato, ciò che è rimasto, ciò che è riaffiorato. La superficie diventa così una sorta di archivio. Non racconta necessariamente un passato preciso, ma ne conserva l’eco.

È una caratteristica che rende la pittura di Mashinchi particolarmente intensa. Il riferimento alla sua origine iraniana è inevitabile, ma sarebbe un errore trasformarlo nella chiave universale con cui leggere ogni opera. La pittura non è un reportage da Teheran, né una traduzione visiva di una biografia. È qualcosa di più ambiguo e, proprio per questo, più interessante: una memoria che si è trasformata in materia.

Parisi Morgese percorre un’altra strada. Nelle sue opere l’astrazione sembra nascere da un bisogno di costruzione, dall’esigenza di mettere in relazione forme, colori e spazi senza consegnarli a una figura riconoscibile. L’occhio cerca un ordine, ma non lo trova mai completamente. Ed è probabilmente proprio questa instabilità a rendere la sua ricerca interessante. Anche qui la tela non rappresenta un luogo. Lo costruisce.

Il risultato è un confronto che funziona perché non cerca una sintesi artificiale. Le due artiste non vengono appiattite sotto la parola “dialogo”, uno di quei termini che nell’arte contemporanea rischiano talvolta di diventare un ombrello abbastanza grande da coprire qualsiasi cosa. Qui, invece, le differenze rimangono visibili.

Mashinchi lavora sulla stratificazione, sul segno, sulla memoria del gesto. Parisi Morgese sembra interrogare maggiormente l’equilibrio tra composizione e spazio, tra materia e struttura. Una pittura conserva le tracce del proprio farsi, l’altra sembra continuamente cercare una forma possibile. Eppure, guardandole una accanto all’altra, qualcosa comincia a emergere. È la stessa domanda. Quanto può contenere una tela?

Rabeah Mashinchi e Alessandra Parisi Morgese

Non una risposta, ma una domanda. E forse è questa la cosa migliore che una mostra possa lasciare al visitatore. Perché l’astrazione, quando funziona, non semplifica il mondo. Lo rende più complicato. Toglie i nomi alle cose e costringe a guardarle nuovamente. Un colore non è più soltanto un colore. Una linea non è soltanto una linea. Una macchia può diventare una ferita, una traccia, un paesaggio mentale oppure nulla di tutto questo. Dipende da chi guarda, dal tempo che concede all’opera, persino dal proprio stato d’animo. È un territorio nel quale l’artista perde una parte del controllo e lo spettatore ne guadagna una.

In questo senso, “Beyond” è una mostra che parla anche della relazione tra chi dipinge e chi osserva. Le opere non sembrano chiedere di essere consumate rapidamente. Pretendono una piccola forma di pazienza, oggi quasi rivoluzionaria in un mondo nel quale anche le immagini sembrano avere una data di scadenza di pochi secondi. La dimensione dello studio contribuisce a questa prossimità. Non c’è la distanza monumentale del museo, né l’apparato spesso necessario alle grandi esposizioni. C’è un luogo di lavoro, e dunque un luogo nel quale la pittura conserva qualcosa della propria natura artigianale: il tempo, l’errore, la ripetizione, la materia sotto le dita.

È anche per questo che il confronto tra Mashinchi e Parisi Morgese appare meno come una contrapposizione e più come una conversazione.

Una conversazione senza bisogno di parole.

Forse allora il “beyond” del titolo non è il tentativo di andare oltre la provenienza delle due artiste, né di cancellare ciò che le rende differenti. È qualcosa di più semplice e più ambizioso: andare oltre la prima impressione. Superare il colore per arrivare al gesto. Superare il gesto per arrivare alla memoria. Superare la forma per tornare, ancora una volta, alla materia. E scoprire che dall’altra parte della tela non c’è necessariamente una risposta.

C’è un’altra domanda. Ed è probabilmente lì che una mostra smette di essere soltanto una mostra e comincia a diventare esperienza.

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