Con un’affluenza di oltre l’82%, circa 225.000 elettori islandesi hanno risposto a una domanda semplice: “L’Islanda deve riprendere i negoziati di adesione all’Unione Europea?“. La risposta è stata un NO netto, per quanto di misura: 53% contro 47%. Non era un referendum sull’ingresso nell’UE — un SI avrebbe solo riaperto il tavolo negoziale, con una seconda consultazione per l’adesione vera e propria da tenersi in caso di accordo finale. Eppure, anche solo riprendere le trattative ha spaccato l’opinione pubblica islandese.

A differenza di altri candidati, l’Islanda ha però già un legame stretto con l’UE: fa parte non solo dello Spazio Economico Europeo (SEE), che le dà accesso al Mercato Unico, ma anche di Schengen, la zona di libera circolazione delle persone (che funziona grazie al database SIS — Sistema d’Informazione Schengen, che permette alle autorità nazionali di polizia di consultare e inserire segnalazioni su persone in tempo reale). In molti, nel campo del NO, hanno osservato che il Paese ottiene gran parte dei benefici dell’adesione senza i conseguenti compromessi di sovranità. Anche avere rappresentati al Parlamento Europeo è stato giudicato un vantaggio di poco conto.

Al centro del NO c’è stato un tema che attraversa la storia islandese da decenni: la pesca. Pilastro dell’economia e parte dell’identità nazionale, al punto che molti ricordano ancora le “Guerre del Merluzzo” degli anni Settanta con il Regno Unito. Reykjavik intende conservare il controllo esclusivo sulle proprie acque, e il 90% delle aziende del settore si era dichiarato contrario all’adesione.

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L’Islanda aveva presentato domanda di adesione nel 2009, nel pieno della crisi finanziaria che aveva devastato la sua economia dopo il default di tutte e tre le principali banche commerciali dell’isola. I negoziati erano poi stati sospesi nel 2013 da un governo euroscettico. Il governo europeista guidato dalla socialdemocratica Kristrún Frostadóttir, eletto nel 2024, aveva deciso di riproporre la questione ai cittadini — inizialmente per il 2027, poi anticiparla a quest’anno.

Il risultato, pur essendo consultivo, era stato preceduto da un impegno esplicito del governo a rispettarlo. La premier, apertamente schierata per il sì, ha usato toni concilianti: “Non lo considero un insuccesso, è una vittoria della democrazia”. E ha confermato che nessun negoziato sarà avviato in questa legislatura, che scade nel 2028. Sarà invece il parlamento a decidere se ritirare formalmente la domanda di adesione.

Bruxelles aveva cercato di venire incontro alla domanda islandese: la commissaria all’Allargamento Marta Kos aveva parlato di “soluzioni creative” su pesca e agricoltura, e una fonte UE aveva sintetizzato il clima con una frase che ha fatto il giro dei giornali: “Non credo che nessuno voglia bloccare un’adesione per una questione di pesci”. Non è bastato.

L’economia oggi è florida, lontana l’emergenza del 2009, ma è segnata da tassi di interesse elevati e da un costo della vita che rendeva allettante, per alcuni, l’ipotesi dell’adozione dell’euro. Queste ragioni che non hanno però compensato le preoccupazioni su pesca e sovranità. Il referendum è stato anticipato anche per ragioni di politica estera. Quest’anno, Donald Trump ha più volte evocato l’obiettivo di controllare la Groenlandia — e in almeno quattro occasioni, secondo quanto riportato dalla stampa, ha confuso l’Islanda con la Groenlandia.

Per una parte del fronte del SI, la solidarietà europea poteva rappresentare uno scudo utile in una regione sub-artica strategicamente sensibile. L’argomento, però, non ha spostato l’ago della bilancia. L’Islanda resta membro della NATO e legata a Washington da un accordo bilaterale di difesa del 1951: la maggioranza degli elettori non ha ritenuto che l’adesione all’UE debba essere una risposta a queste preoccupazioni.

Per l’Unione Europea il risultato è una sconfitta, ma contenuta. L’Islanda era considerata una sorta di “candidato ideale“: un paese ricco, già integrato nelle normative comunitarie tramite il SEE, primo ulteriore potenziale contributore netto al bilancio UE dal 1995, quando aderirono Austria, Finlandia e Svezia. Un’adesione islandese, possibile nel giro di uno-due anni, avrebbe avuto anche un valore simbolico, in un momento in cui i processi di allargamento ai Balcani procedono a fatica e il dossier Ucraina resta molto difficile.

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Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha chiamato la premier islandese per ricordare che l’UE “rispetta pienamente la scelta democratica” degli islandesi e che Reykjavik resta “uno dei partner più stretti e fidati”. I legami esistenti — Mercato Unico, Schengen, cooperazione politica — non cambiano. Il risultato è stato invece salutato con soddisfazione dai leader sovranisti europei: Marine Le Pen in Francia e Nigel Farage nel Regno Unito hanno parlato di una vittoria della sovranità nazionale.

I federalisti europei si rammaricano del risultato, ma osservano anche che le scelte più recenti degli Stati membri dell’Unione Europea — in tema di difesa dalle minacce esterne, di mitigazione degli sconvolgimenti climatici, di gestione degli squilibri demografici e di adeguamento dei processi decisionali dell’Unione — non sembrano all’altezza delle sfide da affrontare e possono difficilmente suscitare entusiasmo in potenziali candidati. Un’altra volta, va sottolineata l’urgenza di riforme in senso federalista che diano all’UE una maggiore forza, autonomia ed efficienza. Così come i fondatori immaginarono un’Europa federale, sovrana e democratica nel pieno della Seconda guerra mondiale per un futuro di pace oltre i nazionalismi così oggi, in uno scenario di competizione tra grandi potenze, di sfide della sicurezza, dell’economia, dell’energia, è ancora urgente portare avanti la causa federalista e completare il sogno di un’Europa protagonista.

Il NO congela la pratica almeno fino al 2028, ma non la cancella. La storia islandese con l’UE è oscillante — domanda, sospensione, archiviazione, riapertura — e il Paese continua a essere uno degli Stati europei più integrati con il blocco, pur senza farne parte. Come ha osservato la stessa premier islandese, il referendum ha comunque “portato a un livello più alto” il dibattito sul posto dell’Islanda nel mondo. Per ora, però, la maggioranza degli islandesi ha scelto di restare esattamente dove è: in Europa, ma fuori dall’Unione.

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