Oggi, purtroppo, non è morto soltanto l’allenatore dell’unico scudetto dell’Hellas Verona. È scomparso l’uomo che, con la forza delle idee, la cultura del lavoro e un’umiltà mai esibita, dimostrò che anche l’impossibile può diventare realtà. Verona gli deve molto più di un campionato vinto: gli deve una lezione che continua a parlare ancora oggi.

Osvaldo Bagnoli era così. Schivo, concreto, allergico ai riflettori. In un calcio che già iniziava a costruire personaggi oltre che allenatori, lui continuava a credere che fossero il lavoro quotidiano, la preparazione, il buon senso e il campo a raccontare il valore di una persona. Parlava poco, osservava molto e aveva una qualità rara: sapeva vedere nei suoi giocatori ciò che altri non riuscivano a vedere.

Per questo lo scudetto del 1985 non fu un miracolo. I miracoli appartengono alla fede. Quello dell’Hellas Verona fu il risultato di una visione. Di una società che, con il presidente Celestino Guidotti e il direttore sportivo Emiliano Mascetti, costruì una squadra senza inseguire i nomi più altisonanti, ma scegliendo uomini funzionali a un’idea di calcio. Di un allenatore che trasformò un gruppo di ottimi giocatori in un collettivo praticamente perfetto. E di due innesti, Hans-Peter Briegel e Preben Elkjær Larsen, arrivati nell’estate del 1984 per completare un meccanismo destinato a entrare nella leggenda.

Quel Verona, troppo spesso raccontato come una favola, era in realtà una squadra fortissima. Lo dimostrò prima vincendo il campionato e poi restando ai vertici del calcio italiano, con le partecipazioni alla Coppa UEFA, i quarti di finale europei nella stagione 1987-88 e due finali di Coppa Italia. Lo dimostrarono anche i suoi protagonisti: Piero Fanna ritrovò in gialloblù il calcio che lo riportò in Nazionale, mentre Antonio Di Gennaro, Roberto Tricella e Giuseppe Galderisi – altri cosiddetti “scarti” di quella squadra fenomenale – partirono insieme a lui per il Mondiale in Messico del 1986.

Ma la grandezza dell’impresa si comprende davvero soltanto ricordando quale fosse il calcio di allora. La Serie A era il campionato più forte del pianeta. Ogni domenica scendevano in campo Diego Armando Maradona (che esordì in Italia proprio a Verona con un sonoro 3-1 per i gialloblù), Michel Platini, Karl-Heinz Rummenigge, Zico, Sócrates, Júnior e tanti altri fuoriclasse che avevano scelto l’Italia come destinazione. Le grandi disponevano dei campioni, del prestigio e delle risorse economiche. Il Verona aveva altro: organizzazione, spirito di sacrificio, un gruppo straordinariamente unito e un allenatore capace di far rendere ogni giocatore oltre i propri limiti.

Negli anni successivi il calcio avrebbe conosciuto altre magnifiche imprese degli underdog. La Danimarca campione d’Europa nel 1992, arrivata addirittura da ripescata. La Grecia vincitrice dell’Europeo nel 2004. Il Leicester City di Claudio Ranieri che nel 2016 conquistò la Premier League davanti ai giganti del calcio inglese. Storie meravigliose, destinate a entrare nell’immaginario collettivo.

Ma il Verona di Bagnoli arrivò prima. E riuscì a vincere quando era, probabilmente, ancora più difficile farlo. Il calcio non era stato ancora trasformato dai diritti televisivi miliardari e dalla globalizzazione del mercato. Il potere era saldamente nelle mani delle grandi società, che potevano permettersi i migliori giocatori del mondo. Eppure una squadra di una città che non è capoluogo di regione seppe conquistare lo scudetto, impresa rimasta unica nell’era del girone unico. Per questo il trionfo del 1985 continua a essere uno dei risultati più straordinari nella storia del calcio italiano.

L’eredità di Osvaldo, però, non è un trofeo. È un metodo. Ha insegnato che il destino non è mai scritto, che il gruppo può essere più forte delle individualità, che la competenza vale più degli slogan e che il lavoro, quando incontra il coraggio delle idee, può abbattere qualsiasi pronostico. Molto prima che qualcuno trasformasse “Nothing is impossible” in una fortunata campagna pubblicitaria, lui ne aveva già dato la dimostrazione più convincente.

Per questo oggi Verona piange un uomo prima ancora che un allenatore. E cresce spontaneo il desiderio, espresso da tanti tifosi, di vedere il suo nome legato per sempre allo stadio cittadino. Il Bentegodi porta il nome di una figura che ha scritto pagine importanti dello sport veronese. Ma se esiste una persona che più di ogni altra ha trasformato quello stadio nel teatro del giorno più bello vissuto dalla città, quella persona è Osvaldo Bagnoli.

Le vittorie passano. I record vengono battuti. Persino gli scudetti, con il tempo, finiscono per ingiallire nelle fotografie. Le lezioni, invece, restano. Quella di Osvaldo continua a ricordare a Verona, e a tutto il calcio italiano, che le idee possono valere più del denaro, che il gruppo può essere più forte dei fuoriclasse e che l’impossibile, ogni tanto, aspetta soltanto qualcuno abbastanza coraggioso da provare a renderlo possibile. È questa, forse, la sua eredità più grande. Ed è il motivo per cui, quarantun anni dopo quel trionfo, basta pronunciare il suo nome per capire che, in fondo, Osvaldo non è mai stato soltanto un allenatore.

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