Forse la partita più attesa, quella dai contenuti più emozionali. Il percorso tracciato dal tabellone disegna una finale che trascende il mero significato sportivo e descrive traiettorie opposte ma, alla fine, coincidenti. Il passato, il presente e il futuro del calcio mondiale si incontrano per la prima volta e quale palcoscenico migliore per farlo se non questo: Messi contro Yamal, la carta d’identità recita 20 anni di differenza.

È necessario fare un piccolo passo indietro: siamo nel 2007, i giocatori del Barcellona posano per un calendario dell’Unicef  (allora main sponsor della squadra blaugrana) per un evento benefico dedicato a famiglie in difficoltà. Tra le varie foto se ne scorge una che salta all’occhio: un giovane Messi fa un bagnetto a Yamal, immerso in una bacinella, nato da pochi mesi. Una sorta di battesimo, di investitura, come la dea Teti con Achille nello Stige.

La finalissima di domenica 19 sarà l’ultima partita di Messi ai Mondiali, e forse anche con la maglia dell’Argentina, come recita il motivetto che ha accompagnato il cammino dell’Albiceleste fino a qui (“por Malvinas, por el Diego, por la ultima de Leo”), sarà invece la prima finale della Coppa del Mondo, alla prima apparizione in un Mondiale, per Yamal dopo aver vinto da protagonista quella degli Europei del 2024.

Foto dal profilo Facebook di Unicef

Spagna dominante, Francia assente

La prima delle due semifinali termina con un netto ed inequivocabile 2 a 0 per la formazione allenata da De La Fuente contro quella di Deschamps. L’episodio che inclina il piano della gara verso la parte spagnola è l’ingenuità di Digne che stende Yamal in area: dagli undici metri Oyarzabal non trema e trafigge Maignan. Da quel momento in poi la Spagna cancella dal campo la favorita Francia: è un’esibizione iberica composta da tanto possesso palla e infinita qualità che fa girare a vuoto la pigra pressione francese. I vicecampioni in carica sono irriconoscibili e vengono traditi dall’apatia dei propri fenomeni in attacco: Olise e Dembelè sono due fantasmi, l’unico a provarci è Mbappè ma è la versione sbiadita del giocatore che fino a quel punto aveva dominato il Mondiale. La Spagna si esalta in situazioni del genere e non conosce la parola gestione: Dani Olmo imbuca per Pedro Porro che davanti a Maignan è implacabile e raddoppia, la Francia non accenna la minima reazione e le Furie Rosse sfiorano più volte il tris. I ragazzi di De La Fuente staccano il biglietto per New York con un percorso netto e avendo eliminato squadre del calibro di Portogallo, Belgio e, appunto, Francia.

Argentina-Inghilterra: riappare “El Diez”, quarant’anni dopo

È stata una battaglia (sportiva) per almeno un tempo, come da pronostico. Il peso della storia e dei precedenti si è manifestato con tutto il suo carico emotivo e di tensione; botte, falli uno dietro l’altro, accenni di rissa, tanti calci e pochissimo calcio. Argentina e Inghilterra nella prima frazione sembrano due pugili che si odiano e provano a sferrare ogni colpo un po’ più forte di quello precedente, poi, all’improvviso, scavallata la mezz’ora, sul ring verde di Atlanta appare quello più bravo di tutti, di nome Messi, e i 70mila spettatori ammirano il primo lampo di calcio giocato e di qualità.

È un istante, una luce abbacinante che riconcilia con il senso di questo sport: il dieci resiste alla sportellata di Kane, pianta i piedi per terra e lo aggira, incombe Gordon che viene superato con un tunnel, poi si frappongono Spence e Anderson che vengono beffati da un dolce tocco sotto e ricorrono all’unica soluzione possibile: stendere Messi. Con Leo a terra si compone immediatamente il capannello di giocatori argentini a difendere il proprio leader.

Nella ripresa cambia la musica: Argentina subito arrembante con il doppio tentativo di Julian Alvarez, poco dopo un’azione veloce inglese porta al vantaggio di Gordon sulla dormita di Molina.

Appare un paradosso ma è una svolta in negativo per l’Inghilterra: la squadra allenata da Tuchel, forse per ordine del suo allenatore, forse per paura, si rintana nella propria trequarti a difesa del risultato senza più nemmeno provare a pungere in contropiede. Ma manca ancora mezz’ora ed è un invito a nozze per l’Argentina: Messi inizia a disegnare calcio e si ribella al destino, gli ingressi di Nico Gonzalez e Lautaro invertono la direzione del vento che incomincia a soffiare verso la Seleccion. L’Inghilterra, impaurita come non mai, si fa spazzare via dal monologo dei ragazzi di Scaloni: Mac Allister colpisce due pali, Pickford è miracoloso su Nico Gonzalez. A cinque dalla fine su appoggio di Messi Enzo Fernandez incastona la palla all’incrocio dei pali, nel recupero Leo con il destro dipinge una traiettoria illuminante che termina la sua corsa sulla testa di Lautaro che ringrazia e incorna in porta. Altra rimonta dell’Argentina che salpa in finale, ennesima incredibile delusione per i Tre Leoni che non finiscono mai di fare i conti con i propri demoni e le proprie paure.

Quarant’anni dopo la storica doppietta di Maradona agli inglesi nei quarti di finale di Messico ’86, i due assist di Messi garantiscono all’Argentina la seconda finale consecutiva.

Al termine della gara Giovani Lo Celso esibisce uno striscione con scritto “Las Malvinas son Argentinas”: infinito intreccio di storia, rivendicazioni politiche e desiderio di riscatto popolare nella partita più tesa e carica di significato del calcio mondiale.

Storia e statistiche di un incrocio dal fascino colossale

Per la prima volta Spagna e Argentina si affronteranno in una finale ai Mondiali, l’ultimo e unico incrocio ai campionati del mondo risale al 1966, nella prima partita del girone, quando ebbero la meglio i sudamericani grazie ai due gol firmati da Luis Artime.

È la seconda finale tra due nazioni che parlano la stessa lingua, per trovare l’unico precedente bisogna tornare al 1930, a quello spettacolare Argentina-Uruguay vinto 4 a 2 dagli uruguaiani.

Inoltre è la prima volta che si fronteggiano in finale i campioni d’Europa e quelli d’America in carica.

Per Messi si tratta della terza finale ai Mondiali dopo quelle del 2014 e del 2022, eguagliato Cafù che con il Brasile arrivò in fondo nel 1994, nel 1998 e nel 2002 ma con tutta probabilità Lionel diventerà il primo giocatore della storia a disputare tre finali da titolare.

L’Argentina punta a ripetersi dopo aver trionfato in Qatar nel 2022, le uniche squadre ad aver vinto due Mondiali di fila sono l’Italia (1934-1938) e il Brasile (1958-1962).

Va citata anche un po’ di “cabala”: le ultime tre finali sono state vinte dalla squadra che ha giocato prima la semifinale, in questo caso la Spagna ha ventiquattrore in più di riposo…

Tattica e possibili sorprese

All’atto finale sono arrivate le squadre con i due collettivi migliori, più affidabili e maggiormente uniti ma diversissimi nel modo di stare in campo e di interpretare e vivere le partite: la Spagna anela alla bellezza, nel solco della miglior tradizione spagnola, e cura l’estetica del gioco in maniera ossessiva, quello iberico è un impianto perfetto formato da movimenti codificati e da un possesso palla continuo; l’Argentina prova ad indirizzare le partite sul suo binario preferito, quello della “garra” e della lotta, è una squadra che si esalta nei duelli e nella sofferenza, trae energia dai contatti e dai corpo a corpo. I sudamericani non disdegnano di chiudersi con un blocco basso per provare a ripartire in contropiede, fanno della compattezza la loro arma migliore. Due filosofie contrapposte, quasi due stili di vita a confronto.

De La Fuente ha un rapporto paterno con i suoi ragazzi, molti ha contribuito a formarli: tra le varie giovanili ha allenato Unai Simòn, Rodri, Oyarzabal, Dani Olmo, Fabiàn Ruiz, Merino, Cucurella e Porro con cui ha vinto l’Europeo Under 19 nel 2015 e l’Europeo Under 21 nel 2019. Una famiglia coltivata e cresciuta con una cultura ben precisa al seguito del suo maestro.

Spagna e Argentina sarà anche la sfida tra la miglior difesa e il miglior attacco del torneo: la Roja ha subito un solo gol fino a qui e in sei partite su sette ha tenuto la porta inviolata (record), l’Albiceleste ha segnato la bellezza di 19 reti.

Si prospetta una partita equilibrata ed intensa: la caratteristica principale dell’Argentina è la densità a centrocampo, la Seleccion riempie quella zona con i vari Paredes, De Paul, Enzo e Mac Allister e Messi quando si abbassa; la Spagna non dà riferimenti in avanti con Oyarzabal che agisce da “falso nueve” e spesso arretra il raggio d’azione agendo da mezz’ala per liberare spazio per gli inserimenti di Dani Olmo e Fabian Ruiz. L’Argentina ha poca gamba e spinta sulle fasce con Molina e Tagliafico bloccati in difesa, mentre la Spagna ha terzini d’assalto come Cucurella e Porro abili anche ad inserirsi alle spalle della linea difensiva avversaria (vedi il gol di Porro con la Francia).

Il CT argentino Scaloni dunque potrebbe pensare a delle soluzioni diverse per rendere il suo schieramento meno statico e più mobile: Nico Gonzalez sta disputando un ottimo Mondiale ma entra sempre a partita in corso, nella finale potrebbe essere un’arma in più dall’inizio così come Simeone che con l’Inghilterra ha dato vivacità, quindi giocatori veloci e pimpanti che riescano a far allungare e correre all’indietro gli avversari. Sembra difficile vedere insieme dal primo minuto Julian Alvarez e Lautaro Martinez, si va verso la classica staffetta con Alvarez favorito per partire dall’inizio anche se è da sottolineare lo stato di forma del centravanti dell’Inter: Lautaro con la rete decisiva all’Inghilterra è arrivato a quota 3 gol in questo Mondiale e il suo contributo si rivela sempre fondamentale.

Per quanto riguarda la Spagna l’interrogativo maggiore è sulle condizioni di Nico Williams: l’attaccante esterno del Bilbao, fattore decisivo agli Europei del 2024, è ancora lontano dalla miglior condizione fisica e potrebbe provare ad incidere a gara in corso.

Brevi cenni storici

Il legame tra Spagna e Argentina è lungo e complesso e nasce nel XVI secolo con la conquista e colonizzazione da parte degli spagnoli; il territorio dell’attuale Argentina venne esplorato da navigatori come Juan Dìaz de Solis e Sebastiàn Cabot che ricercavano una rotta verso il Pacifico.

Nel 1776 ci fu una prima svolta: per contrastare l’espansione britannica la Spagna istituì il Vicereame del Rio de la Plata, con capitale Buenos Aires, che divenne un porto commerciale strategico.

Nel 1808 con l’invasione napoleonica della Spagna si creò un vuoto di potere e i criollos (locali di origine spagnola) ne approfittarono per autogovernarsi; la situazione precipitò definitivamente nel 1810 con la “rivoluzione di maggio” in cui venne deposto il viceré spagnolo e si formò la prima Junta di governo che diede inizio ad una lunga guerra di liberazione.

Il 9 luglio 1816 nel Congresso di Tucumàn le “Province Unite del Rio de la Plata” proclamarono ufficialmente l’indipendenza dalla Corona Spagnola, indipendenza che la Spagna riconobbe solo nel 1841; a cavallo tra Ottocento e Novecento l’Argentina subì un’ enorme immigrazione di massa, composta da centinaia di migliaia di spagnoli e anche da molti italiani, che comportò una radicale trasformazione del tessuto sociale ed economico argentino ed influenzò profondamente la lingua, la cultura, la gastronomia e più in generale la società argentina moderna.

Leo vs Lamine

19, come il giorno della Finale. 19, come gli anni passati da quella foto nel 2007 che rivista ora sa di presagio, di profezia e 19 come il numero indossato da Messi e Yamal al Barcellona (e nelle rispettive nazionali) prima di vestire la 10. La carriera di uno al tramonto, un tramonto luminosissimo che non lascerà spazio all’oscurità ma solo ad un immenso senso di gratitudine, quella dell’altro all’alba ma già lunga e costellata di successi. 19 luglio 2026, Leo contro Lamine, storia in movimento. Godiamoceli…

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