Alle origini di Veronetta: Gian Maria Varanini racconta il Campo Marzio medievale
Intervista allo storico Gian Maria Varanini sulla formazione di Veronetta e del Campo Marzio, uno dei luoghi più importanti della Verona medievale.

Intervista allo storico Gian Maria Varanini sulla formazione di Veronetta e del Campo Marzio, uno dei luoghi più importanti della Verona medievale.

Tra i maggiori studiosi della storia medievale veronese, Gian Maria Varanini ha dedicato numerose ricerche alla formazione della città e del suo territorio. Nel volume Santa Marta. Dalla Provianda al Campus universitario edito da Cierre Edizioni ha ricostruito la storia del Campo Marzio, l’ampia area situata oltre l’Adige che nel corso dei secoli si è trasformata da spazio periferico e rurale a parte integrante del tessuto urbano di Verona. Attraverso l’analisi delle fonti e delle trasformazioni del paesaggio, Varanini mostra come monasteri, conventi, vie di comunicazione e assetti proprietari abbiano contribuito a modellare un quartiere che oggi ospita alcune delle principali sedi dell’Università di Verona.
Un percorso di lunga durata che permette di leggere sotto una nuova luce luoghi quotidianamente frequentati da studenti e cittadini. Lo abbiamo intervistato per approfondire le origini storiche del Campo Marzio, il ruolo delle istituzioni religiose nello sviluppo dell’area e le tracce che il Medioevo continua a lasciare nella Verona contemporanea.
Professore, nel suo saggio lei ricostruisce la storia del Campo Marzio. Che cosa sappiamo delle origini di quest’area?

«Si sa relativamente poco per i periodi più antichi. Sappiamo però che esisteva questo luogo chiamato Campo Marzio. L’etimologia è discussa: secondo alcuni deriverebbe da “marcio”, nel senso di umido e ricco d’acque, caratteristica che effettivamente apparteneva alla zona; secondo altri, interpretazione che condivido, il nome richiama il Campo di Marte, quindi uno spazio legato alle funzioni militari.
Cominciamo ad avere informazioni più precise nel XII secolo, quando troviamo attestata la chiesa di San Paolo in Campo Marzio, che esiste ancora oggi.»
È corretto parlare di Veronetta come di un quartiere periferico nel Medioevo?
«Bisogna fare attenzione. Innanzitutto il nome Veronetta è ottocentesco, di età napoleonica. Nel Medioevo Veronetta, come la intendiamo oggi, non esisteva. Esistevano alcune strade e nuclei abitati lungo l’asse dell’antica strada romana che entrava da Porta Vescovo e proseguiva attraverso via Muro Padri, via San Nazaro e via Santa Chiara. Attorno ai monasteri di San Nazaro e di Santa Maria in Organo si concentravano gli insediamenti principali. Il resto dell’area era molto meno urbanizzato e persino l’Isolo rimase sostanzialmente disabitato fino alla fine del XII secolo.»
Quali furono i protagonisti dello sviluppo urbano dell’area?
«I monasteri ebbero un ruolo decisivo. In particolare Santa Maria in Organo e San Nazaro. Santa Maria in Organo possedeva gran parte delle terre lungo la sponda dell’Adige e promosse vere e proprie lottizzazioni che favorirono la nascita di nuovi insediamenti, e così pure San Nazaro nell’attuale via San Nazaro. Monasteri come Santa Maria Maddalena di Campo Marzio e Santa Maria delle Vergini arrivano successivamente, quando esiste già una popolazione insediata. Anche la chiesa di San Cristoforo, che apparteneva agli umiliati, un movimento religioso di tipo nuovo, simile per certi aspetti ai francescani, rientra in questo processo di sviluppo.»
Quale fu il momento decisivo per la crescita di Veronetta?
«L’apertura dell’attuale via XX Settembre. Le fonti la descrivono come la strada che collegava in linea retta Ponte Navi e Porta Vescovo. Quell’asse viario è stato fondamentale per lo sviluppo del quartiere e ancora oggi rappresenta la sua principale struttura urbana.»

Esistono ancora tracce leggibili della Veronetta medievale?
«Assolutamente sì. Per chi sa leggerla, la struttura urbana medievale è ancora perfettamente riconoscibile. L’impianto delle strade è sostanzialmente rimasto invariato. I vicoli principali esistevano già nel Duecento e nel Trecento. Sono stati aggiunti alcuni collegamenti minori, ma la maglia urbana fondamentale è la stessa.»
Oggi il Campo Marzio è associato soprattutto al campus universitario di Santa Marta. Quanto è importante recuperarne la memoria storica?
«Molto. Il Campo Marzio era un luogo fondamentale per la vita della città medievale. Qui si addestravano i fanti, pascolavano i cavalli dei cavalieri e i buoi destinati al carroccio comunale. Con la nascita e lo sviluppo del Comune diventò uno spazio essenziale per l’organizzazione militare della città. Comprendere questa storia permette di leggere in modo diverso luoghi che oggi percepiamo soltanto come sedi universitarie.»
Quali fonti sono state più utili per la sua ricerca?
«Da un lato la cartografia storica, in particolare la cosiddetta Carta dell’Almagià del Quattrocento, che restituisce un’immagine molto efficace dell’assetto urbano della Verona del tempo. Dall’altro gli archivi di Santa Maria in Organo e di San Nazaro, fondamentali per ricostruire lo sviluppo edilizio dell’area. Attraverso questi documenti si osservano chiaramente le caratteristiche delle parcelle medievali: lotti molto stretti sulla strada e profondi anche venti metri, pensati per consentire a ogni abitazione di affacciarsi sulla viabilità principale.»
Dopo tanti anni di studi sulla storia urbana di Verona, quale aspetto del Campo Marzio ritiene meno conosciuto?
«Probabilmente la sua funzione produttiva. Oltre alle attività militari e religiose, qui esistevano grandi strutture in legno utilizzate dall’industria tessile. I panni di lana, dopo essere stati lavorati e trattati nelle acque del Fibbio, venivano tesi su questi grandi telai (“chiodare” in Veneto, “tiratoi” nelle città toscane) perché riacquistassero le dimensioni originarie, previste dalla legge cittadina. Di tutto questo oggi non resta alcuna traccia visibile, ma i documenti testimoniano che l’area svolgeva anche un’importante funzione economica e artigianale per la città.»

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