Dal cuore della pianura padana fino ai ghiacciai e ai fiordi dell’Atlantico del Nord. È il viaggio, esistenziale prima ancora che geografico, di Roberto Luigi Pagani, cremonese classe 1990, oggi docente di paleografia islandese all’Università di Reykjavík. Un percorso iniziato quasi per curiosità accademica e poi trasformato in una scelta di vita, consolidata da un legame sentimentale, un lavoro stabile e un rapporto sempre più intenso con una società diversa, ma sorprendentemente affine al suo carattere. Pagani è anche autore del seguitissimo blog “Un italiano in Islanda”, che da anni racconta il Paese attraverso lo sguardo di chi lo vive ogni giorno, smontando stereotipi e offrendo chiavi di lettura inedite.

Lo abbiamo incontrato qualche giorno fa nella capitale islandese presso il Museo Nazionale d’Islanda per un’intervista che attraversa la sua storia personale, la vita accademica, le differenze culturali, il rapporto con la lingua, la cucina, la famiglia e il turismo in una delle mete più desiderate e forse fraintese del mondo.

Pagani, partiamo dall’inizio: come è nato il suo legame con l’Islanda?

«È stato il desiderio bruciante di conoscere da vicino questa cultura. Fin dai tempi dell’università, quando studiavo lingue a Milano, mi aveva affascinato la letteratura medievale islandese: non avrei mai immaginato che un Paese così remoto, poco popolato e con un clima ostile potesse produrre così tanta scrittura. Per me, che sono un bibliofilo, scoprire una civiltà che metteva i libri al centro della propria vita fu una rivelazione. Così sono venuto per un master, che poi si è trasformato in un dottorato, e da allora non me ne sono più andato. Sono quasi dodici anni che vivo qui.»

Roberto Luigi Pagani al Museo Nazionale d’Islanda
Foto di Ernesto Kieffer

Nel suo libro scrive che in Islanda hai trovato “casa”. È stato amore a prima vista o ha avuto bisogno di tempo per sentirti davvero parte di questa società?

«Direi che è stato un riconoscimento immediato, anche se forse più a livello inconscio che razionale. Mi sono trovato bene da subito: gli inverni non erano così terribili come mi aspettavo, e soprattutto mi ha colpito il modo in cui qui i rapporti sociali sono informali. In Italia la gerarchia e la formalità mi pesavano molto. In Islanda mi sono immerso in una società dove mi sentivo più a mio agio, come se per coincidenza gli usi e i costumi si adattassero meglio al mio carattere.»

Parliamo del mondo accademico, visto che lei è anche docente universitario. Che differenze ha notato tra Italia e Islanda?

«L’Italia è molto complessa e varia, ma in generale la gerarchia pesa anche nell’università. Qui invece molto meno: è normale che il preside o un professore ordinario esca a bere qualcosa con studenti, ricercatori o perfino con il personale tecnico e amministrativo. C’è più mescolanza, meno distanza. Sul piano del lavoro accademico invece le differenze sono minime, perché le università hanno ormai un’impostazione internazionale.»

Uno dei passaggi fondamentali per integrarsi è stato imparare la lingua islandese. Quanto è stato importante?

«Fondamentale. Per gli islandesi la lingua è identità, è appartenenza. Nonostante studiassi letteratura islandese, parlare la loro lingua ha fatto la differenza. Oggi, quando mi interfaccio al lavoro o con persone che incontro come guida, percepisco che mi considerano “uno di loro”: usano riferimenti culturali, battute, espressioni che altrimenti non riserverebbero a uno straniero. È un riconoscimento profondo.»

Nel libro racconta anche il valore che ha la famiglia in Islanda. In che senso è diverso rispetto a quello che conosciamo noi?

«La famiglia non è solo quella immediata. Esiste una consapevolezza collettiva di essere imparentati come popolo. Molte famiglie si ritrovano ancora oggi in raduni che possono coinvolgere decine di persone, discendenti di un antenato comune. È qualcosa che ricorda più il Sud Italia che la modernità individualista delle grandi città. E, paradossalmente, chi vive nelle fattorie isolate non è mai davvero solo: in campagna i rapporti sono più coesi, ci si sforza di creare comunità, mentre in città spesso ci si ritrova circondati da estranei ma soli.»

Ha accennato agli stranieri: quanti italiani vivono in Islanda oggi?

«Ufficialmente circa un migliaio, anche se i numeri reali sono un po’ più alti. La comunità italiana non è molto unita, e questo è tipico degli italiani all’estero: tendono a integrarsi piuttosto che a chiudersi tra loro. Tradizionalmente chi arrivava portava qualcosa che mancava agli islandesi, come la musica lirica o certi prodotti gastronomici. In generale, gli islandesi hanno sempre avuto uno stereotipo positivo degli italiani: un lusso che non capita in tutti i Paesi.»

Uno dei pregiudizi più diffusi riguarda la cucina. Molti italiani pensano che in Islanda si mangi male. Lei invece sostiene il contrario.

«Assolutamente. La cucina islandese è molto creativa e sperimentale: non avendo tradizioni rigidissime, gli chef si sono sbizzarriti con materie prime eccezionali come pesce, carne ovina, erbe e bacche locali. È un errore ridurre la cucina islandese a pochi stereotipi folkloristici. Oggi ci sono decine di migliaia di italiani che, dopo essere venuti qui, hanno cambiato idea. Il problema è che basta uno che conferma il pregiudizio per farlo pesare più di mille testimonianze positive.»

A proposito di stereotipi: lei li combatte da entrambe le parti, anche quelli che idealizzano troppo l’Islanda.

«Esatto. Spesso si esagera nel bene e nel male. Non è vero che qui tutto funziona perfettamente, che tutti hanno senso civico, che tutto è ecologico. Ma non è nemmeno vero che si mangi male o che la vita sia impossibile. L’importante è smontare i luoghi comuni con i dati reali, positivi e negativi.»

Foto dal profilo Facebook di Roberto Luigi Pagani, che ha collaborato con National Geographic per la guida sull’Islanda

Il turismo ha cambiato molto l’Islanda. Parliamo anche qui di problemi legati allovertourism?

«No, i numeri qui sono lontanissimi da quelli di città come Venezia, ad esempio. Il problema non è la quantità, ma la distribuzione: i turisti si concentrano soprattutto nel Sud, dove ci sono i ghiacciai, le spiagge nere e le lagune con gli iceberg. Ma anche lì, basta cambiare orario o spostarsi di pochi chilometri per ritrovarsi soli. Il turismo ha portato ricchezza e infrastrutture, ma andrebbe gestito meglio, spingendo le persone a scoprire anche le aree meno battute.»

Nel suo libro parli anche di esperienze personali difficili, momenti bui che ha superato grazie a chi le era vicino. Ha avuto qualche difficoltà nel raccontare questi aspetti personali?

«No, non mi è costato fatica. Ho voluto essere autentico: non mi interessa costruire un’immagine patinata. Volevo mostrare che non ce l’avrei fatta da solo, che sono stati decisivi il supporto di persone care e circostanze fortunate. Trovo tossica la retorica del “se vuoi puoi”: non è vero. Conta la volontà, ma contano anche fortuna, salute, contesto sociale. Era importante dirlo.»

Sta già lavorando a un nuovo progetto editoriale?

«Sì, a dicembre uscirà un articolo accademico dedicato alla magia islandese, un tema che ho già toccato nella mia raccolta sul folklore. Sono riuscito a collegarne le origini a tradizioni mediterranee, forse italiane o greche. In futuro mi piacerebbe raccogliere in un libro anche i post e le storie che pubblico sul blog e sui social, per offrire uno strumento in più a chi viaggia in Islanda.»

Con tutte le attività che segue — università, blog, guide, libri — come fa a trovare il tempo?

«Non ho una routine fissa: lavoro a ondate. Quando arriva l’ispirazione posso stare ore senza interruzioni. E poi sfrutto i ritagli di tempo: all’università, durante i periodi di pausa dal turismo. Non ho figli per ora, e questo sicuramente mi aiuta a incastrare tutto.»

Chiudiamo con Verona: sappiamo che ha anche un legame con la nostra città.

«Sì, ci sono amici che hanno attività legate al commercio con l’Islanda. E ho dei bei ricordi personali: ad esempio una visita a Palazzo Maffei, poco dopo l’apertura nel 2020. Verona mi ha dato momenti speciali, anche a tavola: momenti che custodisco nella memoria come parte di quel legame con l’Italia che resta sempre vivo.»

Il ghiacciao Vatnajokull, il più grande d’Europa – Foto di Ernesto Kieffer

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