Sherwood è uno dei rari festival che ci ricordano come la musica dal vivo possa essere ancora popolare, indipendente e, nello stesso tempo, ambiziosa. Per oltre un mese il Park Nord dello Stadio Euganeo di Padova diventa una piccola città temporanea, attraversata da concerti, incontri, politica e socialità, senza che una cosa sembri necessariamente separata dall’altra.

Quella del 2026 è la ventiseiesima edizione del festival e cade in un anno particolarmente significativo, perché Radio Sherwood festeggia cinquant’anni di attività. Anche la line-up conferma il ruolo che questa manifestazione si è conquistata nel Nordest, con una programmazione di assoluta qualità, capace di affiancare artisti molto diversi senza perdere una propria identità.

Venerdì sera, in una delle prime date di questa lunga estate musicale, sono tornati sul palco di Sherwood gli Zen Circus. Il richiamo di una band che in trent’anni ha costruito un rapporto molto forte con il proprio pubblico, l’inizio della stagione dei festival e anche il prezzo particolarmente accessibile del biglietto, hanno riempito completamente lo spazio davanti al palco.

Ad aprire la serata è stata Lamante, progetto della giovane cantautrice vicentina Giorgia Pietribiasi. Definirla semplicemente una nuova interprete indie rock sarebbe probabilmente riduttivo: nella sua musica ci sono cantautorato, folk, qualche ombra psichedelica e un’attitudine rock che rimane evidente anche quando il suono si fa più scarno.

Lamante allo Sherwood

Sul palco si è presentata con una formazione abbastanza insolita: chitarra acustica, accompagnata da un’altra chitarra e un violino. Pochi elementi, quindi, ma utilizzati bene, in un set essenziale che ha lasciato molto spazio alla voce.

Ed è proprio la voce il suo elemento più riconoscibile. Lamante ha un graffio particolare, a tratti quasi spezzato, che la distingue nettamente in un panorama nel quale spesso le interpretazioni finiscono per assomigliarsi. È ancora molto giovane, ma non dà l’impressione di essere semplicemente una promessa in attesa di capire quale direzione prendere. Ha già un’identità piuttosto precisa e un pubblico che la segue con attenzione.

Il concerto è servito soprattutto a presentare il nuovo album, Non dico addio, senza dimenticare alcune delle canzoni che l’hanno fatta conoscere. La chiusura è stata affidata a Non chiamarmi bella, uno dei suoi brani più noti e quello che ha raccolto la risposta più immediata da parte del pubblico. Un’esibizione breve, concentrata, intensa, senza la necessità di riempire ogni spazio. E, che dire, buona così.

Con l’arrivo degli Zen Circus la serata ha cambiato inevitabilmente dimensione. Il gruppo pisano è attivo da oltre trent’anni e ha ormai costruito qualcosa che va oltre la semplice successione di dischi e tournée. Lo si vede anche dall’aspetto e dal comportamento dei loro fan. Non soltanto perché lo spazio era completamente pieno, ma perché davanti al palco c’era una comunità riconoscibile, trasversale per età, accomunata da un immaginario e soprattutto dalla conoscenza quasi totale delle canzoni.

Gli Zen Circus hanno presentato il nuovo lavoro, Il Male, senza però trasformare il concerto nella semplice promozione dell’ultimo disco. La scaletta ha attraversato fasi molto diverse della loro storia, recuperando brani da quasi trent’anni di carriera e canzoni che il pubblico cantava parola per parola.

Il rapporto tra la band e Sherwood è del resto antico e consolidato. Gli Zen sono passati più volte dal festival padovano, vent’anni fa circa per la prima volta, e nove anni fa, nel 2017, erano qui durante il tour de La terza guerra mondiale, disco del quale ricorre ora il decennale. Più che un anniversario preciso del loro primo concerto a Sherwood, quindi, quello di venerdì è sembrato un nuovo capitolo di un legame costruito nel tempo.

Appino, Ufo, Karim Qqru e Il Maestro Pellegrini suonano come una band che non deve più dimostrare di essere una band. C’è la compattezza di chi ha macinato centinaia di palchi, ma anche la volontà di evitare che il rito si trasformi completamente in routine.

Può quindi capitare che Appino attraversi buona parte della platea steso sopra un gommone, portato sulle mani del pubblico. Una scena abbastanza assurda, certo, ma perfettamente coerente con il clima della serata: il cantante letteralmente affidato alle persone che da anni cantano quelle canzoni.

La cosa che rimane, alla fine, è proprio questa relazione. Gli Zen Circus non sembrano avere semplicemente dei fan. Hanno un pubblico che si riconosce nei loro brani e continua a seguirli mentre il gruppo cambia, invecchia e pubblica nuova musica senza perdere il filo della propria storia.

Una delle prime serate di questa lunga edizione di Sherwood ci ha quindi consegnato due momenti molto diversi: un’artista giovane ma già perfettamente riconoscibile e una delle band più longeve e coerenti del rock indipendente italiano. Il tutto davanti a uno spazio pieno, con un biglietto dal prezzo ancora realmente popolare.

In una stagione nella quale assistere a un concerto sta diventando sempre più costoso, anche questa continua a essere una dichiarazione politica.

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