Bigmouth strikes again ha fatto la differenza, giovedì 16 luglio sera durante il concerto di Johnny Marr al Teatro Romano di Verona. Il brano, tratto come altri dal repertorio degli immarcescibili The Smiths, ha unito definitivamente pubblico e artista. E non in senso figurato. Se fino ad allora la partecipazione si era limitata a urla di approvazione e applausi, complici le pur comode sedute del Romano, le prime note del brano tratto da The Queen is Dead del 1986 hanno smosso l’audience.

Tanti si sono assiepati sotto il palco, ad onorare ulteriormente Marr e la sua carriera. Con malcelato entusiasmo da parte di uno dei guitar hero più rilevanti di un certo modo di intendere la new wave. Quindi, parafrasando il testo, una vera “Sweetness”. E da lì in poi chi si è recato sotto il palco ha continuato a ballare e a cantare fino alla fine. Cioè al bis There is a light that never goes out, con tutto il Romano entusiasta di cantare frasi romantico/caustiche come “And if a double decker bus, crushes into us, to die by your side, what a heavenly way to die”.

Quasi a voler fare l’amore con Marr, tanto è l’amore per lui. D’altronde l’orgasmo con un brano così, sempre tratto dal repertorio The Smiths, non può che raggiungere il climax. Ma in quest’orgia liberatoria, fatta di mani e bocche urlanti, non sono mancati altri brani degli Smiths – tra i quali la vibrante How soon is now? – così come la riproposizione della mitica The Passenger di Iggy Pop e di Easy money, uno dei pezzi più convincenti del repertorio del Marr solista.

Ma ad onor del vero c’è stato anche un prima. E anche i preliminari sono importanti, anzi alle volte bastano e avanzano. Anche se nella prima metà dello show lo spazio maggiore lo hanno trovato proprio i brani di Marr. Che, attenzione, valgono la pena di essere ascoltati, ma sono altro rispetto agli Smiths. E non tanto per questioni di ispirazione, quanto proprio per un periodo storico che è cambiato, così come sono cambiati i musicisti che attorniano Marr.

Dopo tre brani il chitarrista originario di Manchester ha effettuato un primo cambio di chitarra, così come ha fatto il chitarrista James Doviak. Un siparietto che si è ripetuto innumerevoli volte. Il concerto era cominciato con l’energica Generate! Generate!. Quindi bene, con le voci delle altre due asce a sovrapporsi a quella di Marr per sostenere il risultato. Sta nel mazzo, con quella modalità sorniona tipica di un vecchio inglese. Da segnalare anche, tra le prima canzoni suonate a Verona, Spin, anticipo del nuovo album The age of everything in pubblicazione il 2 ottobre. Riuscita, e che in un accento ricorda la divina While my guitar gently weeps. Ma con qualche tocco di pad elettronico che da un’aura ottantiana al risultato, d’altronde perfettamente in linea con la storia di Marr. Così come la tastiera suonata da Doviak era riuscita a caratterizzare altri brani in precedenza. Un approccio studiato, e in grado di vivacizzare un repertorio – quello del Marr solista – che potrebbe avere il difetto di essere un po’ prevedibile.

Foto di Francesco Bommartini

E sempre una strizzata d’occhio a certa elettronica c’è stata con le atmosfere quasi dance di The spirit power and soul, in cui il batterista Jack Mitchell si è dedicato totalmente ai pad, rendendo il beat più lisergico e pompato. Ma è con This charming man che registriamo il primo boato pieno del pubblico, ancora seduto. Si torna agli Smiths, si torna agli anni ’80. Si torna ad una band che ha cambiato il british rock, e tutta la scena alternative venuta dopo. Anche dividendo, e va bene così.

Quasi in risposta a questa potenziale divisione Marr prende in mano un’acustica, e intona la ballata Somewhere. Torna presto però la chitarra Jaguar, e con essa una delle migliori canzoni del repertorio tutto di Marr, quella Hi hello estratta da Call the comet del 2018. Un brano dolce, pieno di arpeggi accattivanti e fill riusciti. Una canzone che nella sua semplicità conquista dal primo ascolto. Insomma, un capolavoro moderno. Segue, con un arpeggio in solitaria come intro Please please let me get what i want. E succede un’altra magia. Nonostante qui sì, la mancanza della voce di Morrissey si faccia sentire.

Ma il minimalismo del pezzo e dell’arrangiamento viene colmato da una tastiera discreta ma presente, un tappeto su cui potersi addormentare cullati da un brano memorabile. Dopo due pezzi nuovissimi come All in a life e It’s time, anteprima del prossimo disco The age of everything, arriva Panic. E riscoppia l’entusiasmo, con 2 minuti di cori. Il pezzo viene prolungato da una parte a base di slide suonata dal sempre sapiente Marr, eccellente tanto tecnicamente quanto nella scelta dei suoni. A tal proposito è da sottolineare come sia lui che Doviak utilizzino pedali singoli e amplificatori reali, tra i quali ho riconosciuto dei Fender valvolari. Un approccio che scalda non solo il cuore ma anche i padiglioni auricolari.

Un concerto entusiasmante quello di Marr a Verona. Non per tutti, come testimonia la pur buona affluenza di circa 1000 persone, ma senza dubbio per amanti di un certo tipo di musica in grado di approfondire e andare oltre le proposte radiofoniche. Va dato atto a Marr di seguire un percorso che, seppur con un minimo di derivatività percepita, ha una forza e un’ispirazione in grado di spostare gli equilibri, come avvenuto in alcuni brani dell’esordio solista The Messenger – tra i quali la mancante New town velocity – ma pure del resto della discografia. Opere che sembrano non inseguire necessariamente nuovi pubblici, e che forse possono risultare aliene all’audience giovanile. Ma anche quest’ultima, aguzzando le orecchie, potrebbero carpire una qualità che non accenna a lasciare dita e testa di un mito vivente e vivissimo. Burn down the disco, Johnny…

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