Electrolux vuole chiudere uno degli stabilimenti produttivi italiani e tagliare complessivamente 1.700 posti di lavoro su circa 5.500 dipendenti. Un colpo durissimo, che si abbatterà pesantemente anche sull’indotto della componentistica elettromeccanica.

Electrolux è una multinazionale svedese leader nel settore degli elettrodomestici, con una rete commerciale mondiale e 35 stabilimenti distribuiti in 15 Paesi, di cui 5 in Italia. Molti di questi impianti erano originariamente italiani: Zanussi, Rex, Zoppas e altri marchi storici, poi acquisiti dal gruppo scandinavo.

La remunerazione del capitale, prima di tutto

Come ogni multinazionale, Electrolux produce dove è più redditizio. Chiude e apre stabilimenti in base a calcoli di profitto, senza particolare riguardo per il territorio o per la storia industriale dei Paesi in cui opera. Negli ultimi anni l’azienda aveva investito e ristrutturato alcuni siti italiani, e il settore degli elettrodomestici – pur maturo – continua a offrire margini interessanti, soprattutto nella fascia alta di gamma.

Tuttavia, per gli investitori non è sufficiente essere redditizi: occorre esserlo sempre di più, più di ieri e più dei concorrenti. In un’economia globalizzata e finanziarizzata, la remunerazione del capitale ha la priorità su tutto il resto, compresi salari e occupazione. È una logica perfettamente legittima nel capitalismo contemporaneo, ma dalle conseguenze pesanti per i lavoratori.

Oggi i rapporti di forza tra capitale e lavoro sono fortemente sbilanciati a favore del primo. Le multinazionali spostano produzione dove il costo del lavoro è più basso, l’energia costa meno, le norme ambientali e burocratiche sono leggere e i controlli sono blandi. In Italia, inoltre, il mercato degli elettrodomestici si è ridotto a causa del calo del potere d’acquisto delle famiglie, con una domanda sempre più orientata verso prodotti low-cost, anche di provenienza cinese.

Nella UE una concorrenza al ribasso sul costo del lavoro

In Europa il costo del lavoro per le imprese non è uniforme ed in Italia non è elevato. L’Italia si colloca sotto la media UE, con un costo del lavoro significativamente inferiore rispetto a Germania e Francia, ma in molti Paesi, di più recente ingresso nella UE, tale costo è ancora molto più basso. Per una multinazionale, ma anche imprese italiane, è relativamente semplice spostare le produzioni in Polonia o Romania e poi vendere liberamente nel mercato unico europeo. I profitti per l’impresa aumentano, mentre agli operai italiani “in esubero” restano la disoccupazione e i costi sociali.

Va ricordato che la Svezia, con un referendum del 2003, ha scelto di non entrare nell’euro, mantenendo la corona svedese. Allo stesso modo Polonia e Romania conservano le rispettive valute nazionali.

Un altro fattore importante è il costo dell’energia, più alto in Italia rispetto ad altri Paesi europei, anche per gli scarsi investimenti sulle rinnovabili degli ultimi quindici anni. L’Italia, più di altri Paesi, conserva una alta dipendenza verso i combustibili fossili e questo la rende più vulnerabile alle oscillazioni dei prezzi e alle crisi geopolitiche.

Nel modello neoliberale le migrazioni sono strutturali

La vicenda Electrolux non è né la prima né sarà l’ultima. È il frutto amaro di un modello neoliberale che ha imposto la libera circolazione di capitali e merci, senza altrettanta tutela per il lavoro e i territori. I capitali si spostano con un click dove rendono di più, le merci viaggiano per il mondo su navi portacontainer, mentre il lavoro rimane legato al territorio. Quando le fabbriche chiudono, intere aree si deindustrializzano, si impoveriscono e molti giovani sono costretti a emigrare non per scelta, ma per necessità.

L’Unione Europea, nella sua costruzione economica, ha abbracciato pienamente globalizzazione e neoliberismo senza proteggere adeguatamente i propri cittadini e i propri territori, mettendo spesso gli Stati in una suicida competizione tra loro. Vincolata a parametri rigidi e privi di validità scientifica, come il 3% di deficit e il 60% di debito/PIL, ha imposto politiche pro-cicliche di austerità proprio nei momenti in cui sarebbero serviti forti investimenti pubblici. Così ogni crisi internazionale si ripercuote sull’Europa in modo più violento e prolungato rispetto ad altre grandi economie.

L’UE, così com’è strutturata oggi, sembra sempre più lontana dal progetto degli “Stati Uniti d’Europa” e rischia invece una disgregazione politica, con la crescita di movimenti nazionalisti. Nel frattempo, da grande mercato economico si sta trasformando in terreno di conquista per le potenze americana e cinese.

Il persistente attivo della bilancia commerciale, generalmente indice di una economia in salute, non illuda. Per realizzarlo è stato scelto di contenere il costo del lavoro ed il mercato interno, anziché investire su ricerca e tecnologie. Una miopia politica che la UE sta iniziando a pagare duramente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA