La guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, e il conseguente blocco dei transiti nello stretto di Hormuz, ha provocato la più grave riduzione dell’offerta (-20%) nella storia del petrolio.

Fatih Birol direttore esecutivo dell’AIE (Agenzia Internazionale dell’Energia) a marzo affermava  «L’attuale crisi potrebbe risultare persino più grave degli shock petroliferi del 1973, del 1979 e della crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022». «Il più spaventoso di tutti tempi» rimarcava Qasem Al-Ali. esperto di mercati energetici globali. “Il petrolio può fermare il mondo” titolavamo un articolo del 27 maggio scorso. Un disastro.

Eppure, nonostante il prolungamento del blocco dello stretto oltre i tempi previsti,  i prezzi del greggio non hanno mai raggiunto i 150 dollari al barile ipotizzati da molti analisti all’inizio del conflitto. Nessuno aveva pensato che il collasso mondiale dell’economia atteso per luglio-agosto potesse non succedere.

Da alcune settimane gli operatori del settore e i più quotati analisti del mercato energetico si stanno chiedendo cosa potrebbe essere successo. Si comincia a comprendere che il tracollo sia stato per ora evitato  e lo si debba a una persona cui mai ci si sarebbe aspettato un contributo: il presidente cinese Xi Jinping. Come la Cina ha salvato il mondo da un “Iran oil shock” e  perché lo ha fatto? Proviamo a capirlo.

Alcuni numeri

Prima del blocco di Hormuz ogni giorno 100 milioni di barili di petrolio, trattati in un mercato unificato globale,  passavano dai produttori ai consumatori e l’offerta corrispondeva pienamente alla domanda.

L’intervento combinato di Trump-Netanyahu  contro l’Iran, bloccando le navi che transitavano dallo stretto di Hormuz, ha avuto la conseguenza di creare una carenza di offerta di circa venti milioni di barili giorno, un deficit  colmabile solo con una drastica riduzione dei consumi.

Misure difensive 

La prima misura difensiva che la logistica mondiale ha messo in atto è stata l’attivazione di due pipeline che aggirassero lo stretto di Hormuz.  La prima, la Petroline East-West , controllata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti che collega  Abqaiq sul golfo persico con Yambu sul mar Rosso; la seconda la Abu Dhabi crude pipeline collega il campo petrolifero di Habshan al porto di Fujairah. Queste hanno supplito per sette milioni di barili/giorno riducendo il deficit a tredici milion barili/giorno.

Pipelile per aggirare Hormiz

La seconda misura difensiva è stata l’utilizzo delle riserve strategiche che ogni Paese ha predisposto per far fronte a situazioni di emergenza. Appena una settimana dopo l’inizio del conflitto trentadue paesi hanno pianificato il più grande programma di utilizzo scorte dalla fine della seconda guerra mondiale.

Le riserve strategiche sono costose e non tutti i Paesi ne dispongono in modo adeguato, quelli con le scorte maggiori sono gli USA, il Giappone e l’Europa. Scorte che, come si vede dal grafico relativo agli Usa e Giappone, si stanno rapidamente riducendo.

Scorte strategiche di petrolio in USA e Giappone

Il massimo contributo dato dalle scorte è stimato in 2.5 milioni di barili/giorno riducendo il deficit a 10.5 milioni barili/giorno lasciando comunque una situazione drammatica dove i sistemi logistici possono diventare rapidamente ingovernabili. Questo avrebbe dovuto accadere tra luglio e agosto ma non è successo.

Lontano dai riflettori

La Cina di Xi Jinpin, nel silenzio più assoluto, ha fatto qualcosa che nessun altro paese è stato in grado di fare:  ridurre il proprio import di petrolio del 50% circa in due mesi, 5.5 milioni di barili/giorno, senza compromettere la propria economia. Da sola la Cina ha contribuito a contenere la crisi più di tutti gli altri paesi insieme.

Import cinese di petrolio dal 1980

Ora il deficit nel mercato globale del petrolio è ridotto a 5 milioni barili/giorno, questo fa la differenza fra un collasso economico globale e pur pesanti disagi: cancellazione di voli, aumento incontrollato dei prezzi, ..  

Si può affermare che Xi Jinpin ha salvato il mondo, senza dire niente.

Come è stato possibile?

In assenza di dichiarazioni e di dati ufficiali  cinesi si possono fare solo delle supposizioni sulla base di notizie frammentarie provenienti da diversi osservatori. La Cina è intervenuta rapidamente in modo articolato coinvolgendo diversi settori: sostituzione, dove possibile, dell’uso di petrolio con carbone, nella produzione di energia, della plastica e dei fertilizzanti; blocco immediato dell’esportazione di prodotti raffinati per aumentare le scorte interne; contenimento dei consumi. Invito alla popolazione a usare meno combustibili fossili, cancellati  diversi voli interni, aumento di traffico ferroviario, sviluppo del carpooling elettrico per le persone che hanno un’auto a benzina, … In Maggio la vendita delle auto elettriche è cresciuta del 33%.

Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, nei primi due mesi del conflitto la Cina ha consumato il 10% in meno di benzina e cherosene rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tutto questo però non spiega la drastica riduzione di importazione di petrolio.

Non abbiamo considerato qualcosa che prima di Hormuz nessuno poteva conoscere: il ruolo delle scorte strategiche cinesi, la vera arma segreta di Xi. Nelle statistiche sulle riserve mondiali di petrolio mancano quelle della Cina  ma da una prima analisi dei silos visibili dai satelliti si può dedurre che la Cina potrebbe avere una riserva di 1.4 miliardi di barili, tre volte quelle degli USA.

Scorte strategiche di petrolio in Milioni di barili

Si ha inoltre notizia della costruzione di grandi caverne dove stoccare petrolio lontano da occhi indiscreti per cui la Cina potrebbe disporre di una copertura del proprio fabbisogno maggiore di un anno. Questo è fantastico: l’India esaurisce le scorte in quattro giorni, l’Europa in venti, quelle USA potrebbero esaurirsi in sessanta giorni.

La crisi legata all’Iran ha quindi dimostrato nei fatti che la Cina è in grado di stabilizzare autonomamente il mercato petrolifero globale per diversi mesi; un risultato che i leader del cartello petrolifero  OPEC possono solo sognare di ottenere.

Come la Cina ha costruito le proprie scorte

Come ha fatto la Cina a mantenere segreta questa grande riserva di petrolio? Ci sono due risposte, la prima è Iran. Nel 1996 il presidente Bill Clinton ha firmato una legge per tagliare l’export di petrolio dall’Iran. La seconda risposta è Russia: nel 2022 la UE, a seguito dell’invasione dell’Ucraina,  ha bandito l’acquisto di petrolio dalla Russia.

Due grandi produttori di petrolio sono stati costretti a rivolgersi così ad un mercato parallelo, fuori dalle regole internazionali.  La Cina ne ha approfittato e, per evitare ogni tracciamento, ha usato per il trasporto dark fleet tankers (flotte fantasma) ma soprattutto (questa è la novità rilevante) effettuando negoziazioni e pagamenti nella moneta cinese Yuan, invece che in Dollari. Disponibilità di prodotto, forti sconti, assoluta segretezza.

Trattando in Yuan la Cina, Iran e Russia hanno reso invisibile il loro commercio al sistema finanziario americano ma soprattutto hanno indebolito il Dollaro e annullato la possibilità di blocco da parte di Trump. Solo pochi altri Paesi, con una moneta sufficientemente forte, avrebbero potuto fare la stessa cosa, tra questi l’Europa con l’Euro e il Giappone con lo Yen, ma non hanno potuto politicamente farlo.

Perché Xi ha salvato l’economia globale dal tracollo

La Cina ha salvato l’economia globale dal collasso e Trump da un disastro politico. Perché lo ha fatto? Perché ha stoccato così tanto e in silenzio? Ci sono molte ipotesi. Si esclude che lo abbia fatto per proteggersi dall’aumento dei prezzi del petrolio, come anche per un’ azione benevola, soft power, nei confronti degli altri paesi del mondo: le due azioni sarebbero entrambi incompatibili con una strategia messa in atto da tanto tempo in modo silenzioso.

Due sono invece le ipotesi più credibili. La prima è Taiwan.  Hormuz controlla il 20% del consumo mondiale di petrolio ma per la Cina è importante anche lo stretto di Malacca, più piccolo e più facile da controllare, dove passa l’80% del suo petrolio.  Nell’eventualità  di un conflitto con Taiwan gli Usa potrebbero usare la loro supremazia navale per chiudere Malacca isolando la Cina. Il messaggio di Xi a Trump e Taiwan è quindi forte: l’arma Malacca è spuntata.

La seconda ipotesi non meno importante: sfruttare Donald Trump. Con la guerra in corso in Iran, se  Xi Jinpin dovesse riprendere le importazioni di petrolio potrebbe in qualsiasi momento distruggere l’economia statunitense e con essa abbattere politicamente Trump.

Geopolitica.it nel suo resoconto del summit Xi Trump, tenuto 13 maggio scorso a Washington, si esprimeva così: «Malgrado le tensioni commerciali, i giorni precedenti all’incontro hanno trasmesso segnali di cordialità diplomatica al mondo. Dall’annuncio del meeting, i gelidi venti di confronto che attraversavano l’Oceano Pacifico si sono attenuati, e in particolare le dichiarazioni del Presidente Trump hanno avuto un approccio marcatamente collaborativo».

Non è difficile immaginare che durante il meeting Xi sia stato esplicito: «Se vuoi salvare la tua economia devi fare in modo che ne valga la pena» e abbia presentato il conto. Di quale conto si tratti, non si sa ma si potrebbe immaginare.

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