In Italia esiste un enorme problema salariale. Le retribuzioni medie, in termini reali, al netto dell’inflazione, sono diminuite del 3,4% tra il 1991 e il 2023, mentre in Francia e Germania si sono registrati aumenti di oltre il 30%. Negli ultimi anni, tra il 2019 e il 2024, la fiammata inflattiva innescata dall’impennata dei prezzi energetici ha fatto crollare il potere d’acquisto dei salari italiani di circa l’8%.

A questo si aggiunge il dramma dei salari minimi: quasi quattro milioni di lavoratori – rider, braccianti agricoli, addetti ai servizi precari – guadagnano meno della soglia di povertà. Questo è solo uno degli aspetti di un aumento generalizzato delle disuguaglianze, in Italia e nel mondo.

Il 1992 un anno cruciale per la politica, l’economia ed il lavoro

Come è potuto accadere? Le cause sono molteplici e affondano le radici negli anni Novanta. Tutto inizia nel 1992 con l’abolizione della scala mobile, frutto di un accordo faticoso tra CGIL, CISL, UIL, Confindustria e il governo Amato. Quell’anno fu cruciale: Tangentopoli e Mani pulite delegittimarono un’intera classe politica; gli attentati mafiosi uccisero Falcone e Borsellino; attacchi speculativi costrinsero la lira a uscire dallo SME con una svalutazione di oltre il 20%.

Ma la vera svolta per il mondo del lavoro fu la cancellazione della scala mobile: una decisione sofferta, soprattutto per la CGIL, giustificata dall’illusoria promessa che avrebbe combattuto l’inflazione e rilanciato l’economia. In realtà l’inflazione era già in calo da anni e la successiva ripresa economica fu merito della svalutazione monetaria.

I parametri di Maastricht e la moneta unica

L’abolizione della scala mobile fu il grande sacrificio imposto al lavoro per rientrare nei parametri di Maastricht e avviare il progetto dell’euro. Nei decenni successivi i rinnovi contrattuali non riuscirono quasi mai a recuperare l’inflazione, sebbene ormai si fosse stabilizzata a livelli bassi. Poi arrivarono la crisi del 2011-2012, gli attacchi speculativi internazionali al debito pubblico e il governo Monti, che con i tagli alla spesa pubblica provocò recessione, aumento della disoccupazione e ulteriore compressione salariale.

L’ultimo colpo pesante è arrivato con il picco inflattivo 2022-2023, causato dai prezzi energetici alle stelle, in particolare del gas metano, di cui l’Italia è fortemente dipendente. Si sarebbe dovuto proteggere i salari dall’inflazione con un meccanismo di adeguamento automatico, come esisteva un tempo con la scala mobile. Sarebbe bastato, nel 1992, sospenderla temporaneamente o sostituirla con uno strumento calibrato sulla realtà italiana. Invece la cancellazione della scala mobile fu brutale e irreversibile. Oggi tutto il mondo del lavoro ne paga le conseguenze.

Scala mobile come protezione dall’inflazione per shock esterni

Uno degli argomenti più ricorrenti contro la scala mobile è che il recupero automatico dell’inflazione sui salari sarebbe esso stesso causa di inflazione, in una sorta di circolo vizioso. Ma questa tesi è infondata quando l’aumento dei prezzi deriva da shock esterni, come le impennate dei costi energetici internazionali. È urgente ora recuperare, con interventi straordinari, il potere d’acquisto perso negli ultimi quattro anni e garantire in futuro un adeguamento automatico dei salari concordato tra le parti sociali.

Ripristinare la tutela dall’inflazione per salari, stipendi e pensioni è un atto di giustizia sociale e allo stesso tempo un intervento macroeconomico di riequilibrio. Le retribuzioni non si fissano per decreto: dipendono dai rapporti di forza negoziale tra lavoro e capitale. Ma è compito del governo evitare eccessi che compromettano la coesione sociale, la stabilità economica e, in ultima istanza, la democrazia stessa.

Per una crescita guidata da salari e investimenti

L’attuale persistente e consolidato avanzo commerciale verso l’estero, offre spazio per rilanciare i consumi interni, aumentando le retribuzioni medie e gli investimenti pubblici. Lo ha sottolineato più volte anche Mario Draghi: la crescita europea deve sostenersi sui consumi interni, grazie ad un aumento dei salari, e sulla competitività, trainata dagli investimenti in tecnologia, non più dalla compressione dei costi del lavoro.

Risulta francamente incomprensibile che la Sinistra italiana e i maggiori sindacati restino ancora divisi sulla proposta di una nuova scala mobile. Solo Alleanza Verdi e Sinistra ha presentato una proposta di legge sull’indicizzazione delle retribuzioni da lavoro nel luglio scorso. PD e Movimento 5 Stelle preferiscono invece puntare sul salario minimo: misura sacrosanta, ma parziale e non strutturale.

Se la Sinistra non ritrova unità e radicalità sul tema delle retribuzioni, difficilmente tornerà a governare il nostro Paese.

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