Il presidente Donald Trump l’aveva detto forte e chiaro, tra le righe della “Strategia per la Sicurezza Nazionale” rilasciata a fine 2025. L’aveva messa con garbo, quasi gentilezza, questa sua volontà di «aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria, a liberarsi da regolamentazioni nazionali e transnazionali che minano la creatività e la produttività» di un continente che ha perso quote del PIL globale.

Il presidente, nel suo testo illuminante, aveva incolpato una serie di problematiche tutte riconducibili alle «attività dell’Unione Europea che minano la libertà politica e la sovranità, trasformando il continente con le politiche migratorie».  

Europa debole, America forte

La soluzione è una sola, agli occhi di Trump, e nemmeno tanto nuova: divide et impera. Insidiare l’Europa come blocco, svilirne le istituzioni, per poi avvicinare i singoli Paesi membri con accordi bilaterali in cui poter esercitare la massima pressione negoziale. Attaccare apertamente le regole che impediscono alle multinazionali e alle aziende statunitensi di operare senza controlli o limiti nel nostro continente. È la solita vecchia storia. È la deregulation, bellezza!

Fanno parte di questo piano tutte le iniziative intraprese fin dall’anno scorso per spaventare se non addirittura minacciare l’Europa. Dazi e tariffe doganali sulle merci europee nel tentativo di destabilizzare i mercati e riequilibrare la bilancia dei pagamenti USA. Ridimensionamento della NATO in una fase storica in cui l’Europa affronta un conflitto attivo alle sue porte. Ogni tipo di ingerenza, anche fisica, nei sistemi politici degli Stati europei e nelle tornate elettorali, seppur con alterne fortune. Tutto per il bene dell’Europa, sia chiaro. Per liberarla da «pratiche economiche e commerciali ostili».

Il cedimento della UE

Ha proprio scelto di usare la parola “ostili” nel designare formalmente le normative europee sul mondo digitale come barriere commerciali, minacciando altri dazi punitivi se Bruxelles si rifiuta di allentarle e chiedendone l’abrogazione come pre-condizione a un su acciaio e alluminio. E la politica europea ha abboccato alla provocazione, con una sorta di divisione interna tra chi sostiene che il problema siano i fardelli regolamentari autoimposti e chi considera le stesse norme un importante strumento del continente per decidere in autonomia il proprio futuro economico e sociale.

La Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, sostenuta da Germania, Polonia e Italia, promuove un programma di “semplificazione” con tagli alle tutele ambientali, alle norme digitali, ai requisiti di sicurezza alimentare e alla tutela dei consumatori. Standard etici che l’Europa ha impiegato vent’anni a costruire vengono smantellati in nome della competitività. Praticamente, per non restare indietro, decidiamo di… tornare indietro.

La differenza tra tesi e realtà

La tesi degli impicci burocratici che rallenterebbero la crescita europea appare ragionevole sulla carta ma trova poche conferme nei dati OCSE, che evidenziano una crescita ma davvero modesta nell’onere normativo per le aziende negli ultimi 15 anni.

Anche quel dato finito sui giornali, per cui il 60% delle imprese considera la regolamentazione un ostacolo agli investimenti, andando a guardare il sondaggio rivela come meno di un quarto degli intervistati la identifica come ostacolo principale (identificato nei costi energetici, per dovere di cronaca).

Se la diagnosi sulla scarsa produttività europea è almeno discutibile, la soluzione proposta sembra avere pochi benefici effettivi. È la stessa Commissione europea a quantificare i risparmi annuali dell’intero programma di semplificazione in circa 12 miliardi di euro, lo 0,07% del PIL dell’UE.

Copiare, ma solo dai Maestri

Il problema è reale. Ma la caricatura di un’Europa che crolla sotto il peso della legge, quello no. Il gap produttivo tra Stati Uniti e UE esiste, ma è legato a molti altri fattori, come la (de)crescita demografica, un diverso potere d’acquisto e tutele sulle condizioni e l’orario di lavoro. L’Europa si fonda su un patto sociale che mette i cittadini e l’ambiente davanti al PIL, un approccio che va difeso da attacchi esterni e preservato. Anche a costo di un divario con “quelli bravi” di Cina, India e USA.

Smantellare il quadro normativo europeo rischia di dare un beneficio minimo alle aziende nostrane, mentre favorisce quelle americane, proprio come richiesto più o meno velatamente da Trump. Poteri comunitari indeboliti e divisi, un continente che diventa sempre più simile agli USA e perde quella meravigliosa natura di alternativa economica ma anche ideologica alle tendenze egemoniche degli ultimi tempi.

Europa al bivio

Le purtroppo numerose iniziative militari di Trump, la sua dimestichezza con l’uso della forza e la proposta di un nuovo ordine mondiale fondato su questa anziché sul negoziato hanno messo la UE di fronte a un dilemma esistenziale. Preservare l’armonia transatlantica smantellando le regole darebbe ragione a chi crede nella pressione e nella forza. Resistere avrebbe costi politici e richiederebbe coraggio e una solida coesione interna, elementi più rari dell’ittrio.

Forse la UE dovrebbe aggrapparsi alle sue storie di successo, che non sono poche. Pensiamo a quando ha costretto Google e Meta a proteggere i minori sulle loro piattaforme e Apple ad accettare la libera concorrenza nel suo AppStore. O perfino al tanto vilipeso tappo di plastica attaccato alla bottiglia, tanto caro a Coca Cola. Tutte iniziative che hanno come priorità l’uomo, il pianeta, l’etica. Che sono state attaccate e respinte. Ma poi, accettate, implementate senza tante storie. E sono divenute parte della nostra esistenza.

Il quadro normativo europeo non frena la crescita del continente, al contrario rappresenta le fondamenta di un progetto politico che mette al centro il cittadino, l’ambiente. La pace. Un ideale che non è tramontato, che va protetto dalle mire imperialistiche di chi vorrebbe la UE divisa e debole per poterla sfruttare a piacimento. Ancora.

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