Nel frastuono causato per situazioni geopolitiche o scelte tematiche di Austria,Russia e Israele, il Padiglione del Giappone ai Giardini della Biennale si distingue per una denuncia giocosa e silenziosa che non è solo un’esperienza estetica, ma soprattutto un gioco di responsabilità. La mostra è aperta dal martedì alla domenica, con orari dalle 11:00 alle 19:00 fino al 30 settembre, e dalle 10:00 alle 18:00 nel periodo autunnale. L’ingresso è incluso nel biglietto della Biennale Arte 2026.

 Il progetto Grass Babies, Moon Babies, curato da Lisa Horikawa e Mizuki Takahashi, vede come protagonista l’artista Ei Arakawa-Nash, che ha scelto di trasformare l’istituzione museale in un laboratorio della cura quotidiana.

Un bambino di sei chili tra le braccia

Appena varcata la soglia del padiglione, progettato originariamente da Yoshizaka Takamasa, il visitatore viene accolto da una richiesta insolita: prendere in braccio uno dei 200 “bambini”. Si tratta di bambole che pesano tra i 5 e i 6 chili, il peso reale di un neonato di pochi mesi.

Non si tratta di un semplice oggetto di scena. L’artista, che vive l’esperienza di genitore queer, invita il pubblico a sentire fisicamente il carico della cura. “Come persona queer, non avrei mai immaginato di avere figli”, scrive Arakawa-Nash nella sua introduzione alla mostra, spiegando di aver accettato l’incarico alla Biennale per aprire una discussione necessaria sulla genitorialità, la maternità surrogata e il lavoro emotivo che queste comportano. Attraverso l’esperienza del suo padiglione, l’artista porta il tema della cura dalla sua esperienza personale di famiglia queer all’universale dove anche nelle famiglie non queer il tema della genitorialità e degli ostacoli socio-economici vanno affrontati

Il cambio del pannolino

Mentre si percorrono le sale, immersi in un’installazione sonora che riproduce le voci dei figli gemelli dell’artista, si incrociano schermi che raccontano la storia della diaspora giapponese e delle identità multiculturali. Ma il momento culminante è un atto pratico: al piano superiore, i visitatori sono invitati a cambiare il pannolino alle bambole.

Questo gesto, solitamente privato e ripetitivo, diventa un rituale collettivo. Attraverso un QR code, chi partecipa riceve una poesia unica, generata in base alla data di nascita assegnata alla bambola. Queste date non sono casuali: richiamano eventi storici cruciali del Novecento legati ai diritti riproduttivi, alla politica del lavoro e alla storia militare del Giappone e degli Stati Uniti. L’artista ammette di voler affrontare il passato ultra-nazionalista del suo Paese per consegnare una memoria più consapevole alle nuove generazioni.

Una sfida comune: Italia e Giappone a confronto

L’opera di Arakawa-Nash cade in un momento storico in cui il tema della natalità è al centro del dibattito pubblico, sia a Tokyo che a Roma. I dati del Ministero della Salute del Giappone riportano che nel 2024, il Giappone ha registrato un tasso di fecondità di 1,15 figli per donna, mentre l’Italia segue a breve distanza con 1,18. Entrambi i Paesi stanno vivendo minimi storici di nascite, segnando un declino che sembra inarrestabile.

Il padiglione solleva però una questione ulteriore: chi si prende cura di chi nasce? Il confronto sui congedi di paternità rivela un paradosso. In Giappone, la legge è tra le più generose al mondo, permettendo ai padri fino a un anno di congedo. Tuttavia, nel 2022, solo il 17,1% dei papà ne ha effettivamente usufruito, a causa di pressioni sociali e lavorative. In Italia la situazione è opposta: il congedo obbligatorio è solo 10 giorni, ma viene utilizzato da oltre il 64% dei padri aventi diritto.

Riparare il futuro

Attraverso la filosofia della “unità discontinua”, il Padiglione Giappone ci suggerisce che l’azione del singolo, anche la più piccola come cullare una bambola, contribuisce a una riparazione collettiva del mondo. Ei Arakawa-Nash non offre soluzioni politiche, ma usa l’arte per chiederci che in un mondo che invecchia velocemente, l’invito è quello di non restare spettatori, ma di imparare di nuovo l’importanza di prendersi cura dell’altro.

Foto di Elena Garzetti

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