Non è decisamente un ritorno in grande stile quello del regista di Alien (1979), un’ultima fase di carriera fatta principalmente da buchi nell’acqua, se si esclude The Last Duel (2021), e di scelte discutibili. E non è nemmeno il 2026 l’anno fortunato: tornare sul grande schermo con un film post-apocalittico non rivoluzionario del genere, forse non è stata l’idea migliore.  

Con un cast eccezionale, come in ogni film di Scott, The Dog Stars – Le stelle dopo la fine ci porta in un mondo americano (girato quasi completamente in Italia) post-apocalittico. Anche se non viene mai approfondita la portata della calamità, un virus ha decimato la popolazione del pianeta Terra, lasciando pochi sopravvissuti e altrettante poche risorse. Il nostro protagonista, Hig (Jacob Elordi), vive in un aeroporto abbandonato, insieme a Bangley (Josh Brolin), un uomo tutto d’un pezzo che “prima spara e poi fa le domande”; quel tipo di maschio che al cinema non si era proprio mai visto prima. Hig a differenza del suo compare è più aperto al dialogo e fiducioso di trovare altri sopravvissuti misericordiosi come lui. In solitaria, a bordo del suo aereo, troverà Jack detto “Pops” (Guy Pearce) e sua figlia Cima (Margaret Qualley). I tre partiranno alla ricerca di un insediamento di sopravvissuti più sicuro.

Operazione ingiusta criticare un libro dalla copertina, ma con il Ridley Scott ultimamente sembra cosa buona e giusta e si rischia di non cadere nemmeno in errore. Ma sarebbe anche ingiusto colpire solo il regista, perché l’aspetto più problematico forse è la sceneggiatura di Mark L. Smith (già sceneggiatore di Revenant – Redivivo) e probabilmente anche il materiale di partenza, arduo trovare qualcosa nel film che possa invogliare lo spettatore a leggerne il libro.

È inoltre preoccupante quanto un film post-apocalittico del 2026 riesca a centrare uno dopo l’altro tutti i luoghi comuni e le banalità di questo tipo di opere. Lo sceneggiatore sembra non aver mai visto gli ottimi prodotti di tale genere usciti negli ultimi vent’anni, che siano film, videogiochi o serie tv, ma sicuramente ne è a conoscenza sennò non avrebbe preso spunto in maniera così massiccia. L’ambientazione di The Last of us, la trama di 28 giorni dopo (un sopravvissuto trova un padre e una figlia e insieme si recano in una base militare poco rassicurante) e pure un pizzico di Io sono leggenda (film, tra l’altro, che in origine doveva girare Scott). Bisogna dire che qualcosa di originale c’è nel brodo riscaldato post-apocalittico di The Dog Stars, non in positivo però. Ovvero l’ottimismo e lo scarso cinismo in questo mondo tornato al brutale stato di natura. Che in un certo senso equivale a fare una commedia senza gli aspetti comici.

Ma il pozzo senza fondo di luoghi comuni di questo film si estende pure ai personaggi. L’esempio migliore è quello di Bangley, interpretato da Josh Brolin. Certamente rappresenta una sorta di controparte di Higs, e viene dapprima tratteggiato in modo da suscitare più diffidenza che empatia. Ma nonostante questo, non è di intralcio al protagonista e non agisce nemmeno da antieroe. Il film lo salva e gli fa portare avanti i suoi valori. Valori che incarnano la difesa della proprietà privata e del diritto a sparare a chiunque. Questo “chiunque” dovrebbero essere i cattivi che assaltano il rifugio dei protagonisti. Chi sono non ci è dato saperlo, sono cattivi in quanto tatuati e urlanti, non si sa per cosa lottano, in cosa credono e perché sono lì.

L’importante è “fare fuori” il nemico, intruso nella proprietà. Sorvoliamo inoltre sull’imbarazzante similitudine tra i nativi americani e gli assaltatori del ranch di Pops e Cima. Anche in questo caso nessun approfondimento; sono semplicemente malvagi perché vanno contro i nostri personaggi approfonditi (se così vogliamo dire) dalla sceneggiatura. Lo spettatore non deve interrogarsi più del dovuto. Assolutamente superflua per la sceneggiatura anche la storia d’amore tra Higs e Cima. Non un momento di tenerezza, di sensualità o di calore tra i due. Forse non serve, in quanto il mondo post-apocalittico in cui vivono non risulta così freddo e spietato come si vuole far credere allo spettatore.

La tentacolare banalità del film è ben rappresentata pure dalla musica. I protagonisti ascoltano solo folk/country americano e si rifanno ovviamente ai cowboy. Quindi non sorprende la lotta contro i simil nativi americani “brutti e cattivi” dalla nascita, come intende farci capire il film. Niente di tutta la pellicola sorprende. Non c’è un richiamo che valga la pena sottolineare a qualcosa di più in alto, a messaggi nuovi, a idee fresche. Per quanto imperfetto, il penultimo grande film di Scott, Alien: Covenant (2017), era intriso di filosofia e di momenti di forte lirismo. Si parlava di etica, di bene e male, a livelli talmente profondi che si tornava indietro di secoli nella storia dell’uomo.

Sorprende inoltre vedere le ottime riprese aeree tra le montagne presenti nel film, perché, malgrado tutto, il regista di South Shields è ancora in grado di fare e di raccontare con la cinepresa, nonostante l’età avanzata. Ma allora la domanda rimane: perché affidarsi a queste sceneggiature vuote? E vuote sarebbero state anche le sale se non ci fosse stato questo cast di forte richiamo; unica attrattiva rimasta per film come questi.

In conclusione, è difficile parlare bene di un film come The Dog Stars, perché oltre che superficiale è pure problematico sotto molti punti di vista. Nel complesso, niente di nuovo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA