Andrea Chimenti annuncia il suo ritorno dal vivo in concomitanza con l’uscita del disco  “Del mio cuore in fondo – Collection vol. 1”, primo capitolo di una raccolta che celebra i suoi 40 anni di carriera. Una serie di concerti in giro per l’Italia, un viaggio nei suoi brani più amati, completamente risuonati e rivestiti di nuove atmosfere, con la partecipazione di artisti come Gianni Maroccolo, Mauro Ermanno Giovanardi, Tori Sparks, Shawn Lee e molti altri.

Realizzato presso Sotto Il Mare Recording Studio di Povegliano Veronese, l’album sarà presentato il 20 febbraio alle Cantine dell’Arena a Verona, prima dell’uscita ufficiale del 6 marzo, stampato in formato CD e VINILE 180 grammi nero, e tre linee colorate uniche: colorato ORO (esclusiva di vrec.it), ARGENTO (esclusiva di audioglobe.it e destinato ai negozi di dischi indipendenti) e ROSSO (esclusiva dei negozi Feltrinelli e IBS).

Con Federico Fiumani dei Diaframma e Piero Pelù dei Litfiba Chimenti è stato uno degli storici frontman della scena new wave fiorentina degli anni ’80 con due album di culto registrati con i suoi Moda, a cui poi sono seguiti dieci album di inediti nel suo percorso da solista alla ricerca di sonorità ricercate e testi di grande spessore. 

Del mio cuore in fondo – Collection vol.1” ripercorre quarantanni di musica. Cosa hai scoperto di te stesso rileggendo oggi queste canzoni?

«Credo che tutti i viaggi a ritroso procurino a volte malinconia, ma anche stupore, lo stupore di leggere il proprio passato con gli occhi di oggi. Nel mio caso ho visto fragilità, sogni, impegno, ma anche tanta determinazione nel portare avanti negli anni quella che è diventata una grossa mole di lavoro fatta di musica e parole. Non è mai stato facile per me voltarmi indietro, non l’ho mai fatto, tanto che raramente ho risuonato dal vivo i miei brani più vecchi. Mi sono sempre sentito proiettato avanti con il bisogno di scrivere nuove cose lasciando scivolare lontano il passato. Tanto è vero che l’idea di riprendere le mie vecchie canzoni è stata di David Bonato della Vrec Music Label e io inizialmente ho storto il naso, ma poi ho capito che poteva essere una buona occasione per tirare le somme di un percorso durato quarant’anni. Il disco l’ho prodotto e arrangiato insieme ad uno straordinario chitarrista veronese: Francesco Cappiotti dei The Last Drop Of Blood.»

Andrea Chimenti (a destra) e Francesco Cappiotti durante un live – Dalla pagina Facebook ufficiale di Andrea Chimenti

Il nuovo brano A Stain in the Moonlight”, con Tori Sparks, sembra dialogare con il presente: cosa ti ispira oggi rispetto agli inizi della tua carriera?

«Forse l’ispirazione non è cambiata molto dai miei esordi. Certo, è cambiato il modo in cui leggo quello che mi circonda, ma alla fine è sempre la mia parte più profonda a restituire quella visione da mettere su carta e nei solchi di un disco. Con il tempo credo di aver acquisito sempre maggiore libertà d’espressione, mi sento sempre più libero dai giudizi di un mercato che vorrebbe tutti incasellati e omologati. Mi piace accompagnarmi ad artisti liberi e Tori Sparks appartiene sicuramente a questa categoria.»

I tuoi testi hanno sempre avuto una forte dimensione poetica e introspettiva… senti che oggi sia più difficile far arrivare questa profondità al pubblico?

«Sì, purtroppo credo che la nostra società sia sempre più distratta e in qualche modo costretta a vivere in superficie. La vita si è complicata e sembra che tutto concorra a nasconderci quello che conta veramente. I valori si sono svuotati in favore di un materialismo estremo. Stiamo perdendo il linguaggio della poesia, delle emozioni profonde, di tutto quello che dava un senso alla nostra esistenza e che la rendeva autentica. Io mi ritengo fortunato ad avere un piccolo pubblico di persone capaci ancora di cercare, ascoltare e di non accontentarsi. Siamo in molti ad essere sempre più consapevoli di essere presi in giro da un sistema che non può durare a lungo. Chissà se prima o poi ci sarà una sorta di risveglio collettivo?»

Viviamo immersi negli smartphone e nei social: come osservi e interpreti la vita quotidiana in questo tempo iperconnesso?

«Quando guardo i giovani mi sento quasi in colpa per aver vissuto un periodo storico migliore, molto più sano, di avere avuto delle possibilità anche solo quella di sognare. La libertà che ho vissuto da ragazzo oggi sarebbe impensabile. Negli anni  abbiamo smantellato tante certezze senza sostituirle con delle nuove consegnando all’ultima generazione un pacco vuoto. Probabilmente siamo stati una generazione troppo vorace. Non demonizzo gli smartphone e i social, ma demonizzo chi ne è a capo sfruttando gli utenti e soprattutto i più giovani. Sarebbe uno strumento utile, ma al momento mi sembra una sorta di buco nero… eppure fuori da quello schermo continua ad esserci la bellezza della vita, ma sembra passare sempre più inosservata. Ci stiamo allontanando dal reale, dai rapporti umani, quelli veri.»

Riesci a proteggere spazi di silenzio e isolamento creativo, o la tecnologia entra inevitabilmente anche nel tuo processo di scrittura?

«Certamente la tecnologia entra anche nel mio spazio di scrittura, è inevitabile. Sta a me gestirla nel modo migliore. Cerco di creare degli argini dove custodire al suo interno dei momenti di silenzio, di raccoglimento. Mi salva la lettura, l’ascolto della musica, le passeggiate, lo scrivere, insomma tutte quelle piccole cose alla portata di tutti, in grado di riallinearci con noi stessi. Non voglio essere una continua pattumiera pronta ad accogliere tutte le porcherie che ci gettano addosso, vorrei continuare a pensare con la mia testa, avere il controllo della mia vita.»

Immagine tratta dalla pagina Facebook ufficiale di Andrea Chimenti

Da dove nasce oggi una tua canzone? 

«In fondo ad una canzone c’è sempre una sofferenza, una ferita. Io credo che sia così per molti che fanno il mio mestiere, ma non solo in ambito musicale, si potrebbe allargare il discorso all’arte in genere. Mia moglie Sara dice sempre che in un’opera d’arte vuole cogliere un urlo, altrimenti vale poco. Lo penso anch’io. Le ferite sono inevitabili, sono quel prezzo da pagare per chi decide di vivere davvero. La sofferenza può essere feconda se non ci distrugge e l’arte l’ha sempre trasformata in bellezza.»

Pensi che la musica possa ancora invitare allascolto lento e alla riflessione, in unepoca dominata dalla velocità?

«La musica può essere un rifugio e un buon modo per ridimensionare questa vita che va a mille all’ora. La vita corre in superficie, ma nel nostro profondo tutto si muove più lentamente, tutto acquista un peso e un significato, la nostra anima è laggiù che aspetta di essere scovata. La musica e l’arte in genere sono il nostro scafandro per raggiungere le profondità del nostro animo.»

Se dovessi racchiudere il senso di questo nuovo album in una parola o in unimmagine, quale sceglieresti?

«Bere da un limpido corso d’acqua e rubare per una volta un sorso a quel tempo che non ha sosta e scorre tra sassi, pianure e montagne prima di arrivare al mare, per sempre.» 

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