Negli articoli precedenti abbiamo raccontato le radici dell’hip hop, che nasce nei grandi caseggiati popolari del Bronx, si alimenta del disagio sociale, vive e muore sui marciapiedi di tutti gli Stati Uniti, raccogliendo per strada piccoli pezzi di cultura, di connotazione geografica e antropologica.

A un certo punto il movimento esplode a livello mondiale, grazie ai tour di alcuni suoi esponenti, in una macchia di sub-cultura sempre più grande, fino a coprire quasi l’intero globo. Ci vuole un po’ di tempo ma anche la sonnolenta, canzonettara Italia viene contagiata dalla novità. L’inizio si potrebbe ricondurre alla seconda metà degli anni Ottanta, ai concerti epici di Afrika Bambaataa e a film che in qualche modo incorporano il movimento: tra tutti, Beat Street, di Stan Lathan (1984) o i numerosi prodotti di Spike Lee, con altrettanto epiche colonne sonore.

Stiamo tutti bene

In Italia l’hip hop incontra un tessuto sociale diverso da quello alle sue origini. I ragazzi qui vivono vite serene nel benessere, appena disturbati dalla Guerra Fredda o dal proliferare delle droghe. Il Belpaese è tra i più industrializzati al mondo, addirittura al quinto posto della graduatoria; si respira aria di iniziativa privata, di fiducia. Sono gli anni delle tv commerciali, delle privatizzazioni indiscriminate, della musica semplice e a portata di tutti, trasmessa da radio sempre più evolute. L’hip hop attecchisce forse legandosi al disagio del troppo, alla noia del benessere ma anche alle battaglie sociali, alle prime evidenti discriminazioni tra ricchi e gente normale.

I pionieri si riuniscono in luoghi divenuti simbolo della storia italiana del rap, principalmente nelle grandi città: ci sono il Teatro Regio a Torino, il Muretto in Corsia dei Servi a Milano e Galleria Colonna a Roma. Qui si riuniscono i primi ballerini di breakdance e i graffitari, con gli immancabili deejay e MC, per gare di bravura che attirano presto partecipanti anche dal resto d’Italia.

A complicare le cose c’è il problema della lingua, morbida e modulata, così diversa dall’inglese e le sue infinite possibilità di rima. Qui da noi, i verbi sono tutti uguali e tante parole hanno noiose desinenze, tipo -mente o -ione rovinano la sorpresa della barra di chiusura. Anche la metrica è da reinventare, ci sono accenti tonici che, maledetti, si infilano dappertutto. Un vero casino.

I primi saranno i primi

Una spinta nella buona direzione si deve al programma pomeridiano Deejay Television che trasmette tanta new wave inglese, ma anche generi più ostici ai timpani italici e gente come Public Enemy, Beastie Boys o Run-DMC.

Serve però entrare negli anni Novanta per veder pubblicati i primi lavori hip hop in italiano. È una musica che trova terreno fertile nei centri occupati, come la Lion Horse Posse del Leoncavallo a Milano o anche il Kantiere a Bologna

Facciamo i nomi

Si formano ovunque collettivi di ragazzi dediti alle Quattro Arti sacre all’hip hop: sono le famose posse, dette anche crew o gang, che costellano la penisola da nord a sud. Tra loro, i Colle der Fomento, gruppo formato a Roma dai rapper Danno, Piotta e Masito Fresco, con DJ Baro, che nel 1994 spaccano la scena musicale italiana con la hit Sopra il colle.

Il rapper Danno, voce dei Colle der Formento, foto di Paolo Bellesia, Creative Commons.

Dalla “Isola Posse” bolognese provengono invece i Sangue Misto, gruppo formati da Gruff che gioca con le voci di Neffa, Deda, Kaos e molti altri. Nel 1994 pubblicano un album fondamentale per la old school italiana: SxM, che introduce sonorità differenti dal semplice beat. Cambia anche la scrittura, con testi e rime meno scontati e l’inserimento di parole nuove.

Altri nomi noti della vecchia scuola ricomprendono Sottotono, Articolo 31 e Frankie Hi Nrg Mc, che nel 1997 esce con la meravigliosa denuncia sociale Quelli che benpensano. In quegli anni muove i primi passi un giovane Fabri Fibra, mentre Neffa si mette in proprio e pubblica Aspettando il sole, con Giuliano Palma, e porta il rap a livello pop. Era accaduto anche negli Usa, se ricordate.

Declino e rinascita

Esattamente come accaduto oltreoceano qualche tempo prima, il nuovo millennio vede in Italia un forte calo di interesse e vendite per la discografia hip hop, nonché la chiusura di diverse etichette indipendenti. Dell’amore incondizionato per Eminem già si è scritto nel pezzo precedente. Pare quindi naturale che l’autrice sia incline a ritenere il film 8 Mile una delle spinte verso la rinascita del genere. Torna la voglia di freestyle battles, nascono forum online, blog e chat dove si parla sempre e solo di rap, dove si organizzano le battaglie a suon di barre, come quelle del film.

Fabri Fibra nello scatto di Samuele Ghilardi, Flickr, CC BY-NC-ND 2.0

Le “battle” più famose vengono organizzate nelle terre d’origine del rap italiano. A Milano l’appuntamento settimanale si chiama Showoff, su idea di Bassi Maestro e Rido, e attira ragazzi di tutto il Paese. A Torino nasce invece Tecniche Perfette, un torneo nazionale che produce il meglio della scena degli anni successivi.

Verona caput mundi

Sembra incredibile pensando al sonnolento veronese medio, eppure è proprio qui che uno storico negozio di dischi, Vibrarecords, nel 2003 diventa etichetta discografica indipendente e produce dischi memorabili, per Mondo Marcio, Club Dogo e Fabri Fibra, tra gli altri. Si riparte alla grande e le major sono pronte a intercettare il ritorno del fenomeno in chiave pop.

E così le crew più acclamate si “sistemano” con Emi, Warner o Unversal che sia, pubblicano dischi che arrivano velocemente all’oro e al platino. Quando il rapper statunitense Jay-Z, invitato da MTV per un concerto gratuito a Milano, utilizza il beat di Applausi per Fibra, non è solo un omaggio al giovane di Senigallia, bensì alla crescita e maturazione del movimento in Italia.

Continente che vai, contenuti che trovi

L’accoglienza del grande pubblico è polarizzata tra chi considera il rap diseducativo, per i contenuti volgari che mal si conciliano con quelli che benpensano, e chi lo sostiene come elemento di aggregazione giovanile con un significato più profondo delle parolacce di cui sono condite le canzoni. Tutto come in America, insomma. Ma con uno sviluppo tutto italiano.

Il rapper Marracash, foto di Ale, Flickr CC BY-NC-ND 2.0

Alla fine della prima decade del nuovo millennio comincia a emergere la versione italiana di conscious rap che, in assenza o boicottaggio di argomenti politici o sociali noiosi, pesca dal patrimonio culturale. Si dimostra che il rap può avere una valenza anche poetica, distaccandosi dalla concezione popolare di rapper ignorante e scurrile per attraversare letteratura, poesia e perfino la filosofia.

Pensiamo ad esempi come Chiedi alla Polvere di Marracash, ispirato al genio di John Fante, o anche al lavoro di Murubutu, docente di filosofia e storia a Reggio Emilia che inserisce nei suoi testi citazioni e riferimenti alle sue passioni. Non è solo: tra gli altri troviamo Rancore, un ex ragazzino con l’aria mesta che approda a Sanremo. Vince per due anni consecutivi il premio al miglior testo, con Argentovivo in coppia con Daniele Silvestri e da solo con Eden. O Anastasio che rielabora canzoni note e inserisce le sue barre di cattiveria, vincendo X Factor 2018. Testi enigmatici, da interpretare e ripensare, non sempre immediatamente fruibili.

Immaginate ora un soggiorno qualsiasi, caldo e invaso dalla musica a palla, col divano che vibra sotto i colpi del subwoofer. Ci sono quattro ventenni normali, facce coi brufoli e capelli spettinati. Giocano a chi ne rionosce di più, tra poemi epici, déi grechi (sic), romanzi famosi e personaggi storici. E immaginate che a vincere sia spesso la mamma di uno di loro, eh signora mia son soddisfazioni!

Rap futuristico (cit)

Come già visto negli States, chi fa i soldi investe in vere e proprie “scuole di rap” e produce gli emergenti con proprie etichette. Apripista è Guè Pequeno che fonda Tanta Roba, da cui prenderanno il volo personaggi come Fedez, Salmo, MadMan e molti altri. Salmo si smarca in fretta per fondare la propria Machete Crew in terra di Sardegna, che raggruppa i rapper dell’isola e diventa una sorta di Factory alla Andy Warhol, dove si seguono, inseguono e anticipano diverse forme artistiche.

Rocco Hunt nel 2014 vince Sanremo Giovani con Nu juorno buono.

Storia simile per Fibra con la sua Tempi Duri e i dischi di Entics, Clementino e Moreno, responsabile di aver traghettato il rap alla tv generalista. Già vincitore di Tecniche Perfette 2012, Moreno è il primo rapper a vincere il programma Amici di Maria de Filippi. È l’inizio della fine, pensano i nostalgici old school. In realtà, è l’inizio di un grande successo economico e di pubblico. Nel 2014 un rapper, Rocco Hunt, vince addirittura Sanremo Giovani, anche se con un brano melodico.

Il rap è in trappola

La trasformazione è in atto, non si può fermare. Arriva una cosa che piace a tantissime persone, a tutte le latitudini: la trap. Sfera Ebbasta, Charlie Charles, Ghali sono ragazzi che fanno palate di soldi onesti parlottando nell’autotune. Battono record dopo record, complice l’espansione dello streaming. E i soldi, si sa, hanno sempre ragione.

Quindi una ragione dovranno farsela anche tutti coloro che vorrebbero tornare ai suoni crudi, alla rabbia e alle hit stupidine che non escono dalla testa. In fondo, la cultura hip hop è prima di tutto divertimento e se una musica ti diverte non è mai sbagliata.

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