Nel panorama della musica indipendente veronese, i Kallaste rappresentano una storia di costanza più che di rincorsa al successo. Nati nel 2009 dall’incontro di musicisti provenienti da esperienze diverse, hanno costruito negli anni un’identità riconoscibile, fondata su un rock capace di coniugare energia e introspezione, senza rinunciare alla centralità dei testi.

La vittoria al Tregnago Rock Contest nel 2017 ha segnato una svolta decisiva, aprendo la strada alla pubblicazione del primo album di inediti, Terapia d’Arte, seguito nel 2022 dall’EP Passi. Parallelamente, la band ha continuato a coltivare un’intensa attività dal vivo, convinta che il palco rimanga il luogo naturale in cui le proprie canzoni prendono davvero vita.

Oggi la formazione è composta da Umberto Piubello (voce, basso e tastiere), Federico Branco e Andrea Turati alle chitarre e Alberto Magaraggia alla batteria, dopo il percorso condiviso negli ultimi anni anche con Andrea Aimi. Ne parliamo con il frontman della band, Umberto Piubello.

Sono passati quasi dieci anni dalla vittoria del Tregnago Rock Contest. Che bilancio fate oggi del percorso dei Kallaste e quali sono stati i momenti più significativi di questa avventura?

«La nostra vittoria al Tregnago Rock Contest è datata 2017, per cui di cose ne sono successe parecchie da allora. Credo che, su tutte, la lavorazione e l’uscita del nostro cd “Terapia d’Arte” del 2018 e del nostro ep “Passi” del 2022 siano stati due dei momenti più importanti per una band che, come noi, punta a farsi conoscere con i propri brani. Essere riusciti, nel contempo, a portare avanti con una certa continuità la nostra attività live è stata un altro aspetto senza dubbio fondamentale per continuare ad alimentare la nostra passione. Tutto questo ben sapendo che gli spazi per la musica inedita (e per la musica live in generale), per vari motivi, si sono decisamente ridotti in questi ultimi dieci anni.»

La vostra musica ha sempre cercato di unire energia rock e contenuti che invitano alla riflessione. Quanto è importante per voi trasmettere un messaggio attraverso le canzoni?

«Credo che questo sia uno degli aspetti davvero centrali della nostra proposta musicale. Penso che sia sempre pesata molto la nostra naturale propensione personale all’introspezione (forse per certi versi anche esagerata), unita al fatto che ci piace l’idea di essere credibili quando siamo sul palco, sia per come suoniamo che per quello che esprimiamo con i nostri testi. Chiaramente, siamo consapevoli che la nostra piccola voce non cambierà il mondo, però aver raccolto in questi anni diversi attestati di apprezzamento da parte di chi si è preso il tempo di ascoltare i nostri pezzi, anche e soprattutto per i messaggi in essi contenuti, ci ha dato grande soddisfazione.»

In un’epoca dominata dall’ascolto veloce e dai social, c’è ancora spazio per una musica che chiede attenzione e approfondimento?

«Questo è un altro tema, a mio avviso, enorme. Se dovesse risponderti la mia parte tendenzialmente più “crepuscolare”, ti direi di no. Nel senso che ho l’impressione che l’avvento dell’era dei social media e di queste tecnologie che hanno tra i loro obiettivi quello di moltiplicare i nostri risultati, in tutti i campi, con una velocità e con un presunto investimento contenuto in termini di energia, credo che in realtà stia nascondendo un altro aspetto che sta già avendo un impatto a mio parere pesantissimo sia sulle nostre generazioni che su quelle più giovani: l’incapacità di “stare” sulle cose, sui progetti, sugli impegni e anche, in questo caso, sulla musica. Da quanto tempo non ci capita di prenderci il tempo per ascoltarci un album nella sua interezza, dalla prima all’ultima traccia, cercando di coglierne il più possibile le sfumature, le scelte stilistiche, l’anima più profonda? E io mi sento, purtroppo, pienamente inserito in questa logica perché è sempre più difficile anche per me fare questo. D’altro canto, credo però che soprattutto la nostra generazione stia via via acquisendo una consapevolezza sempre più netta al riguardo delle ricadute negative che questo approccio sta avendo sulla qualità della nostra vita e del nostro tempo: per cui (e ora ti sta rispondendo la mia parte più costruttiva), ho l’impressione che in un futuro non molto lontano si moltiplicheranno le proposte (che peraltro già ci sono) che proveranno a riportare in auge un ascolto più approfondito, più ricco. Ovviamente i tempi sono quelli che sono, ma penso e spero che il futuro sarà sempre più caratterizzato da ascolti di qualità più che di quantità.»

Nel vostro sound convivono diverse influenze, dai Muse al brit pop, ma con una forte identità italiana. Come si è evoluto il vostro linguaggio musicale negli anni?

«Uno degli aspetti che ci ha più caratterizzati come band è stato quello di condividere solo parzialmente i nostri ascolti musicali. Ci sono delle band e dei generi che ci accomunano (e sicuramente il pop-rock, volendo stare sul generico, è tra questi), però ciascuno di noi ha poi portato nella band anche altre influenze che ci hanno fatto sicuramente bene, soprattutto in termini di sonorità. Se dovessi descrivere in poche parole l’evoluzione che abbiamo cercato di dare al nostro linguaggio musicale, credo che una delle piccole conquiste che abbiamo conseguito, anche grazie alla nostra scelta di collaborare con musicisti di valore che ci hanno aiutato in questo, sia stata la capacità di non essere costantemente portati ad aggiungere elementi e arrangiamenti ai nostri pezzi, ma di puntare di più all’essenzialità.»

Foto di Cristina Checchetto dal Pioncarock 2026

Guardando oggi a “Terapia d’Arte”, il vostro primo disco, cosa vi rappresenta ancora e cosa invece sentite di aver superato?

«Ci sentiamo ancora legatissimi a “Terapia d’Arte”, che è anch’esso un progetto nato a seguito della vittoria al Tregnago Rock Contest. Pur avendo tutti noi, in precedenza, vissuto piccoli progetti di registrazione, quella di “Terapia d’Arte” è stata la prima vera nostra esperienza in studio come band. Di quei mesi, ricordiamo sicuramente tutte le energie profuse nel dare forma e credibilità alle canzoni che avevamo selezionato, con il supporto di una produzione che ha saputo dare al progetto musicale un sound credibile e di impatto. Ovviamente ci sono stati e ci sono alcuni aspetti che forse ora gestiremmo in modo diverso, soprattutto per quanto riguarda la pre-produzione. Però, se devo essere sincero, uno degli aspetti che più mi rendono felice ripensando a quel lavoro del lontano 2018 è che ciò che abbiamo registrato ci “suona” ancora molto credibile, sia a livello di arrangiamento che di testi. E lo stesso penso dell’esperienza fatta in seguito nella lavorazione del nostro ep “Passi” del 2022. Nel tempo abbiamo sicuramente maturato esperienze di vita e consapevolezze diverse, però credo che poter dire a nome di tutti i ragazzi della band che ci riconosciamo ancora totalmente nei nostri lavori in studio.»

Dopo tanti concerti, che valore continua ad avere la dimensione live per una band come la vostra?

«Io ho creduto fin dall’inizio che noi siamo una band più da concerto che da studio. Sia come approccio ai nostri rispettivi strumenti, molto viscerale e intenso (anche se non sempre, forse, riusciamo a trasmettere sul palco tutto quello che noi viviamo interiormente), sia per la nostra necessità di darci periodicamente nuovi obiettivi che ci spingessero a lavorare su nuovi brani e su un progetto di live credibile. Devo ammettere anche che non siamo mai stati una band particolarmente prolifica dal punto di vista della produzione di inediti: abbiamo la necessità di sentirci molto convinti dei brani che vogliamo proporre prima di fare la scelta di registrarli. Per cui, anche da questo punto di vista, avere una continuità live per noi è davvero importante per testare i nuovi pezzi e capirne gli effetti, sia in noi che in chi si ritrova ad ascoltarli.»

Tu e il batterista Alberto avete partecipato al progetto musicale Rockin’1000. Che esperienza è stata e quali emozioni vi ha lasciato condividere il palco con centinaia di musicisti?

«Alberto ed io abbiamo iniziato il nostro percorso all’interno del progetto Rockin’1000 nel 2016, un’esperienza che poi abbiamo ripetuto in altre occasioni con diversi amici tra cui Federico, che con me e Alberto ha dato vita ai Kallaste nel lontano 2009. Rockin’1000 è un’esperienza a cui siamo molto legati, sia perché ci ha dato l’occasione di suonare in luoghi e contesti nei quali evidentemente non ci sarebbe mai stato possibile esibirci altrimenti, sia perché crediamo che, prima di tutto, sia un’esperienza intensa e ricca di comunità, un luogo in cui più di 1000 musiciste e musicisti, da tutte le parti del mondo, si ritrovano a condividere la loro passione sfrenata per la musica e lo fanno insieme. In certi momenti, mi sono trovato a pensare che se ogni essere umano riuscisse a sentirsi parte di un gruppo, di un ambiente in cui possa esprimere appieno tutta la sua vitalità positiva e, perché no, anche commuoversi di fronte all’energia che si può sprigionare dall’interazione con gli altri, forse questo mondo potrebbe essere davvero un posto migliore.»

Come accade per quasi tutte le band, anche la vostra formazione è stata oggetto di alcuni cambiamenti nel corso del tempo. Come possono influire queste situazioni nello sviluppo di un progetto musicale?

«Indubbiamente, quando si deve fare i conti con cambi di formazione, un po’ di confusione e di turbamenti ci possono essere. Da circa 10 anni, per fortuna, il nostro nucleo di band è rimasto abbastanza stabile e credo che ciò sia dovuto anche al fatto che, al netto di ogni retorica, noi ci sentiamo affini sia a livello di gusti musicali che dal punto di vista caratteriale: credo che di poter dire, senza timore di smentite da parte degli altri membri del gruppo, che il nostro è un legame di amicizia che poi si esprime anche e soprattutto tramite la musica, ma resta prima di tutto un legame di amicizia.  Tuttavia, gli impegni che la vita ci pone davanti, soprattutto in alcune fasi, rendono obbligatorie alcune scelte e queste possono riguardare anche passioni molto forti che lo è la musica per noi. La cosa che mi rende felice è che, nei cambiamenti che ci sono stati negli ultimi 10 anni e, in particolare, con l’ingresso nella formazione di Andrea che ha sostituito Alberto alla batteria per circa 2 anni, di fondo siamo sempre stati capaci di gestire queste fasi con maturità e con rispetto reciproco, consapevoli che alla base di tutto dev’esserci la serenità e disponibilità personale.»

Come vedete oggi la scena rock italiana e quali sono le maggiori difficoltà, ma anche le opportunità, per una band indipendente?

«Personalmente, credo che la scena rock italiana stia vivendo un periodo un po’ particolare. Se si parla di nuove produzioni che abbiano velleità mainstream, una delle cose che mi pesano di più è la pressoché totale assenza in primo piano delle chitarre elettriche nei brani che finiscono in rotazione nelle radio. Credo che il mercato sia, ad oggi, molto più alla ricerca di brani pop di facile consumo, attentissimi al minutaggio, ad una produzione che sia orecchiabile e che possa avere un buon riscontro di ascolti in streaming. Ciò detto, una band indipendente che voglia emergere, oggi come oggi, penso che si debba forzatamente convincere del fatto che, purtroppo, fare solo musica non basta più: occorre essere anche videomaker, social media manager, commerciali di sé stessi, capaci di fiutare le occasioni più utili per farsi conoscere o, comunque, affidarsi a professionisti che sappiano supportare il proprio progetto. Rimangono ancora attivi diversi contest musicali, a cui noi peraltro ogni tanto partecipiamo, che crediamo possano essere occasioni utili per farsi conoscere e per conoscere, allo stesso tempo, altre band con le quali collaborare.»

Quali sono i prossimi obiettivi dei Kallaste? State lavorando a nuova musica o a nuovi progetti per il futuro?

«Stiamo lavorando su alcuni nuovi brani che confidiamo di poter registrare tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Devo ammettere che siamo piuttosto entusiasti per quello che sta uscendo e questo forse è un segno che ci porta a dire che ne avevamo bisogno. Il nostro obiettivo è quello di poter trovare buone occasioni per proporre live i nostri brani nell’autunno-inverno di quest’anno, per poi rilanciarci nel 2027 con una stagione di concerti che speriamo sia più ricca rispetto a quella vissuta quest’anno.»

Foto di Martin Fabani dal Truci Rock Festival del 2024

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