I Giochi olimpici si basano su tante regole, atte a garantire una competizione equa e rispettosa. Peccato che non sempre l’applicazione di queste regole sia coerente con lo spirito olimpico.

Bandiere proibite

Una foto in apparenza normale: sugli spalti dell’Assago Forum, un’allegra compagnia di donne srotola una bandiera russa. Le rappresentanti del Paese del dittatore Vladimir Putin sorridono, felici e rilassate. Si sono messe in posa per pochi istanti, il loro gesto in apparenza privato e subitaneo è stato ripreso e amplificato dalle agenzie di Stato russe. Secondo le regole del Comitato Olimpico, le bandiere dei Paesi che non partecipano alle Olimpiadi non possono essere esposte. Ma quando mai ai russi è importato qualcosa delle regole?

Le allegre donnine hanno fatto ciò che volevano e hanno continuato a godersi i Giochi. I responsabili del Comitato Olimpico hanno chiuso un occhio: erano indaffarati altrove. Dovevano seguire la piccola squadra di atleti ucraini, che si sono allenati in condizioni di costante pericolo ma sono riusciti a superare tutto e a partecipare a Milano-Cortina. In pochi giorni sono stati ammoniti ben tre atleti ucraini: lo stesso numero di bambini ucraini uccisi dai russi soltanto nei primi giorni delle Olimpiadi.

Scritte simboliche

A scatenare tanta pignoleria sono state le scritte sui caschi.

Kateryna Kotsar, sciatrice freestyle, aveva scritto sul casco un semplice messaggio chiaro e apolitico: “Be brave like Ukrainians” – “Sii coraggioso come gli ucraini”. È un tipico slogan motivazionale, che non dovrebbe suscitare l’attenzione degli organizzatori. Eppure, il 10 febbraio Kotsar è stata ammonita e ha accettato di cambiare il casco. Viene da chiedersi: da quando il coraggio, nel contesto sportivo, è qualcosa di deprecabile o politicamente marcato? Sarebbe successo, se uno svizzero avesse scritto “Sii puntuale come uno svizzero”?

La poesia del coraggio

Il giorno dopo è stata censurata una poesia sul casco di Oleh Handei, pattinatore di short track. Lui aveva scelto un verso di Lina Kostenko, la voce poetica più autorevole dell’Ucraina contemporanea. Nonostante il mantra secondo cui “l’arte è lontana dalla politica”, una riga scritta in ucraino sul casco di Handei è bastata per attirare l’attenzione degli zelanti controllori. Handei ha accettato l’imposizione degli organizzatori e ha nascosto il messaggio sul casco per poter gareggiare.

Cosa c’era di così sovversivo? La scritta recitav,a in ucraino: “Dove c’è l’eroismo, non esiste la sconfitta finale.” Parole che incoraggiano a gareggiare, che danno speranza, che ricordano che con l’impegno puoi farcela. Se fossero scritte sul casco di un atleta di qualsiasi altra nazionalità, passerebbero inosservate: competere senza lasciarsi scoraggiare è il senso stesso dei Giochi Olimpici. Ma se è un ucraino a scegliere questo motto, diventa subito sospetto.

Rinunciare o resistere?

Di fronte a pressioni del genere c’è anche chi sceglie di rinunciare al sogno della vittoria nel nome della dignità. A Milano abbiamo già visto nel 2024 il memorabile gesto di Olga Kharlan, squalificata per una mancata stretta di mano dopo un incontro di scherma in cui era vincitrice. Invece il 10 febbraio la squalifica è toccata a Vladyslav Heraskevych, skeletonista e portabandiera della squadra ucraina, reo di voler indossare il suo “casco della memoria”, personalizzato con i volti degli atleti ucraini uccisi in guerra. Campioni o giovani promesse, sono accomunati dal fatto che non potranno più né vincere né perdere: i russi li hanno uccisi.

I responsabili del CIO hanno cercato di costringerlo a rinunciare, a cambiare casco per poter prendere parte alle prove previste per il 12 febbraio. Hanno detto che c’erano tante guerre in corso per cui non era tanto importante parlare di questa.

Hanno proposto un compromesso: una fascia nera sul braccio. Heraskevych ha risposto che non ne avrebbero le scorte sufficienti per commemorare ognuno degli oltre 650 sportivi ucraini caduti. Sono stati uccisi sul fronte o a casa propria, e fra loro c’erano anche tante giovani promesse, spesso morti insieme ai propri genitori.

Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico, ha proposto di non usare il casco durante la discesa, ma di tenerlo in mano prima e dopo la gara. Heraskevych era determinato a non transigere: le sagome sul suo casco non sono propaganda né religiosa né politica, bensì etica. Chiedere di nascondere i loro volti è un tentativo di cancellare dal campo visivo i risultati del suo impatto sulla comunità sportiva ucraina.

Stranamente, non c’era la stessa severità nei confronti di Roland Fischnaller. L’atleta italiano ha decorato il suo casco con diverse bandiere, inclusa quella russa. Non lo hanno ammonito, anche se si tratta di una violazione delle regole olimpiche sull’esposizione delle bandiere.

Linguaggi diversi

Per gli altri atleti ucraini era impossibile ignorare l’accaduto. Hanno cercato di portare avanti il messaggio e il ricordo, ciascuno in coerenza con la propria specialità.

Il pattinatore Kyrylo Marsak è di Kherson. La sua città si trova da anni nel mirino dei droni russi a caccia dei civili. Nell’aprile del 2025, un attacco russo ha distrutto la pista di pattinaggio su ghiaccio dove Marsak si allenava da bambino. Per ricordare il padre, che ora è nell’esercito, il pattinatore ha scelto il brano “Fall on Me”, cantato da Andrea e Matteo Bocelli, padre e figlio.

Un altro dei modi di parlare di ciò che conta è espresso da una piccola scritta sul palmo del guanto di Olena Smaga, che ha un fratello sul fronte. Dopo la discesa sullo slittino monoposto, Olena ha mostrato la scritta “La memoria non è una violazione”. Questa semplice affermazione non poteva essere vietata, anzi: il suo gesto è diventato virale. Altri atleti, difensori, ucriani della diaspora, minatori e operai che riparano le stazioni elettriche: in molti si sono fotografati con una nota sul palmo, per affermare l’idea che commemorare le vittime è un diritto, vietarlo è un crimine.

Un soccorritore ucraino che scrive sul casco i nomi dei propri colleghi uccisi e tiene in mano una nota.

Reazioni e risultati

Il 12 febbraio 2026, a pochi minuti dall’inizio della gara sognata da una vita, IBSF ha notificato la squalifica di Heraskevych. A condividere l’indignazione, accanto al figlio c’era Mykhailo Heraskevych, allenatore, costernato per la rigidità del CIO che ha dichiarato: “Il CIO ha squalificato non Vladyslav, ma l’Ucraina. … è la squalifica della democrazia nel nome degli interessi privati, dovuti alla forte pressione da parte degli sponsor russi“.

Questi casi hanno suscitato indignazione anche fra le istituzioni. Il Comitato Olimpico ucraino ha fatto un appello officiale per togliere la squalifica, sostenuto e rafforzato da una mozione del Parlamento ucraino, seguito anche dal Parlamento della Lettonia.

Ha espresso il suo sdegno anche il presidente del Congresso mondiale degli ucraini, Pavlo Grod: “Onorare gli atleti assassinati è un obbligo morale. La decisione del CIO invia un messaggio devastante: la memoria di coloro che sono stati uccisi dalla guerra russa è meno importante dell’evitare il disagio dell’aggressore.”

Mykhailo Heraskevych dopo l'annuncio della squalifica del suo figlio. REUTERS/Jennifer Lorenzini

Fra i politici italiani, quello che ha difeso a spada tratta il diritto degli ucraini di commemorare è Filippo Sensi, senatore del PD. Nel suo brillante intervento del 12 febbraio ha fatto ciò che è stato vietato a Heraskevych: ha elencato alcuni dei nomi degli sportivi uccisi, puntando il dito anche sull’incoerenza fra gli ideali del CIO e le loro azioni: “Onore a lui. Pensate a uno sportivo che si allena per quattro anni e più, in quelle condizioni, per arrivare alle Olimpiadi e poi viene squalificato – non per doping, ma perché porta con sé i volti degli atleti come lui, quelli che dovevano essere lì, potevano essere lì. Heraskevych voleva portare i nomi e i volti di alcuni degli oltre 650 atleti uccisi. Li voleva con sé, come memoria, per dargli forza, per farli correre e gareggiare con lui, come avrebbero meritato.”

La sera dello stesso giorno, presso il Consolato Generale d’Ucraina a Milano, Heraskevych si è rivolto ai giornalisti, in presenza del Ministro della Gioventù e dello Sport dell’Ucraina Matvii Bidnyi e del Presidente del Comitato Olimpico Nazionale dell’Ucraina Vadym Huttsait, che hanno sostenuto la scelta dell’atleta. Farò un appello: riuscirò a far valere le proprie ragioni?

Neutralità o sbilanciamento?

Le Olimpiadi dichiarano di non voler essere un’arena politica: su questo siamo tutti d’accordo. Ma quanta neutralità c’è nel controllare in modo particolare gli ucraini, lasciando poi ad altri esporre impunemente le bandiere russe? Quanto è pacifica la scelta di permettere di gareggiare ai 14 cittadini russi che non hanno mai disconosciuto pubblicamente i crimini commessi dall’esercito del loro Paese?

È normale mettere sui caschi immagini portafortuna, disegni artistici, riferimenti culturali, citazioni motivazionali, frasi personali: ed è ciò che hanno fatto gli sportivi ucraini.
Non è normale squalificare gli ucraini perché fanno accenno ai fatti reali e alla sofferenza del proprio popolo, considerare come politici gli atti di natura etica unviersale.

Avere due pesi e due misure nell’applicazione delle regole si chiama “discriminazione”, ed è davvero imperdonabile, se a perpetrarla sono coloro che dovrebbero perseguire l’ideale di pace nel mondo e della fratellanza sportiva.

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