C’è un momento, nei concerti di Patrizia Laquidara, in cui la musica smette di essere solo suono e diventa racconto. Succede anche al Revolution di Colceresa, nel vicentino, dove la cantautrice ha portato in scena grazie all’associazione Uglydogs il suo nuovo disco Flòrula, dopo il debutto ufficiale dell’album in cd e vinile avvenuto la sera prima, il 6 febbraio, a Ferrara.

Una tappa di un percorso che non è soltanto musicale, ma profondamente esistenziale: un viaggio continuo tra Nord e Sud, tra radici e migrazioni interiori, tra memoria e trasformazione. Ma anche tra elettronica e acustica.

Un concerto come attraversamento

Ascoltare Patrizia Laquidara dal vivo significa entrare in un mondo fatto di istantanee, di immagini che si sovrappongono, di strumenti che dialogano tra loro in modo quasi organico. Folk, canzone d’autore, suggestioni elettroniche, improvvise intimità: tutto convive in un equilibrio etereo tanto pragmatico.

La sua voce, potente e flessibile, non canta soltanto: racconta, confida, interroga la bambina che ognuna ha al suo fianco. Ogni brano diventa una tappa di un percorso che si muove costantemente tra geografie reali e simboliche, tra luoghi fisici e paesaggi interiori. Si passa dal blu del mar Mediterraneo alle campagne e capannoni del profondo nord-est, ben raccontate da Le città di pianura di Sossai.

Ad aprire la serata è stata Chiara Patronella, capace di preparare il terreno emotivo a Laquidara.

Da Malo a Catania sull’autostrada verso sud

Nel racconto musicale di Laquidara riaffiorano spesso l’infanzia, il viaggio, il movimento. Le immagini della famiglia nella 127 gialla, dei lunghi tragitti con le ginocchia strette nell’abitacolo, della bambina che canta per ingannare il tempo, diventano metafora di un’esistenza in transito.

Da una parte il Sud, la Sicilia, il cielo e il mare blu, il richiamo delle origini. Dall’altra il Nord Est che l’ha adottata, quello della Malo di Meneghello, dei carnevali con i carri, dei sorrisi di cartapesta, di un futuro “di traverso”.

È una tensione fertile, mai risolta, che attraversa i testi, come in Nordststereofonico, tratto dall’album Cè qui qualcosa che ti riguarda del 2018:

Tutto è così tanto di traverso,

dentro a questo Nordststereofonico.

Flòrula

Una geografia emotiva complessa, che si riflette in Flòrula, album che non cerca facili sintesi. Prodotto insieme a Edoardo Piccolo, dialoga idealmente con l’universo narrativo del romanzo Ti ho vista ieri, pubblicato da Neri Pozza. I personaggi, le atmosfere, le fragilità diventano materia sonora, si trasformano in canzoni che sembrano piccoli racconti in musica. Come l’incontro con Anna, Anna la ciaccaligna, quella donna che ognuno ha incontrato, o dovrebbe incontrare, per imparare a stare al mondo.

Le parole di Laquidara per raccontare la sua nuova opera partono dal nome dell’album:

Flòrula è un termine che proviene dal lessico botanico e indica l’insieme delle specie vegetali che abitano un territorio. Per me è diventato metafora di un ecosistema umano ed emotivo fatto di presenze minute e resistenti: genealogie, voci femminili, relazioni e comunità che convivono e si trasformano. In Flòrula ciascun brano è una presenza viva, una particella che contribuisce a costruire un paesaggio condiviso più che un racconto individuale. Ecco perché ogni canzone di questo album è per me un frammento necessario. Niente è ornamentale, tutto è vivo.

Sul palco, questi brani prendono vita con naturalezza: non vengono semplicemente “eseguiti”, ma abitati. La dimensione teatrale, frutto anche della lunga esperienza di Laquidara tra palcoscenico, letteratura e drammaturgia, emerge con forza, con l’uso delle parole e dei dialetti.

Alla fine, resta la sensazione di aver partecipato non solo a un concerto, ma a un viaggio condiviso. Verso Sud, certo. Ma soprattutto verso un luogo interiore in cui musica, parola e memoria trovano finalmente casa.

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