Un road movie nell’anima ferita del Veneto
Con "Le città di pianura" Francesco Sossai propone un film ironico che però permette una riflessione sul degrado sociale e non solo che sta attraversando la nostra regione.

Con "Le città di pianura" Francesco Sossai propone un film ironico che però permette una riflessione sul degrado sociale e non solo che sta attraversando la nostra regione.

Il regista Francesco Sossai, classe 1989, giunge nelle sale con il suo secondo lungometraggio dal titolo Le città di pianura che è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard. La pellicola è uscita nel mese di ottobre e sicuramente sarà a breve nella varie piattaforme di streaming, ma è ancora possibile trovarlo in sala nel Veneto, dopo oltre due mesi dal suo lancio in Triveneto, e quasi due dal lancio nazionale, complice un passaparola che certamente ha contribuito al successo.
Sin dalle prime inquadrature appare chiaro come il regista feltrino sia riuscito a creare un film che registra le mille contraddizioni di un territorio, il Veneto, o più in generale la Pianura Padana. La trama è presto detta, Carlobianchi e Doriano, due scavezzacolli ormai dediti alla bottiglia, si imbattono, nelle loro scorribande giornaliere in Giulio, giovane e timido studente di Architettura a Venezia, che, se inizialmente restio, successivamente si fa coinvolgere nelle avventure alcoliche dei due.
Come nel classico road movie, con uno sguardo al cinema di Jim Jarmusch, il regista focalizza l’attenzione su piccole storie quotidiane, sulla vita di tutti i giorni, su minute vicende che hanno la capacità notevole di descrivere l’attualità dell’Italia di oggi cristallizzata nel microcosmo Veneto.
Il Veneto è terra di contraddizioni che incarnano il Bel Paese, i valori di questa ragione si rispecchiano e si annullano nei due protagonisti: la voglia di primeggiare e il riscatto sociale, una profonda etica del lavoro, la religione cattolica cosi radicata, dall’altra l’alcol che diventa una religione che ottunde ogni buon senso e diventa rifugio e fuga da una vita non più tollerabile.
Un Veneto in cui pian piano non rimarrà più nulla, fagocitato dalla voglia di denaro e avidità che induce la continua costruzione di Aziende che depauperano il territorio e non rispettano la bellezza di ogni angolo, come ricorda un personaggio che i tre incontrano durante le loro divagazioni stradali.

Il regista ha dalla sua il graffiante sarcasmo che ricorda maestri come Elio Petri e Marco Ferreri ma in fondo riserva sempre uno sguardo simpatia verso i suoi protagonisti che, tutto sommato, nella loro lucidità alcolica, si rendono conto di aver sprecato le occasioni della loro vita ma in fondo non tutto è perduto: l’inseguimento del treno e il saluto quasi disperato a Giulio che si allontana lo testimoniano. Da citare le allusioni ad un cineasta come Michelangelo Antonioni, nella scena in cui la macchina da presa esegue una carrellata rivelando una serie di spogli edifici e l’audio disturbante che ricorda sia L’Eclisse che Il Deserto Rosso.
La colonna sonora del musicista Marco Spigariol, in arte Krano, lascia una sensazione vivida e struggente, le sue melodie sono radicate profondamente nel territorio Veneto ma rievocano anche suggestioni verso la musica folk americana.
Che cosa rimane di questo Veneto oramai avvizzito ed esausto, esteticamente desolato, se non la consolazione che l’arte possa salvare il territorio e l’anima dei due, forse è questo il significato della visita alla Tomba Brion in provincia di Treviso opera dell’architetto Carlo Scarpa, un luogo magico che sembra, per un attimo, fermare il tempo e lasciar depositare i rancori di una vita.
Pierpaolo Capovilla, Sergio Romano e Filippo Scotti diventano le perfette maschere dei personaggi che incarnano, ognuno emerge e stuzzica l’altro per un perfetto gioco di ruoli che diventa quasi corale.
La regia di Sossai è traboccante e vivace, per tenere il passo alcolico della storia, e registra impietosamente un Veneto al disfacimento: tutti hanno perso non c’è più voglia di riscatto, sembra che ogni gesto e convinzione non funzioni a dovere: che cosa resta? Resta l’apatia della lunghe giornate che si susseguono, l’amarezza per un passato e per dei luoghi che non esistono più, la consapevolezza di non aver via d’uscita ma anche l’intelligenza di poter evitare di prendersi sul serio e di non disperare.
Attendiamo con grande curiosità i futuri lavori di questo innovativo regista.
Le città di pianura di Francesco Sossai. Con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi, Roberto Citran. Drammatico, durata 100 min. – Italia, Germania 2025.
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