Nonostante l’utopia e la disinformazione di molti negazionisti, i dati oggettivi raccolti dai principali centri indipendenti di ricerca climatica concordano nel considerare il 2025 un anno critico a causa del continuo riscaldamento globale. Infatti, l’anno appena trascorso si colloca al terzo posto tra gli anni più caldi dal 1860 (fig. 1).

Secondo l’analisi di Berkeley Earth, la temperatura media globale nel 2025 è stata di 1,44 ± 0,09 °C superiore alla media del periodo 1850-1900, spesso considerato il riferimento preindustriale per gli studi sul riscaldamento globale. Questo valore risulta circa 0,08 °C inferiore al record precedente del 2024 e 0,03 °C inferiore a quello del 2023. Pertanto, il 2025 si classifica come il terzo anno più caldo mai registrato tramite misurazioni dirette della temperatura.

Fig.1 – Andamento dell’anomalia termica globale dal 1850 ad oggi, il 2025 si colloca come terzo anno più caldo della serie di dati, notare gli intervalli di confidenza ( segmenti verticali) che negli ultimi anni diventano piú corti indice di maggior stabilità e certezza dei dati. 

Sebbene la disponibilità di termometri limiti le misurazioni dirette al periodo successivo al 1850, prove indirette indicano che la Terra sta vivendo la temperatura media globale più elevata da almeno diverse millenni, probabilmente la più alta dall’ultimo periodo interglaciale di circa 120.000 anni fa. Gli ultimi 11 anni si confermano come gli 11 anni più caldi mai registrati direttamente.

Anche altri centri di ricerca e studio sul clima, come il Copernicus Climate Change Service dell’UE, il Met Office del Regno Unito e Berkeley Earth, hanno evidenziato attraverso ricerche e analisi indipendenti che il 2025 è stato più caldo rispetto alla media del periodo 1850-1900, confermando una temperatura media annua simile tra loro, con valori rispettivamente di 1,47 °C, 1,41 °C e 1,44 °C.

Foto da Unsplash di Syuan

Il picco di riscaldamento planetario

In fig. 3 si analizzano le anomalie termiche globali della temperatura rispetto alla media del 1850-1900, periodo di riferimento preindustriale per gli obiettivi di monitoraggio della temperatura globale. Il picco di riscaldamento eccezionale risulta evidente nel periodo 2023-2025.

Fig.3 – Picco di riscaldamento eccezionale tra il 2023 e 2025

Il picco è probabilmente dovuto a molteplici fattori, tra cui la variabilità naturale e il riscaldamento globale causato dall’uomo, risultato dell’accumulo di gas serra. Tuttavia, sono necessari ulteriori studi per comprendere appieno l’entità di questo riscaldamento anomalo. I dati satellitari hanno rilevato una recente diminuzione della nuvolosità bassa e un aumento dell’assorbimento della radiazione solare, fenomeni che probabilmente contribuiscono a questo ulteriore riscaldamento.

Gli scienziati dell’UE hanno osservato che il limite di 1,5 °C stabilito dall’accordo di Parigi, calcolato su un periodo di 30 anni per attenuare le variazioni temporanee, sarà molto probabilmente superato prima della fine del decennio, ossia dieci anni prima rispetto alle previsioni del 2015, con gravi conseguenze per il clima e gli ecosistemi (fig.4).

Fig. 4 – Scenari in caso di aumento della anomalia termica globale da 1.5°C a  2°C
 

Trump nega il cambiamento climatico

Donald Trump sostiene che “nessuno sa con certezza” se il cambiamento climatico sia reale, definendolo spesso una bufala. A complicare la situazione, ha nominato nel suo gabinetto numerosi negazionisti del cambiamento climatico, e il suo team di transizione ha alimentato timori di una vera e propria “caccia alle streghe” nei confronti degli esperti di climatologia del Dipartimento dell’Energia.

Purtroppo, a parole e opinioni molto discutibili sono seguiti fatti concreti e drammatici. Recentemente, il 7 gennaio di quest’anno, Donald Trump ha firmato un memorandum per il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni, alcune delle quali sotto l’egida dell’ONU e attive in ambito ambientale e climatico, sostenendo che “erano contrari agli interessi USA”. Con questo atto, che non è nemmeno passato dal Congresso, Trump ha sancito l’uscita dagli enti delle Nazioni Unite, interrompendo la partecipazione e il finanziamento di tali organizzazioni. Si tratta di un grave colpo inferto al multilateralismo ambientale e climatico.

Per comprendere perché il negazionismo climatico di Trump rappresenti una minaccia così grave per il pianeta, è fondamentale riconoscere l’urgenza della crisi climatica e il tempo limitato a nostra disposizione per intervenire efficacemente.

Il cambiamento climatico compromette la sicurezza umana a livello globale e per le future generazioni. Anche se tutti i paesi rispettassero gli impegni di riduzione delle emissioni previsti dall’accordo di Parigi, le temperature medie globali potrebbero comunque aumentare tra 2,7 °C e 3,5 °C entro il 2100. Se invece i paesi non mantenessero tali impegni e continuassero ad aumentare le emissioni di gas serra seguendo lo scenario “business as usual”, l’innalzamento della temperatura sarebbe catastrofico, oscillando tra 4,78 °C e 7,36 °C entro la fine del secolo.

È ormai certo che l’aumento della temperatura media in uno di questi intervalli termici avrà conseguenze devastanti sulla produzione e sulla sicurezza alimentare, incrementerà le malattie, genererà conflitti per la scarsità di risorse, costringerà milioni di persone a migrare e le privarà dei mezzi di sussistenza e della loro cultura. Inoltre, questi danni potrebbero protrarsi per lungo tempo, con effetti drammatici: come sottolinea un recente studio pubblicato su Nature Climate Change, “i prossimi decenni rappresentano una finestra di opportunità cruciale per ridurre al minimo i cambiamenti climatici su larga scala e potenzialmente catastrofici”.

La non scienza di Trump

Molti nella comunità scientifica del clima sono profondamente preoccupati per il negazionismo climatico di Trump e del suo governo (fig. 5). Ma qual è il problema reale? Il negazionismo climatico di Trump e del suo governo non rappresenta una cattiva scienza: semplicemente non è scienza.

Fig.5 – Mappa degli stati che mostrano i tassi più alti di negazionismo climatico Alabama e Mississippi stati “trumpiani” in testa

Queste opinioni sono nate da una serie di pratiche organizzate, ben finanziate, strategiche, ingannevoli e ideologiche messe in atto da diversi think tank conservatori negli Stati Uniti, ovvero gruppi di esperti (analisti, ricercatori, accademici) che studiano problemi complessi (politici, economici, sociali, militari) per offrire consigli, previsioni e soluzioni a decisori politici, imprese e all’opinione pubblica. Purtroppo, molti di questi sono finanziati da chi ha interessi nei combustibili fossili, distorcendo così la legislazione sul clima in America. Le tattiche utilizzate da questi negazionisti includono accuse di cospirazioni tra climatologi, ricorso a falsi esperti, selezione parziale dei dati e inganni veri e propri.

Le conseguenze del ritiro da UNFCCC e IPCC

Per quasi trent’anni, il resto del mondo ha dovuto continuare a impegnarsi per il clima nonostante l’ostilità degli Stati Uniti. Con il “memorandum Trump” l’indignazione globale è aumentata ulteriormente, soprattutto a causa del ritiro dal principale trattato delle Nazioni Unite sul clima, insieme a decine di altre organizzazioni internazionali.

Sotto l’egida dell’ONU esistono due principali centri di studio sul clima, dai quali gli USA si sono ritirati. Il primo è l’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il cui obiettivo è stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera e prevenire interferenze “pericolose” causate dall’uomo sul sistema climatico.

Questa serve da base per accordi successivi come il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi, oltre a organizzare le conferenze annuali delle parti (COP) per discutere progressi e strategie.

Il secondo organismo è l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico. Si tratta di un’agenzia delle Nazioni Unite che valuta le conoscenze scientifiche, tecniche e socioeconomiche relative al cambiamento climatico per supportare le decisioni politiche. L’IPCC produce Rapporti di Valutazione periodici, suddivisi in tre gruppi di lavoro: basi scientifiche, impatti e adattamento, mitigazione. Questi rapporti si basano su ricerche peer-reviewed e rappresentano la sintesi più completa e aggiornata disponibile per governi e pubblico.

L’attacco di Donald Trump alle misure per il clima è ingiustificato, soprattutto in un contesto caratterizzato da un rapido aumento delle temperature, dall’innalzamento del livello del mare, da emissioni di gas serra in costante crescita (fig. 6), da costi sempre più elevati causati da eventi meteorologici estremi e dal rischio imminente che il pianeta raggiunga “punti di non ritorno” nel sistema climatico, con conseguenze catastrofiche e irreversibili.

Fig.6 – Emissioni globali di CO2 e variazione annuale dovuta
alla combustione di energia e all’industria

Tuttavia, la decisione del presidente degli Stati Uniti di ritirarsi dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e dal principale organismo mondiale di climatologi, il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, secondo esperti del Regno Unito, non sembrerebbe alterare in modo significativo queste realtà scientifiche. Né, almeno nel breve termine, contribuirà a modificare sostanzialmente la realtà economica di una crescita continua in decine di paesi verso un mondo a basse emissioni di carbonio e con un crescente utilizzo di energie alternative.

Gli investimenti mondiali nelle energie a basse emissioni di carbonio superano ormai di due a uno quelli destinati ai combustibili fossili. Prendere il controllo dell’industria petrolifera venezuelana, ormai in declino, non cambierà la situazione.

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