La pace annunciata, la pace che manca
31 dicembre 2025: un anno che si chiude con troppe guerre ancora aperte e con la sensazione, sempre più diffusa, che la parola “pace” venga spesso usata come una tregua lessicale più che come un orizzonte reale.

31 dicembre 2025: un anno che si chiude con troppe guerre ancora aperte e con la sensazione, sempre più diffusa, che la parola “pace” venga spesso usata come una tregua lessicale più che come un orizzonte reale.

C’è una parola che nel 2025 abbiamo sentito pronunciare spesso, forse troppo: pace. Dichiarata, evocata, promessa. Raramente praticata. A dodici mesi dalla fine di un anno che avrebbe dovuto segnare svolte decisive, il bilancio è amaro: la pace resta un annuncio, non una condizione. Una formula diplomatica più che una realtà vissuta da milioni di persone.
In Medio Oriente la parola pace è tornata a circolare nei comunicati ufficiali, ma la Striscia di Gaza, una volta uscita dai radar dell’informazione globale, continua a essere un luogo sospeso, dove la fine delle bombe non coincide con l’inizio della vita. Le macerie restano, fisiche e morali. Le ferite pure. E il silenzio mediatico, quando cala, non è mai neutro: è una seconda rimozione, che rende l’ingiustizia meno visibile e quindi più tollerabile.
In Ucraina la guerra, iniziata con l’invasione russa nel febbraio 2022, sta per entrare nel suo quinto anno. Quasi cinque anni di conflitto che hanno cambiato la geografia dell’Europa e il nostro modo di guardarla. Anche qui la pace è stata più volte evocata, ma sempre come esito di un equilibrio di forze, mai come riconoscimento pieno del diritto dei popoli a non vivere sotto le bombe. La stanchezza dell’opinione pubblica occidentale non coincide con la fine della sofferenza: coincide solo con la nostra capacità di distogliere lo sguardo.
Poi ci sono le guerre che non fanno notizia, o che la fanno solo a tratti. Il Sudan, sprofondato in una crisi umanitaria di proporzioni enormi. La Nigeria, dove la violenza armata continua a intrecciarsi con povertà, instabilità e fanatismo. Ampie aree dell’Africa in cui la pace non è mai stata davvero un punto di partenza, ma solo una parentesi fragile tra un conflitto e l’altro. E ancora il Centro e il Sud America, dove la parola guerra viene spesso evitata, sostituita da espressioni più rassicuranti, mentre interi territori restano ostaggio di violenze sistemiche, criminalità organizzata, repressioni silenziose.
Il 2025 ci consegna una verità scomoda: viviamo in un tempo che normalizza il conflitto e anestetizza l’indignazione. La pace, quando arriva, viene raccontata come un evento mediatico; quando manca, come una fatalità. Ma la pace non è un titolo da prima pagina né una tregua annunciata in conferenza stampa. È un processo lungo, scomodo, che richiede coraggio politico, memoria storica e una responsabilità collettiva che spesso preferiamo delegare. Parlare di pace non significa rifugiarsi in un linguaggio consolatorio, ma restituire complessità alle parole, sottrarle all’uso strumentale, riportarle alla loro gravità originaria.
Chiudiamo il 2025 con l’augurio che il 2026 sia un anno meno ipocrita e più giusto. Un anno in cui la comunità internazionale ritrovi il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e di agire di conseguenza. Un anno in cui un Papa Leone sappia essere più incisivo, più ascoltato, più scomodo, capace di riportare la pace al centro del dibattito, non come slogan ma come responsabilità morale. E soprattutto un anno in cui la pace smetta di essere “finta” e torni a essere reale: in Ucraina, in Medio Oriente, in Africa e in tutti quei luoghi del mondo dove oggi sembra ancora un lusso lontano.
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