Non è facile dare conto dei risultati della trentesima negoziazione internazionale sul Clima conclusasi  la settimana scorsa a Belèm in Brasile. Il tavolo da gioco delle COP, sul quale l’umanità cercava di evitare la trappola climatica, sembra essere saltato provocando un’esplosione nelle reazioni fra gli Stati membri. Scienza e cooperazione internazionale che ne costituivano le regole di base non sono più riferimenti condivisi.

La COP (Conference of the Parties), nata sotto l’egida dell’ONU, nel 1995, come strumento per gestire il processo globale di contrasto ai cambiamenti climatici, ha conosciuto a Parigi nel 2015, con la COP21, il suo momento più propositivo nel più ampio consenso fra gli Stati . La scienza, con il rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), aveva confermato che i cambiamenti climatici in atto sono causati dalla attività umana e sottolineato l’urgenza di intervenire affinché la temperatura media del pianeta non superasse la soglia pericolosa di +1,5°C.

In quel momento tutti gli Stati del pianeta avevano volontariamente concordato un piano di interventi per gestire la transizione del nostro vivere verso un modello di sviluppo sostenibile sintetizzato nell’obiettivo Net Zero emissioni di CO2 al 2050.  Era la prima volta nella storia dell’umanità che i diversi popoli, Stati, abitanti del pianeta, in nome dell’interesse collettivo di evitare il disastro climatico, decidevano di cooperare per il benessere di  tutti.

Le principali aree di intervento riguardavano la mitigazione del clima con l’abbandono delle fonti fossili e lo sviluppo delle energie rinnovabili, l’adattamento alle nuove condizioni climatiche e riparazione dei danni già causati dal nuovo clima, la giustizia climatica affinchè tutti gli esseri umani potessero beneficiare del cambiamento,

Il metodo di lavoro era procedere sulle singole azioni con il massimo consenso raggiungibile nelle negoziazioni annuali fra gli stessi Stati.   Con il Global Stocktake sarebbe stata valutata la coerenza tra gli impegni volontari degli Stati firmatari dell’accordo di Parigi, chiamati NDC (Nationally Determined Contribution) e la loro effettiva realizzazione. Nel caso di impegni insufficienti i governi avrebbero dovuto obbligatoriamente rivedere al rialzo le proprie ambizioni con obiettivi e target più sfidanti. Questo è quello che, tra confronti serrati, discussioni approfondite, stop end go, è successo nei dieci anni successivi Parigi sino all’appuntamento recente di Belèm.

Man mano che il processo di transizione energetica si realizzava e influiva sulla competitività dei diversi sistemi economici  crescevano le difficoltà operative sino al punto di rischiare la rottura dell’accordo di Parigi.

Abbandono del multilateralismo e nuova guerra fredda?

Con l’abbandono dell’accordo di Parigi degli Stati Uniti, la prima economia globale, il secondo grande emettitore al mondo di gas serra, Donald Trump ha privato l’intero negoziato della necessaria credibilità e realizzabilità degli accordi. Nei diversi gruppi di interesse si sono scatenate reazioni difensive per cui, con le regole attuali, diventa troppo facile per Arabia Saudita e altri Paesi bloccare tutti gli altri.

Ne è risultato un accordo finale della COP 30 deludente, riassunto in un lunghissimo ma vuoto documento chiamato Global Mutirão in cui l’assenza di qualsiasi menzione, anche blanda, al transitioning away dalle fonti fossili di Dubai rappresenta un gigantesco fallimento politico del Brasile, dell’Unione Europea e della COP stessa.

A Belèm è iniziato un gioco diverso e il mondo sembra cercare un nuovo tavolo, nuove regole con cui giocare. Non più collaborazione fra gli Stati ma prevalenza della tattica di breve termine sulla strategia di lungo respiro.  Nelle due settimane di incontri, discussioni, confronti fra i più di cento delegati alla conferenza di Belèm è apparsa evidente la formazione di blocchi contrapposti di Paesi pronti a difendere esclusivamente i propri interessi più o meno legati ai fossili. Si inizia a parlare di nuova  guerra fredda ecologica.

Foto da Unsplash di Qingbao Meng

Sgretolamento della alleanza sul clima

Una vistosa lacerazione si è palesata, ad esempio, quando Austria, Belgio, Finlandia, Olanda, Lussemburgo e Spagna hanno aderito, insieme ad altri diciotto Paesi, tra cui Australia e Messico, a una conferenza alternativa alla COP convocata dal governo colombiano di Gustavo Petro per proseguire il programma di abbandono delle fonti fossili, lasciando indietro Paesi più conservatori come Italia, Ungheria, Polonia. Conferenza da tenersi il 28-29 aprile 2026 a Santa Marta in Colombia.

L’UE esce a pezzi da Belém. La  posizione  del capo negoziatore Woepke Hoekstra è stata indebolita anche dalle parole quasi in diretta di Ursula von der Leyen al G20 in Sudafrica: «Siamo contro le emissioni, non contro le fonti fossili». La stessa cosa che sostengono i sauditi.

L’Italia, affidata al ministro Pichetto Fratin, si è concentrata su piccoli interessi locali come il Piano Mattei, il gas dall’Egitto, l’uscita dal carbone e lo sviluppo dei biocarburanti. Invece sui principali temi il nostro Paese è emerso come blocker tanto da essere stato sollecitato dal Segretario Generale dell’ONU Guterres ad assumere un approccio più flessibile.  

La Cina il più importante emettitore di gas serra, ma anche di gran lunga il più grande investitore nella transizione energetica è alla ricerca di nuove alleanze. Liu Zhenmin, capo negoziatore cinese, in una intervista a Politico, si è limitato ad affermare: «L’assenza degli Stati Uniti è terribile, crea davvero un cattivo esempio» aggiungendo: «Date le attuali sfide geopolitiche, Europa e Cina devono rafforzare la loro collaborazione climatica. L’Unione europea può imparare molto dalla Cina, la Cina può imparare molto dall’Unione europea». 

Per ironia della sorte, in Brasile con il termine “mutirão“, usato per nominare l’accordo finale, si intende qualificare una mobilitazione collettiva, in cui le comunità si uniscono per raggiungere ciò che nessuno può realizzare da solo.

Minaccia al sistema scientifico globale

A complicare ulteriormente la situazione è intervenuto un “work stop order” di Trump che impedisce agli scienziati federali di partecipare ai lavori dell’IPCC. Una rottura senza precedenti nella storia del panel IPCC.

Trump ha improvvisamente privato di finanziamenti parte del sistema scientifico USA fondamentale per la ricerca climatica.  Ha impedito alla NASA (National Aeronautics and Space Administration), alla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) e all’intero Global Change Research Program statunitense di collaborare con la comunità scientifica dell’IPCC. Così facendo, Trump ha creato un vuoto nella ricerca scientifica che va oltre i confini degli Stati Uniti. Ad esempio, con il 42% dei satelliti di osservazione terrestre in orbita posseduti da agenzie statunitensi, la ritirata federale compromette la qualità dei dati da cui dipende non solo l’IPCC, ma l’intera architettura globale del monitoraggio climatico. Sembra affacciarsi l’idea che la scienza non sia necessaria ma a prevalere debba essere la politica.

Foto da Unsplash di SpaceX

Ricerca di nuovi tavoli da gioco

Molti paesi considerano ormai la transizione energetica fondamentale per migliorare la propria competitività e mantenere il loro livello di benessere. Belèm ha solo rappresentato un punto di svolta nella gestione di questo processo che non vedrà più un solo tavolo di negoziazione sotto l’egida dell’ONU ma probabilmente un fiorire di alleanze competitive con vinti e vincitori. In questo nuovo scenario la giustizia climatica, fondamentale nell’accordo di Parigi, rischia di svanire nello sfondo.

Credit. L’autore si è avvalso delle corrispondenze da Belém degli inviati di Italian Climate Network, Areale Domani, dei commenti dei quotidiani Qualenergia, SQ staffetta quotidiana, FP Free press New York.

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